Francesco d’Assisi: troppo cristiano per Chiesa e società?
Francesco d’Assisi è, senza dubbio, il più cristiano dei cristiani. Di quelli di cui si ha notizia, almeno. Bonaventura da Bagnoregio – tra i più grandi filosofi e teologi del Medioevo cristiano – scrive che Francesco divenne conforme a Cristo in tutto, tanto che a lui si sarebbero potute applicare le parole di san Paolo: “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”.
«San Francesco d’Assisi è stato da subito riconosciuto come ‘somigliantissimo a Cristo’», ricorda Enzo Bianchi, probabilmente fondendo una formula dell’antica spiritualità cristiana con quanto Dante fa dire a San Tommaso, nel Canto XI del Paradiso: “in somiglianza di Cristo, si fece degno d’esser nel suo sigillo un’altra impronta”. Il sigillo – spiega Natalino Sapegno (“La Divina Commedia. Paradiso”, La Nuova Italia, 1957) – «è Cristo, la cui impronta divina si imprime nell’anima di Francesco, che ne diventa quasi una seconda immagine, una replica vivente del Verbo incarnato».
Francesco, dunque, è colui che si è avvicinato di più al concepire e condurre l’esistenza secondo la parola e l’esempio di Cristo. «L’unico personaggio cristiano, sul modello di Gesù e dopo di lui, ad aver giocato un tale ruolo nella cristianità occidentale», scrive Le Goff, tra i massimi storici del Medioevo, nel suo “San Francesco d’Assisi” (Gallimard, 1994).
Un cristiano vero, dunque. E, quindi, un radicale, giacché – facciamocene una ragione – non c’è niente di “moderato” nella parola e nella vita di Cristo. Tutto, al contrario, è estremo: inaudito, inconcepibile e scandaloso. Ne ho già scritto su MEMO e non ci tornerò. Chi è interessato a capire perché, trova qualche spunto qui.
Seguire nudo il Cristo nudo
Radicale da “radix”, radice: “che concerne le radici, l’intima essenza di qualche cosa” [Treccani]. Vero: Francesco è folgorato dalle radici, dall’essenza intima dell’insegnamento di Cristo e decide di vivere alla luce di tale insegnamento. «Volle seguire nudo il Cristo nudo», scrive Tommaso da Celano, primo biografo del santo. In questo senso, Francesco è il più cristiano dei cristiani.
O siamo radicali come Francesco, quindi, o non siamo veri seguaci di Cristo. Siamo altro. Questo è. Tutti gli altri ragionamenti – per quanto seri, colti, profondi, ispirati – sono sofismi. La domanda è: se non siamo radicali come Francesco (scelta tutt’altro che facile, ovviamente), possiamo, ugualmente, dirci cristiani? E, se no, come dovremmo chiamarci?
Eresia: lebbra da estirpare
Il radicalismo, che a Cristo è costato la vita, rischia di valere a Francesco un’accusa di eresia.
Reato gravissimo, che poteva comportare la confisca dei beni, l’infamia ereditaria e la collaborazione obbligatoria delle autorità civili. Il Concilio Lateranense IV (1215), poi, aveva stabilito la consegna degli eretici al “braccio secolare”: il potere civile incaricato di eseguire le condanne dei tribunali ecclesiastici. La Chiesa non poteva versare sangue e, così, affidava agli Stati il compito di applicare le pene, tra le quali, spesso, il rogo. Il “lavoro sporco”, diremmo oggi, che essa non poteva compiere. «Tollenda est de medio Ecclesiae lepra, ne totum corpus inficiat»: “La lebbra dev’essere eliminata dal corpo della Chiesa, perché non infetti tutto l’organismo”, scriveva papa Innocenzo III.
Francesco: un eretico?
Non è… curioso? Voglio dire: come può essere che la Chiesa di Cristo considerasse eretico il più cristiano dei cristiani? Se è così, allora Cristo stesso doveva essere considerato eretico. Non pare anche a voi un clamoroso assurdo logico? Cos’è?: di Cristo e della sua parola, ne sapeva/sa più la Chiesa di quanto non ne sapesse Cristo stesso?
Applicare integralmente il Vangelo? Follia
Eppure, per una Chiesa ossessionata dal dilagare delle eresie (Valdesi, Umiliati, Catari, Albigesi…), «questo laico coperto di stracci che, davanti alla curia crassa, sfarzosa e arrogante, viene a esaltare una cosa scandalosa, l’applicazione integrale del Vangelo, la realizzazione di esso in ogni sua parte, non è, agli occhi del papa, sulla strada dell’eresia, se non già addirittura un eretico?», si chiede Le Goff.
Per la Chiesa del Duecento, dunque, l’applicazione integrale del Vangelo appare una proposta irricevibile. Folle, addirittura.
Due domande più una. Non vi sembra, piuttosto, che folle fosse quella valutazione? E, oggi, al di là di ciò che la Chiesa dice di Francesco, non credete che ciò che essa pensa davvero di lui sia, nella sostanza, ciò che ne pensava Innocenzo III, il papa al quale Francesco chiese l’approvazione della sua “Regola”? Guardiamoci intorno e domandiamoci: le cose, oggi, sono cambiate da allora? La Chiesa di Leone XIV sarebbe disposta ad applicare integralmente il Vangelo, come chiedeva il “poverello” di Assisi?
La politica illumina la fede o viceversa?
Innocenzo III, scrive Le Goff, «non è il papa politico che molti storici vedono in lui». Posizione infinitamente più autorevole della mia. Forse, però, si rende necessario un piccolo distinguo: se, per “politico”, intendiamo l’uomo del potere terreno, allora Le Goff ha ragione. Rimane, tuttavia, difficile negare che il monarca assoluto di una teocrazia universale – qual era il papa nel Duecento – l’uomo che, in diciotto anni di pontificato (1198-1216), rivendica la supremazia papale sui sovrani (decidendo la contesa tra Ottone IV e Federico II per il trono del Sacro Romano Impero, e costringendo Giovanni Senza Terra a sottomettere l’Inghilterra come feudo pontificio), rafforza il dominio della Chiesa in Italia, promuove la crociata contro gli albigesi ed estende, con la Quarta Crociata, l’influenza latina a Costantinopoli, non esercitasse un potere politico, per quanto al servizio di un disegno teologico.
Torna dai tuoi maiali
«Lasciami in pace con la tua regola. Torna piuttosto dai tuoi maiali e fagli tutte le prediche che vuoi». Secondo una tradizione agiografica, pare che siano state queste le parole che Innocenzo III rivolse a Francesco al loro primo incontro. Un’accoglienza non esattamente… cristiana. Successivamente, il papa si sarebbe dispiaciuto di averlo accolto tanto malamente. Alla base del suo ripensamento, ci sarebbe stato l’intervento, illuminato, di un cardinale di casa Colonna: Giovanni di San Paolo. «Se ci opporremo alla richiesta di un povero con un simile pretesto [la severità della regola francescana, ndr], ciò non equivarrà forse ad affermare che il Vangelo non può essere messo in pratica e a bestemmiare il suo autore, Cristo?». «Un argomento – commenta Le Goff – religioso e insieme politico». Appunto.
Francesco: un problema ieri e oggi
Per la Chiesa, dunque, il cristianesimo radicale di Francesco rappresentava un problema. Un problema enorme. Del resto, se non fosse stato così, il papa non sarebbe stato ostile, prima, e dubbioso, poi, e la mediazione di Giovanni di San Paolo non sarebbe stata necessaria.
In questi ottocento anni – tanti ne sono passati dalla sua morte – il santo di Assisi non ha mai smesso di rappresentare un problema. E, al di là di sottigliezze teologiche, proclami, celebrazioni e della fulminea canonizzazione a soli 2 anni dalla morte – secondo soltanto a Sant’Antonio da Padova (11 mesi), se i miei calcoli sono esatti – un problema è ancora oggi.
Mille storture lo dimostrano. La più evidente è lo sfarzo di una Chiesa tutt’altro che povera. (Se il Vangelo ha ragione, difficilmente essa entrerà nel regno dei cieli). Ma non è l’unica: l’esercizio del potere e le lotte interne a esso correlate, la tolleranza/complicità con certi regimi, i bizantinismi del diritto, la distanza dal dolore, per non parlare degli scandali finanziari e morali, e dei misteri giudiziari mai risolti. E, per quanto riguarda più strettamente il tema di questa riflessione, l’addomesticamento/ammorbidimento del messaggio originale di Cristo.
Francesco continua a essere un problema, perché – a chiunque abbia occhi per guardare – il confronto tra il suo cristianesimo e quello della Chiesa e della stragrande maggioranza dei cristiani (cattolici e no) è, obiettivamente, impietoso.
Chi ama davvero Francesco fa molta fatica ad amare anche la Chiesa istituzione/potere, e chi ama la Chiesa istituzione/potere fa ancora più fatica ad amare davvero Francesco. In questo tipo di amore, infatti, non è possibile “servire due padroni”.
Semolino invece della bistecca
Addomesticamento e ammorbidimento sono le parole chiave. A Francesco è toccata una sorte simile a quella di Cristo. Il rigore, scandaloso, della sua vita esemplare – nella quale l’agire riflette, fino in fondo e senza concessioni, la fede che lo ispira – doveva essere attenuato. E così è stato, infatti.
Secondo le gerarchie, evidentemente, il popolo di Dio non ha né denti né stomaco abbastanza forti. Per questo, la bistecca della fede di Francesco è stata sostituita da un innocuo semolino. Molto meno inebriante, certo, ma leggero, saziante, energetico e, soprattutto, infinitamente più… digeribile.
Dare la pace a tutti
Del resto, il messaggio di Cristo dev’essere per tutti, non solo per palati e stomaci forti! La Chiesa non poteva e non può sbattere la porta in faccia ai deboli. Non solo perché né Gesù né Francesco lo avrebbero mai fatto ma, soprattutto, perché il Buon Pastore è venuto per tutte le pecorelle. Soprattutto per quelle smarrite, anzi. Per tutti, dunque, non solo per spiriti eletti come Francesco.
«E che colpa hanno – chiede il Grande inquisitore dostoevskiano a Gesù: gli altri, gli uomini deboli, di non aver potuto sopportare ciò che i forti poterono?»; «che colpa ha l’anima debole, se non ha la forza di accogliere così terribili doni? Possibile che Tu sia venuto davvero solo agli eletti e per gli eletti?» E, chiude: «Tu sei fiero dei Tuoi eletti, ma Tu non hai che eletti, mentre noi daremo la pace a tutti».
Bambinello e Poverello
E, così, anche le “armi” di Francesco – com’era accaduto con quelle di Gesù – vengono spuntate; l’esplosività del suo messaggio, disinnescata.
Gesù, l’uomo che dice «Non sono venuto a portare pace, ma una spada», l’uomo che con una frusta, scaccia i mercanti dal Tempio, accusandoli di averlo trasformato in «una spelonca di ladri», l’uomo che inveisce contro scribi e farisei («Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché siete simili a sepolcri imbiancati, che all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume»), l’uomo che allontana, violentemente, Pietro («Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini») diventa il “Bambinello”: un’innocua, ingenua creatura, la cui innocenza e il cui candore non spaventano né preoccupano nessuno. Anzi: fanno sentire tutti più buoni, seppure per il tempo di una cena in famiglia, una tombola, un brindisi, un accecante lampo di consumismo e, forse, una messa di vigilia.
Allo stesso modo, Francesco, che usa parole durissime contro i frati “mondanizzati” («Avete tradito la povertà, sposa di Cristo, per amor del mondo!»), contro chi disprezza i poveri («Quando insulti un povero, insulti Cristo stesso»), contro chi cerca il denaro («Il denaro è lo sterco del demonio»), contro prelati e clero corrotto («Guai a quel religioso che è stato posto in alto e non vuole scendere per volontà propria!»), contro i religiosi ipocriti («Molti religiosi, con la sola apparenza della santità, sono amici dei demoni»), contro i governanti («Restituite al Signore quello che gli appartiene. Fate penitenza dei vostri peccati, perché non siete immortali») e persino contro sé stesso («Frate asino, devi portare il peso e non ribellarti»), diventa il “Poverello”, un termine che, nel senso comune – oltre all’accezione paternalistico-commiserativa – viene associato anche a significati tutt’altro che positivi: “scemo”, “meschino”, “fallito”, “pezzente”, “fuori di testa”…
La storia diventa fiaba
Morale? La Storia diventa fiaba. Un’innocua fiaba buonista. Il lupo, diventa agnello; il ruggito, belato; le fauci, sorrisi, le grida, sussurri, le parole, suoni, le “spade”, fiori.
Il mondo – tanto quello cristiano quanto quello laico – non poteva (né potrà mai) reggere la forza rivoluzionaria di Cristo né quella reazionaria (nel senso del richiamo a ritornare alle origini del messaggio cristiano) di Francesco. Aveva impiegato ben 12 secoli ad annacquare il vino del primo e non poteva certo rischiare che un secondo, zelante, vignaiolo cominciasse, nuovamente, a produrlo, per rimetterlo sul mercato, o tutti si sarebbero accorti che, per quasi 12 secoli, avevano bevuto un vino adulterato.
La balena e il pesce rosso
Per neutralizzare il rischio-Francesco, dunque, la Chiesa non aveva altra scelta che accoglierlo e istituzionalizzarlo. E, così, gli ha aperto la porta, lo ha fatto entrare e lo ha abbracciato così forte che, alla fine, ha finito col soffocarlo. Lo dimostra, “plasticamente”, il destino stesso della Porziuncola. Tre secoli dopo la morte del santo, infatti, la minuscola chiesetta restaurata dallo stesso Francesco viene inglobata da una Basilica (Santa Maria degli Angeli) lunga 126 metri, larga 65, la cui cupola esterna raggiunge i 75 metri. Una “balena” di oltre 200.000 metri cubi (l’equivalente di circa 1.200 Porziuncole) edificata per sovrastare e nascondere al mondo (con la scusa di proteggerlo) un pesciolino rosso di 7 metri per 4: meno di 170 metri cubi.
Se la Porziuncola può essere considerata la culla spirituale di San Francesco, Santa Maria degli Angeli ne rappresenta l’immensa lapide sepolcrale. Una pietra enorme che nessuno sarà mai in grado di rimuovere.
“Hic obiit beatus Franciscus” (“Qui morì [andò incontro alla morte] il beato Francesco”), si legge sopra la porta della Cappella del Transito, la piccola cella nella quale Francesco chiuse gli occhi per l’ultima volta. “Obiit”, non “requiescit” (“riposa”): Non sia mai che il santo possa risvegliarsi. E risvegliarci.
Festa nazionale
Pochi giorni fa, il Parlamento italiano ha votato, quasi all’unanimità, la reintroduzione della festività di San Francesco, patrono d’Italia. Il 4 ottobre – sospeso nel ’77, dal governo Andreotti IV, per ragioni di austerità economica ed efficienza produttiva [insieme a San Giuseppe (19 marzo), Ascensione e Corpus Domini (rispettivamente, 40 e 60 giorni dopo la Pasqua), SS. Pietro e Paolo (29 giugno) tranne a Roma] – tornerà, dunque, a essere festa nazionale. Scelta ineccepibile. Francesco non è solo uno dei santi universalmente più amati – proclamato patrono d’Italia da Pio XII nel 1939 – è anche considerato uno dei padri della lingua e della poesia italiane. Il suo “Cantico delle creature”, infatti, è uno dei testi in volgare italiano più antichi (e più belli) dei quali si conosca l’autore. Un testo fondamentale che, oltre all’innegabile fascino e valore poetico, ebbe un’importanza simbolica enorme nel dimostrare che la “lingua del popolo”, della “gente comune” (questo significa “volgare”) non era, necessariamente, inferiore al latino ma era anch’esso capace di poesia. Grandissima poesia, come avrebbe dimostrato, di lì a poco, il genio di Dante, Petrarca e Boccaccio.
Permettetemi solo un’ultima domanda: secondo voi, si tratta di una decisione volta a sottolineare l’importanza dei valori, sia religiosi che civili, incarnati da Francesco [povertà, umiltà, fraternità, pace, giustizia, amore e rispetto per ogni creatura], per sollecitare tutti – Stato, Chiesa, credenti e laici – a farli propri e ispirare a essi la vita quotidiana oppure – dato che tali valori risultano, oggi, negati e osteggiati in qualunque ambito – personale, familiare, sociale, politico, istituzionale o religioso, tanto in Italia quanto in gran parte dell’Occidente – la scelta di re-istituire la festa di San Francesco rappresenta la foglia di fico perfetta dietro la quale nascondere la deprimente nudità di un mondo che non ha la benché minima intenzione di far proprie le virtù del santo e, meno ancora, seguire il suo esempio.
Icona pop
Da tempo, Francesco, come Cristo, è stato ridotto a icona pop. Al pari di Gandhi, Martin Luther King, Che Guevara, John Lennon, Freddie Mercury, Mandela, Madre Teresa, Falcone e Borsellino. Volti e nomi da t-shirt e poster; personaggi per i presepi di San Gregorio Armeno. Ci strappano un sorriso, ci fanno recitare un inutile aforisma, per lo più inventato da chissà chi, sospirare una nostalgia senza peso e senza senso, e ci lasciano esattamente come ci hanno trovati.
«Se un giorno – ha scritto Carlo Bo in “Francesco d’Assisi, la santità impossibile” (Scritti sul sacro, Garzanti, Milano 1992) – pura ipotesi della fantasia, bussasse alla nostra porta san Francesco d’Assisi, che cosa potrebbe succedere?».
Potrebbe succedere qualunque cosa, è vero. Ma la domanda più vera e dolorosa di tutte è: siamo sicuri che succederebbe davvero qualcosa?