E se il problema è sempre un altro, è il momento di leggere Bianciardi

Bianciardi

Ricorrono oggi i cinquanta anni dalla morte di Luciano Bianciardi, uno degli scrittori più attuali e corrosivi del panorama letterario italiano del Novecento. Dall’impegno come professore di Liceo e poi come bibliotecario, con l’invenzione del primo Bibliobus per portare i libri a chi viveva nelle campagne toscane, al libro-inchiesta scritto con Carlo Cassola per denunciare le condizioni di vita dei minatori della Maremma, alle ricostruzioni documentarie e cronachistiche del Risorgimento, all’intenso lavoro come traduttore e giornalista, al suo libro più famoso, La vita agra: l’opera tutta di Bianciardi descrive l’impegno e la volontà di colmare e ricomporre la dolorosa frattura tra cultura e lavoro, tra ceto intellettuale e classi popolari. Però rifuggendo dall’idea dell’intellettuale engagée, di cui lo scrittore grossetano vede (e soffre) tutto il limite funzionale nella terribile armonia socio-culturale dei suoni prestabiliti. Un impegno e una volontà che ben presto, Bianciardi vedrà destinati al fallimento, fino alla scelta di porre la propria biografia di scrittore e di intellettuale al centro di un racconto sempre più amaro, sorvegliato e condotto con l’arma dell’ironia e dell’auto-ironia, ma pur sempre testimonianza individuale di una irriducibilità che può arrivare a farsi auto-distruzione.

“Tutta l’opera di Bianciardi, la costruzione del personaggio di intellettuale vessato e impotente, è una visione del futuro – scrivono Massimo Coppola e Alberto Piccinini in “Luciano Bianciardi, l’io opaco” – . Anche oggi questo è il lavoro culturale: una semplice funzione/finzione dell’economia, Bianciardi, modernamente, non racconta tutto ciò, lo mette in scena. Per un uomo dotato del suo innegabile talento e cultura, l’idea fissa di fare il traduttore a cottimo, di scrivere scampoli di articoli per i giornali e di mandarli col titolo cambiato a tre riviste diverse ci dice questo: l’intellettuale non appartiene a una classe separata; si arrangia. Come tutti gli altri. (…) Il riconoscimento dell’assenza di spazio al di fuori della macchina è senz’altro una delle caratteristiche più innovative e preveggenti del doloroso calvario di Bianciardi. Visto e letto da qui, Bianciardi colpisce per il modo in cui parla di noi; di quelli che lavorano tra le macerie dell’industria culturale di cui egli aveva già mostrato la faccia liscia; dei lamentosi orfani dell’impegno intellettuale che lui aveva abbandonato nel momento del suo massimo splendore mediatico; dei precari di ogni tipo di lavoro”.

Nel 1959, quando Bianciardi viene licenziato dalla Feltrinelli, dopo alcuni anni di collaborazione con la neonata casa editrice, scriverà: “E mi licenziarono soltanto per via di questo fatto che strascico i piedi, mi muovo piano, mi guardo intorno anche quando non è indispensabile”.

Da allora affiancò il lavoro di traduttore, con la scrittura di opere sue. È di questi anni il suo libro più famoso: La vita agra. “In quanto a me riesco finalmente a lavorare un po’ meno: sono riuscito a scrivere un libro, che ritengo la mia cosa migliore. Calvino ne è entusiasta, e lo pubblicherebbe anche subito. Si intitola La vita agra, ed è la storia di una solenne incazzatura, scritta in prima persona singolare.”
Rizzoli lo pubblica nel 1962, ed è subito un grande successo sia di critica sia di vendite. Carlo Lizzani ne ricaverà anche un film, prodotto da De Laurentiis. Bianciardi presenta il suo libro in tutta Italia, ma dopo l’iniziale euforia, comincia a stancarsi: “Ormai sto girando come un rappresentante di commercio, ho battuto i marciapiedi dell’Emilia e adesso mi preparo a fare la medesima cosa nel Veneto. Viene con me Domenico Porzio, e a volte, sembriamo due comici di avanspettacolo: sempre le stesse battute e sempre con l’aria di chi le dice per la prima volta. Mi comincio a vergognare, e perciò ho ricominciato col solito lavoro di tutti i giorni, per riconquistarmi la stima di me medesimo”.

Per ricordare Luciano Bianciardi, in questo anniversario, Memo pubblica un breve brano tratto da Il lavoro culturale, scritto nel 1964, nella versione pubblicata ne L’antimeridiano. Opere complete (ExCogita, Milano, 2005).

“Per comodità di chi voglia fruttuosamente dedicarsi al lavoro culturale, sarà opportuno raccogliere, a questo punto, tutta una serie di indicazioni circa il problema del linguaggio. C’è infatti un lessico, una grammatica, una sintassi e una mimica che il responsabile del lavoro culturale non può ignorare.
Cominciamo subito, perciò, con il nocciolo della questione, con il termine problema. Nonostante la differenza spaziale (alto-basso) dei due verbi, il problema si pone o si solleva, indifferentemente; ma c’è una sfumatura di significato, perché porsi è oggettivo, cioè sta a dire che il problema è venuto fuori da sé, mentre sollevare è attivo; il problema, in questo caso, non ci sarebbe stato se non fosse intervenuto qualcuno a farlo essere.
Quasi sempre il problema, posto o sollevato che sia, è nuovo; e si dà gran merito a chi, accanto agli antichi e non risolti, solleva problemi nuovi e interessanti o, meglio ancora, di estremo interesse, pur che siano ovviamente, concreti. Sul problema si apre un dibattito. Dibattito è ogni discorso, scritto o parlato, intorno a un certo argomento (cioè a un certo problema) in cui intervengono due o più persone. Il dibattito, oltre che concreto, e più spesso che concreto, è ampio e profondo, anzi approfondito, e quasi sempre si propone un’analisi (approfondita anch’essa) della situazione. La giustezza della nostra analisi sarà poi confermata, invariabilmente, dagli avvenimenti. La situazione è sempre nuova e creatasi (da sé, parrebbe) con o dopo.
Al dibattito gli interventi portano un utile contributo. Esso può assumere anche la forma di convegno: in questo caso è parlato, gli interventi sono numerosi e gli intervenuti sono giunti da ogni parte d’Italia. Dal dibattito scaturiscono, oppure emergono, o anche, più semplicemente, escono, alcune indicazioni.
Le indicazioni sono anch’esse utili. Se possono esprimersi in una breve frase, allora si chiamano parole d’ordine. (…)
Concreto, come si è visto, è il problema, il dibattito, l’intervento e l’indicazione. A memoria d’uomo non si è mai saputo di un problema, dibattito ecc. che si sia potuto definire astratto. Come non si è mai saputo di un problema risolto; semmai superato, dalla situazione creatasi con o dopo. A volte poi si è scoperto che il problema, pur essendo concreto, non esisteva. In casi simili basta affermare che il problema è un altro.”