È solo tempo che passa, Monsieur Simenon

Simenon

Tutto alimenta la bulimia narrativa di un genio che non ha avuto eguali nella storia della letteratura contemporanea. Lo scandire delle pagine è fatto di momenti, memoria, periodi brevi, stagioni della vita, ore, minuti. Vi raccontiamo il suo metodo.

Non c’è il tempo della realtà e il tempo della finzione, tutto si mescola in Simenon. C’è invece un tempo convenzionale, oggettivo, degli orologi e dei calendari che è molto enfatizzato, sottolineato, funzionale. Simenon quando scrive si ricorda di essere un giallista e diventano determinanti le attese, i ritardi, gli appuntamenti, le date, le lancette di cui spesso si avverte il rumore, il rintocco delle ore determina la causa di un delitto, la fine o l’inizio di un dramma, di un amore, di un rimorso, di un amplesso, talvolta giustificano un movente, un addio, un ritorno. Simenon è molto preciso. L’ispettore Maigret ai suoi fidi ispettori chiede sempre di segnarsi gli orari dei pedinamenti, si interessa a quanto tempo ci mette un indiziato a mangiare, quanto tempo un testimone a bere un bicchiere di vino rosso, lo scandire del tempo delle indagini non conosce soste, non c’è differenza tra il giorno e la notte.

Il tempo di Maigret è il tempo dell’attesa, magari seduto ad un bistrot davanti a un bicchiere di calvados o a un boccale di birra, oppure nella sua stanza al Quai des Orfèvres mentre aspetta paziente che arrivi la confessione, sa che il tempo gli darà ragione, il tempo è giustizia, l’unica giustizia terrena che lui accetti e rispetti. La stessa precisione Simenon la usa anche nei romanzi, prendiamo uno degli ultimi successi ripubblicati da Adelphi, Il Fidanzamento di Mr Hire. Il tempo scandisce la vita di Mr Hire, lui è un abitudinario, una di quelle persone che, per sentirsi sicure, devono seguire orari fissi, mangiare le stesse cose, ripetere gli stessi gesti. Una volta al mese il signor Hire va in una casa d’appuntamenti, una volta al mese, sempre il primo lunedì del mese, va a giocare a bowling. Tutte le mattine va all’ufficio postale a spedire pacchettini per la piccola truffa che gli fa guadagnare lo stipendio. Ogni sera, alle 9,27 spegne la luce e spia quanto accade nella finestra di fronte: la domestica dai capelli rossi che si spoglia, fuma una sigaretta, legge a letto.

C’è poi un altro tempo, che potremmo definire soggettivo, il tempo della durata, Simenon scrive che il tempo non gli appartiene, il tempo è negli odori. Voleva dire nei ricordi. Poi c’è Jules Maigret, un alter ego della memoria simenoniana. Inizia le sue avventure nel 1929, in un porto olandese dove oggi hanno eretto una statua in suo onore. Quando il poliziotto andò in pensione il suo creatore gli scrisse: “All’inizio lei aveva 45 anni e io 25. Ora siamo coetanei (…). Io sono invecchiato, molto più in fretta di lei, come i comuni mortali, ed ho ampiamente superato i settantasei anni”. Maigret era andato in pensione nel ‘79 (il 20 settembre, per l’esattezza) in una quieta casa di campagna a Meung-sur-Loire in quella provincia dov’è nato e dalla quale è arrivato a Parigi. E con lui vanno in pensione il Quai des Orfèvres, il boulevard Richard-Lenoir dove ha abitato, la brasserie Dauphine, la squadra dei suoi fidatissimi aiutanti, Lucas, Janvier, Lapointe, Torrence.

“Di veramente mio – ha detto una volta Simenon – ho dato a Maigret una regola fondamentale della mia vita: comprendere e non giudicare, perché ci sono soltanto vittime e non colpevoli. Gli ho dato anche gli ineffabili piaceri della pipa, ovviamente. E l’assenza di figli perché, quando il personaggio è nato, io non avevo ancora i quattro figli che poi ho avuto. Devo aggiungere che gli ho dato anche un certo gusto per i cibi. Le ricette di Maigret e di sua moglie Louise hanno fatto il giro del mondo, e so che, sia in Giappone sia nell’America del Sud, i buongustai non trascurano di mettere qualche goccia di prugnola d’Alsazia”.

Il tempo come metodo

Quando già aveva pubblicato quasi tutto, Georges Simenon ricevette una telefonata da Alfred Hitchcock. Il regista non riuscì a parlare direttamente con lo scrittore belga: si fermò alla segretaria perché Simenon al momento era impegnato nella stesura di un romanzo e non poteva essere disturbato. Essendo nota a Hitchcock la velocità discrittura del padre di Maigret, rispose: “Ok. Attendo in linea”. Già, il famoso metodo Simenon che era soprattutto una questione di tempo. Quando lavorava, lo scrittore aveva una disciplina quasi monastica. Si svegliava alle sei, talvolta alle cinque, levava dalla scrivania tutto quello che non gli sarebbe servito quel giorno e appendeva alla porta un cartello rubato all’Hotel Plaza con su scritto Do not disturb. Quindi temperava venti matite, in modo da non doversi fermare quando la mina di una si era consumata, e sceglieva dodici pipe tra le oltre duecento che possedeva, mai le stesse due giorni di seguito. Poi cominciava. Su delle grandi buste gialle annotava il nome dei personaggi, l’età, le scuole che avevano frequentato ed altri dettagli, su un foglio scriveva una piccola biografia e, addirittura, la pianta dell’appartamento o della casa in cui si svolgeva l’azione.

“Ho bisogno di familiarizzare con i luoghi in modo da poter tranquillamente aprire una porta a destra o a sinistra, a seconda del caso”.

Con l’andar del tempo le matite appuntite resteranno sul tavolo, ma solo per alimentare la leggenda. Simenon infatti si accorge che scrivere a mano impone un ritmo diverso, più letterario della macchina da scrivere, e a lui “fare letteratura non piaceva”. La cosa che odiava di più erano gli aggettivi: “Se scrivo tavolo tutti sanno che cosa voglio dire. Se scrivo sublime ognuno l’interpreta a modo suo”, diceva.

Scrivere lo precipitava in uno stato di trance, sudava, faticava, vomitava, perdeva peso, beveva solo whisky e tè. In genere aveva caldo e si spogliava, talvolta sino a rimanere completamente nudo. Quando Simenon stava per dedicarsi a un romanzo, il dottore si assicurava della salute dei bambini: se lo avessero interrotto per qualunque motivo, lui non sarebbe più stato in grado di riprendere il suo libro.

“Scrivere – ha detto una volta Georges Simenon – è una vocazione all’infelicità”.

Era molto superstizioso. Temeva ogni volta di non riuscire più a scrivere e cercava di riprodurre sempre le condizioni in cui era nato il primo romanzo. Scriveva sempre secondo lo stesso ritmo, impiegando lo stesso tempo per ogni romanzo. Un capitolo al giorno, per otto giorni. E dopo un breve riposo, in cui si concedeva il lusso di alcune prostitute, tre giorni per le correzioni.

Le memorie intime

Il tempo della memoria per Simenon è il tempo ritrovato. Il suo ultimo libro Memorie intime, scritto dopo il suicidio della figlia Marie-Joe il 19 maggio 1978, è addirittura sterminato: 1300 pagine in cui rievoca parole, incontri, passioni di tutta una vita. Il bisogno intimo e doloroso di lasciare una memoria scritta della propria esistenza e della figlia che non c’è più, si trasforma presto nella felicità pura della scrittore che ritrova forza e vigore di fronte alla parola scritta. Si considera un uomo fortunato perché scrivere gli procura gioia e rispetto:

“Quando risalgo indietro nel tempo i miei ricordi, trovo sempre una fame mai saziata di conoscere tutto ciò che è vivo e di ciò che non lo è. Avrei voluto essere non solo quello che ero (…) ma tutti gli uomini, quelli della terra e quelli del mare…”.

Scrive alla figlia, agli altri figli, ma è a se stesso che sta mandando una lunga lettera. Ricorda come alla base di tutto il suo lavoro ci sia stata l’indagine attorno all’uomo, nudo e solo di fronte al proprio mistero. Così leggi la sua vita, l’intensità che l’ha accompagnata e scopri la voglia di non consumare mai inutilmente il tempo; è come se avesse moltiplicato allo stremo la sua esistenza per dieci, cento, mille. All’età di trentasette anni gli viene diagnosticato un cuore malconcio e gli vengono dati al massimo due anni di vita, sempre che riesca a riposare, a non lavorare, a non bere, a non fare sesso, lui che era abituato sin dall’adolescenza a non saltare nemmeno un giorno (anzi a farlo più volte nello stesso giorno). Ma il Simenon malato non può lasciare la scrittura e in quei mesi scrive Pedigree, un monumentale ritratto della sua adolescenza. Era fatto così e per fortuna il medico si era sbagliato: “A poco a poco, dimenticai che quei due anni, per me, dovevano essere gli ultimi; finii per crederci senza crederci o, più esattamente, vivevo giorno per giorno approfittando al massimo di ogni ora”. Il rapporto tra Simenon e la memoria diventa il suo manifesto letterario:

“Ho una buona memoria, ho conservato del passato una quantità incredibile di immagini, immagini colorate, vive, mobili, come se avessi nella testa un film a colori e potessi guardarmelo a volontà, con il vantaggio che la mia visione è accompagnata dagli odori, dalla sensazione del freddo, del caldo o del tepore dell’aria. Dimentico i miei romanzi subito dopo averli scritti…”.

Lo scrittore ricorda tutti i traslochi, i viaggi in treno, in aereo, i mobili che tardano ad arrivare. Sono i “periodi di transizione”, quelli più odiati da Simenon perché i soli capaci di sospendere anche solo per pochi giorni o poche ore il suo metodo di lavoro. Scrive sei, sette, otto romanzi l’anno, legge qualsiasi cosa gli capiti sotto mano e nel tempo libero “evade” dalla sua prigione per il golf, le prostitute, l’alcol. Ai quattro figli dice:

“Di una cosa soprattutto vi prego: di non vedere nelle pagine che ho scritto, e in quelle che scriverò, il benché minimo astio nei confronti di chicchessia. Il mio motto, se proprio devo averne uno, ribadito spesso e al quale mi sono sempre attenuto, è quello da me attribuito all’amico Maigret, che un po’ mi assomiglia: capire e non giudicare”.

A un giornalista che gli chiese: “Mister Simenon lei si piace?” la sua risposta fu “Mi detesto”. I Maigret li scriveva per rilassarsi, tranne i primi diciotto: “Quelli li ho scritti al ritmo di uno al mese. È anche vero che scrivevo due capitoli al giorno, uno al mattino e l’altro al pomeriggio, così che alcuni di quei romanzi li ho finiti in tre giorni”. Il tempo, il tempo…

Il tempo del successo

Simenon ebbe la fortuna di essere riconosciuto in vita, diventò famosissimo, estremamente ricco. Già dalla metà degli anni trenta gli intellettuali parigini, essendosi accorti della statura di Simenon, biasimavano la produzione “abbondante e inutile” dei polizieschi, per lodare unicamente i “romanzi duri”. Per Fellini, Simenon è come Nettuno, un maestro di vita e di creatività che appartiene ormai alla mitologia onirica, un santone capace di fare miracoli. Scrive Fellini: “È la verità che il vostro talento senza limiti e la vostra sovrumana possibilità di disciplina nel lavoro creano soggezione e meraviglia; bisogna pensare alle vostre qualità umane per ristabilire un rapporto d’equilibrio ed ecco che allora uno scopre di volervi bene, anzi, soprattutto questo, e diventate una presenza famigliare, l’amico più grande che tutti vorrebbero avere, un compagno di lavoro e di vita, un punto di riferimento che non delude mai e dà forza. Scusatemi se mi lascio un po’ andare, so benissimo che certe cose sentirsele dire dà anche un po’ ai nervi… però è proprio così caro Simenon”.

Ma Simenon era anche disprezzato, talvolta odiato. Molta critica lo considerava uno scrittore popolare o, nel migliore dei casi, di genere. Non gli veniva perdonata l’ostentazione della ricchezza (si vantava di avere ovunque una piscina), gli eccessi sessuali, il troppo alcol, un fratello collaborazionista, una scarsa passione politica. Pierre Assouline, uno dei suoi più attenti biografi ha detto: “È stato un grande scrittore e un fanfarone pretenzioso pieno di sé. Durante la guerra apparve come un profittatore che, con i libri e i film, si arricchiva mentre gli altri soffrivano. Simenon parlava molto di denaro, cosa che in Francia di solito non si faceva. Tutta la sua vita è fatta di eccessi, non a caso pubblicò quattrocento romanzi. Era logorroico e grafomane. Qualunque cosa facesse, andava sempre oltre misura. Era l’uomo che si vantava pubblicamente di aver avuto diecimila donne anche se molte di loro erano prostitute”.

A lui interessava capire la natura dell’uomo, indagare il mistero del destino, tentare di capire i falliti dell’avventura. I suoi sono uomini e donne “piccoli” perché sono loro a fare la storia. Non c’è assoluzione nei suoi romanzi, c’è solo comprensione. A Giulio Nascimbeni che lo andò a trovare ormai ottantenne disegnò con un pennarello e un cartoncino un suo autoritratto: “Lo tracciò sotto i miei occhi: una linea curva per indicare la sommità d’una collina, il sole, un omino con le braccia spalancate. Disse ridendo:

“L’omino c’est moi, sono io, Georges Simenon”.

Se ne va nel 1989. I suoi figli apprendono della morte del padre attraverso i giornali, secondo una precisa volontà testamentaria di Simenon.