La scoperta slow dell’Italia “minore”
Il turismo è nell’aria. Ovvero è qualcosa che riguarda l’atmosfera sensoriale dei luoghi tra incontri, luci, suoni, profumi e colori. E nel contempo riguarda il modo in cui questi elementi si combinano per generare esperienze significative di cultura, di comunità e di identità.
Da qualche tempo si registra (finalmente) una crescente consapevolezza che il turismo lasci anche qualcosa di non altrettanto virtuoso nell’aria – inquinamento, rumore, traffico, sovraffollamento, gentrificazione – che presenta costi sociali e minaccia la coesione delle comunità locali.
Tale consapevolezza sta portando a mettere in discussione le atmosfere create dal turismo nell’arco del Novecento, quando si sono inseguiti i paradigmi della velocità e della voracità consumista, globalizzante e omologatrice, creando non-luoghi e situazioni dedicate ai turisti con la logica del must see e del sightseeing: una sorta di vortice in cui si è deciso dove i turisti dovessero andare e cosa dovessero vedere. Con il “menu turistico”, anche cosa dovessero mangiare.
La velocità è diventata aggressiva, mettendo sotto pressione luoghi, situazioni e persone. Ma anche invitando a considerare i visitatori come numeri, sempre più impersonali: percentuali di crescita utili soltanto a generare profitti di breve periodo ed a gratificare l’autostima dell’assessore di turno, senza troppo affanno nella ricerca di qualità, anzitutto nelle relazioni, in un processo vorticoso che ha trasformato il concetto di hospes/hospitis nella fugace connessione host/guest. Non solo una moderna traduzione in inglese ma una perdita di significato: se la cultura dell’ospitalità è stata per secoli ancorata al dono, allo scambio, alla conoscenza e al dialogo, ora appare consegnata a pochi click virtuali senza necessità di contatto. E nessuna relazione.
Non si tratta solo di overtourism – che pure è una criticità reale, che trova la gran parte dei visitatori affollare ridottissime percentuali del territorio nazionale – ma di individuare un percorso che consenta alle destinazioni italiane, a quelle già al centro dei flussi, ma anche a quelle non già celebratissime dai cataloghi dell’offerta, di individuare un nuovo punto di equilibrio tra competitività e sostenibilità.
Questa la chiave di fondo del nuovo libro Destinazioni slow – edito con il marchio editoriale Movability Books da simtur – in cui 16 autori hanno condensato ciascuno decenni di esperienze quotidiane a supporto di enti, imprese e territori, per offrire uno sguardo d’insieme, un osservatorio specifico, un manuale operativo e una prima definizione di parametri e indicatori che intendono avviare un tavolo partecipativo presso UNI – Ente italiano di normazione per diventare un claim etico con cui certificare l’eccellenza delle destinazioni che accettano le sfide della doppia transizione ecologica e digitale, ma anche la transizione dal turismo di massa del Novecento all’economia dei visitatori.
Il volume parte dalla considerazione che le atmosfere sono una parte fondamentale dell’esperienza turistica, mentre sta diventando sempre più evidente che – mentre i promotori turistici e i fornitori di servizi cercano di creare atmosfere di qualità – anche le atmosfere più intime e vernacolari delle comunità locali stanno cambiando in modo irriconoscibile. Si tratta di cambiamenti complessi che si manifestano a livello culturale, economico, sociale e ambientale. Ed è in questo senso che il turismo si ritrova più che mai protagonista dell’impatto sui luoghi, sulle società e sul Pianeta. Se tutte le ricerche dimostrano che il coinvolgimento emotivo e il senso di autenticità sono al centro del vissuto di esperienze memorabili per i visitatori – sostenuti da connessioni personali positive con le atmosfere locali – la frenesia delle attività turistiche e i cambiamenti economici, sociali e culturali causati dalla turistificazione interferiscono pesantemente con le dimensioni comunitarie delle destinazioni. E spingono a riconoscere che il turismo minaccia le atmosfere che valorizza.
Lo sviluppo di questa prima considerazione spinge gli autori a proporre un patto con l’Italia ancora ostinatamente considerata “minore”. Il libro diventa quindi un quadro di valori e, insieme, un modello di sostenibilità del turismo che fa perno sulle comunità locali, sulla dimensione dolce di provincia e sulle eccellenze rurali e produttive. L’entroterra è per gli autori il tessuto ideale per rigenerare esperienze di comunità che restituiscano senso di appartenenza e di prospettiva, contribuendo allo sviluppo locale e regionale, nonché – per questa via – alla competitività dell’intera offerta turistica nazionale.
Il modello strategico delle destinazioni slow intende sostenere chiunque si adoperi per generare – campanile per campanile – filiere integrate di servizi per residenti e visitatori, a emozione aggiunta.
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