L’overpackaging di Natale? Calvino l’aveva immaginato a Leonia

Leonia

Camminando per strada nei giorni successivi al Natale, complice, forse, anche una raccolta dell’immondizia più rarefatta, si scopre facilmente quali sono i regali più distribuiti da Babbo Natale: scatole, contro scatole e sovra scatole di televisori ultrapiatti, consolle, scarpe, tavole da neve e altro che giacciono attorno ai cassonetti, a volte ancora con parte della carta regalo attaccata. Quest’anno, poi, con la pandemia in corso, secondo una ricerca dell’Ipsos gli italiani hanno acquistato online oltre 51 milioni di regali in più rispetto all’anno precedente. Ovvero, quasi uno a testa. Il che, come sappiamo, moltiplica ancora di più la questione dell’overpackaging, ovvero la sovrastruttura di pacchi, imballaggi e scatole che contengono altre scatole, di strati su strati formati da cartone e plastica, un fenomeno ancora più accentuato proprio nelle spedizioni via web. A questo si aggiunga come la paura del contagio abbia determinato, anche tra i consumatori abituati ad acquistare prodotti sfusi, un ritorno all’imballaggio, fenomeno che ha segnato un notevole più 40%.

E, allora, torna sempre di prepotenza l’immagine creata da Leonia, una de Le città invisibili di Italo Calvino, libro pubblicato nel 1972. La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche dall’ultimo modello d’apparecchio.

Perché, a Leonia come in tutte le nostre città reali del dopo Natale, più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate, vendute, comprate, l’opulenza si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità.

E dove portano la spazzatura i camion ogni giorno?
Nessuno se lo chiede: fuori della città, certo; ma ogni anno la città s’espande, e gli immondezzai devono arretrare più lontano; l’imponenza del gettito aumenta e le cataste s’innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. Aggiungi che più l’arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni. È una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne.

Ma il pattume e l’overpattume perché non invade il mondo, alla fine?
Certo accadrebbe se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di la dell’estremo crinale, immondezzai d’altre città, che anch’esse respingono lontano da sé montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano.

Fino a quando un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo. Già dalle città vicine sono pronti col rulli compressori per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai.