Gli ultimi rimarranno ultimi. La rimozione di Cristo dalla religione che porta il suo nome
Gli ultimi rimarranno ultimi.
La rimozione di Cristo dalla religione che porta il suo nome e la trasformazione della Fede in Morale, cuore di un sistema di controllo delle coscienze, necessario a garantire la stabilità di un ordine mondiale conservatore.
Premessa
Tema alto, difficile, delicato, complesso. Richiederebbe qualche centinaio di pagine, lo so. Dato, però, che oggi non legge più nessuno e che, quei pochi che leggono, faticano ad andare oltre le trenta pagine, cercherò di abbozzarlo in una dozzina di pagine di paragrafi il più possibile sintetici. Non un ragionamento: uno schema di ragionamento. La lastra di una radiografia che, in controluce, mostra lo scheletro del pensiero. Il resto, tutto il resto – ammesso che siate interessati a questo tema – dovrete approfondirlo per conto vostro. Procederò, dunque, per punti: una sorta di indice logico, più che una riflessione articolata.
Obiettivo? Evidenziare il filo rosso che, come un fiume carsico, attraversa la Storia della cristianità: la progressiva rimozione della parola di Cristo – soprattutto nei suoi aspetti più “rivoluzionari” – dalla religione che porta il suo nome.
La mia tesi – un’opinione, non una certezza – è che non si sia trattato di una rimozione casuale né sia frutto dell’ordine naturale delle cose. Credo, invece, sia stata – a seconda del momento – voluta, favorita, tollerata. Non so se si possa parlare di un disegno preciso, coerente e unitario. L’arco temporale è talmente ampio, che è davvero difficile immaginarlo.
È più probabile che – proprio come un fiume sotterraneo, che di rado risale in superficie – l’idea sia emersa più volte e altrettante volte si sia ri-inabissata, senza, però, arrestarsi mai.
Una cosa, però, è chiara: come accade per ogni fiume, l’acqua, sgorgata da una sorgente lontana, è sfociata in un mare – il presente – sempre meno “salato” («Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa sarà salato? A nulla serve più, se non per essere gettato fuori e calpestato dagli uomini»: Matteo 5,13), nel quale è sempre più difficile, soprattutto nel nostro Paese e nell’Occidente più secolarizzato, trovare la parola di Cristo autenticamente vissuta, se non in piccole comunità, quasi del tutto prive di visibilità, rilievo e credito. Eccezioni che confermano la regola.
Nota: quando uso il termine “Chiesa” mi riferisco alla Chiesa-Potere. Parlo, cioè, della Chiesa “meretrice”, non di quella “santa”. È vero: nessuna Istituzione è monolitica. E la Chiesa non fa certo eccezione. Al suo interno, cioè, coesistono diverse concezioni, visioni, correnti di pensiero, portatrici di diversi obiettivi – spesso anche politici – e di diversi metodi per perseguirli. È sempre stato così ed è così anche oggi. Non sarebbe corretto, dunque, sostenere che responsabilità, colpe e omissioni di cui parlo siano da ascrivere alla Chiesa nella sua totalità. Se sono esistite ed esistono leadership corrotte o scarsamente sensibili al messaggio di Cristo, non significa affatto che l’intera Istituzione lo sia. E la storia della Chiesa è storia di grandi conflitti – spesso anche molto aspri – tra diverse visioni.
Quando parlo di quelle che a me sembrano pagine tutt’altro che edificanti nella parabola storica della Chiesa-Potere, dunque, parlo, ovviamente, delle responsabilità di quelle leadership che l’hanno guidata, in determinati periodi. Da cristiano – seppure aconfessionale – però, credo, con Simone Weil, che il vero male non sia il male assoluto, “ma la mescolanza del bene e del male”. Solo dove c’è questa mescolanza, infatti, il nostro sguardo – distogliendosi dalla quota preponderante di male dentro di noi e concentrandosi sulla minuscola quota di bene – ci porta ad auto-assolverci, come se un puntino bianco al centro di una parete nera potesse rendere bianca l’intera parete.
Quando parlo di “cattolici”, infine, non parlo dei cattolici che vivono un’autentica dimensione di Fede, guidati dalle parole e dall’esempio di Cristo. Mi riferisco alla visione di sedicenti credenti – benpensanti, conformisti, conservatori, per lo più reazionari – tutt’altro che disposti a riconoscersi nelle parole di Cristo e, soprattutto, a mettere in pratica i suoi insegnamenti.
La marginalizzazione di Cristo dalla Fede che porta il suo nome
Cristo è stato, senza ombra di dubbio, il più grande rivoluzionario della Storia. Nessuno, più di lui, ha rivoluzionato il tempo. Ogni tempo: dal suo al nostro.
«Ama il tuo prossimo come te stesso» (Matteo 22,37-40); «Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano» (Matteo 5,44); «Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio» (Luca 6,20); «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio» (Marco 10,25); «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Marco 8,34), «perché chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia la troverà» (Matteo 16,25). Riuscite a immaginare parole più rivoluzionarie e scandalose di queste?
La più grande damnatio memoriae della Storia
Un po’ troppo rivoluzionarie e scandalose, ammettiamolo. Per il suo mondo. E anche per il nostro. L’establishment di allora lo ha crocifisso. Gli establishment che si sono susseguiti dopo di lui, hanno fatto persino di peggio: prima lo hanno rinnegato…
«Abbiamo corretto l’opera Tua e l’abbiamo fondata sul miracolo, sul mistero e sull’autorità», dice il Grande Inquisitore a Gesù, nelle segrete del palazzo del Santo Uffizio di Siviglia. […] Noi non siamo con Te, ma con lui, ecco il nostro segreto! Da lungo tempo non siamo più con Te, ma con lui» (Dostoevskij, I fratelli Karamazov)
…poi lo hanno rimosso e dimenticato. La più grande, scandalosa e reazionaria operazione di damnatio memoriae di sempre.
Un vino troppo forte
Perché? Perché la parola di Cristo era un vino troppo forte, troppo potente. Inebriava, ubriacava, faceva perdere la testa. E nessun establishment può – né potrà mai – accettare il fatto che la gente perda la testa. Significherebbe mettere a rischio l’unica cosa alla quale gli establishment di ogni epoca tengono più di ogni altra: l’ordine costituito. Costituito da loro, beninteso. Se quell’ordine salta, salta tutto: establishment compreso. Un rischio che il Potere non ha alcuna intenzione di correre.
La crocefissione: l’autogoal più clamoroso
Problema: non solo la parola di Cristo era il vino più dolce che l’umanità avesse mai assaggiato («Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me non morirà in eterno»: Giovanni 11, 25-26) ma la crocefissione si era rivelata un colossale errore politico. Il più clamoroso autogoal della Storia.
L’unico uomo per il quale la Storia si è divisa in prima e dopo
Un semisconosciuto e controverso predicatore ebreo – figlio di una modesta famiglia della Galilea (microscopica e insignificante regione dell’immenso Impero di Tiberio), destinato a essere dimenticato nel giro di pochi anni – era stato, infatti, trasformato in un martire, il cui nome e le cui parole avrebbero affascinato e sconvolto il mondo, fino a rendere quel predicatore l’unico essere umano per il quale la Storia sarebbe stata divisa in due: prima e dopo del suo passaggio.
In poco meno di quattro secoli dalla crocifissione di Cristo (30–33 d.C.), il cristianesimo – dopo aver ottenuto la libertà di culto con l’Editto di Milano (313) – sarebbe diventato religione ufficiale dell’Impero Romano, con l’Editto di Tessalonica (380). In quei secoli, nonostante persecuzioni più o meno estese – da quelle di Nerone (64 d.C.) fino alla “grande persecuzione” di Diocleziano e dei tetrarchi (303–311), passando per gli editti di Decio (249–251) e Valeriano (253–260) – la nuova fede continuò a diffondersi, senza mai arrestarsi del tutto. Oggi, tra cattolici, ortodossi e protestanti, poco meno di 2,5 miliardi di persone, circa un terzo della popolazione mondiale, si riconoscono nelle parole di quello sconosciuto e controverso predicatore ebreo.
Chiesa: il potere più longevo di tutti
Per capire meglio la portata del fenomeno del quale stiamo parlando, vale la pena riflettere su un’evidenza storica sulla quale riflettiamo assai raramente: la Chiesa cattolica è l’istituzione più longeva che conosciamo, in continuità da quasi duemila anni. Nessun altro potere politico ha avuto un simile arco temporale. A titolo di confronto: l’Impero Bizantino è durato poco più di 1.100 anni, il Sacro Romano Impero circa 800, l’Impero Ottomano oltre 600, l’Impero Romano d’Occidente poco più di 500, quello Spagnolo poco più di 400, l’Impero Britannico circa 400. Una longevità che fa impallidire anche i più temuti poteri del Novecento: l’Unione Sovietica (69 anni), il regime di Salazar in Portogallo (41), il Franchismo (36), il Fascismo (21), il Terzo Reich (12). Credete possa essere un caso?
Annacquare il vino
Visto che nessuno riusciva a fermare la parola di Cristo, all’establishment restava un’unica strada: impadronirsi del messaggio, devitalizzarlo e neutralizzarlo. Bisognava annacquarlo, edulcorarlo, ridurlo a una favoletta buonista. Una di quelle storielle della buonanotte che si raccontano ai bambini quando si mettono a letto, perché si addormentino sereni e facciano sogni d’oro. Non temano: a loro, non accadrà nulla di male, c’è chi veglia sul loro sonno.
Potremmo dire che, se a Cana, Gesù aveva trasformato l’acqua in vino, nel corso dei secoli, l’establishment-Chiesa ha trasformato in acqua il vino della parola di Cristo. Ora, ne possiamo bere quanta ne vogliamo: noi, non ci ubriacheremo mai e il Potere non correrà più alcun rischio.
Gesù? un giovane che si è lasciato prendere la mano…
“Tranquilli, piccolini: per avere la vita eterna, non c’è alcun bisogno di fare tutte quelle cose assurde delle quali parlava Gesù. Era un bravo ragazzo, intendiamoci, ma era giovane e sapete come sono i giovani: vogliono sempre cambiare il mondo. E, così, si lasciano prendere dall’entusiasmo e finiscono con l’esagerare. E poi tocca a noi vecchi rimettere le cose a posto.
Volete la vita eterna? Non vi dannate per fare le cose impossibili che chiedeva Gesù: amare i nemici, rinnegare sé stessi, perdere la propria vita, vivere in povertà: ma che esagerazioni! Non serve essere così radicali: è tutto molto più semplice: fate quello che vi diciamo noi e non avrete alcun problema”.
Il dilagare dei cattolici-non-cristiani
Da un certo momento in poi, per ottenere la vita eterna, la Fede in Dio non è apparsa più indispensabile. Nell’opinione comune, bastava avere fede nella Chiesa. Dopotutto, era lei, non Lui, a rilasciare il “passaporto” per l’aldilà. E, nella confusa coscienza dei più (cattolici e no), è così ancora oggi. È questa errata vulgata alla base di un fenomeno, a mio avviso, molto più preoccupante di quanto non ci appaia: il dilagare dei cattolici-non-cristiani.
Sembra una contraddizione in termini. Purtroppo, però, non lo è. Sono sempre di più, infatti, le persone che si considerano cristiane, ma che non accettano gli insegnamenti di Cristo e si rifiutano di metterli in pratica. Insegnamenti, evidentemente, inconciliabili con la loro visione della vita. La maggior parte dei cattolici-non-cristiani, infatti, non è disposta ad amare il prossimo – tantomeno chi la odia, a perdonare sempre (questo significa il perdona “settanta volte sette” di Matteo 18, 21-22: il senso, ovviamente, non è letterale, ma indica il perdonare senza limiti), a non giudicare, a non accumulare ricchezze, a vivere in povertà, a non desiderare le donne e le cose degli altri, a non mentire, a non testimoniare il falso…
Siamo o non siamo cattolici?
Se non fosse così, come si spiegherebbero fenomeni, tutt’altro che cristiani, come l’odio verso gli immigrati (il 30/35% degli italiani dichiara sentimenti contrari all’immigrazione), l’insofferenza verso i poveri (manifestata dal 23/24% degli italiani: “chi è povero spesso se lo merita”, “gli aiuti sono soldi sprecati”), i femminicidi (circa ¾ dei femminicidi sono commessi da italiani), la violenza sulle donne (circa 1 donna su 3, in Italia, ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della sua vita e circa 3 aggressori su 4 sono italiani), l’omofobia (il 20–25% degli italiani manifesta opinioni apertamente omofobe, contrarie a relazioni e diritti LGBT+)?
Delle due l’una, dunque: o non è vero che così tanti italiani sono cattolici o la maggioranza degli italiani che si dichiarano cattolici se ne frega della parola di Cristo.
Minimo sforzo, massimo risultato
Secondo questi fake-cattolici, dunque, Cristo esagerava. La Chiesa appare loro molto più ragionevole. Meglio seguire lei. Minimo sforzo, massimo risultato.
Confessione falsa = perdono nullo?
E poi, si può sempre approfittare (anche in malafede) della confessione (il sacramento della riconciliazione, secondo la definizione del Vaticano II), per ritenersi liberi dal peccato e tornare, sereni, alla propria vita. Attenzione, però: non a una nuova vita – all’insegna del «Va’ e d’ora in poi non peccare più» (Giovanni, 8, 11) – ma alla stessa vita di prima! Vale a dire, tornare a commettere quegli stessi peccati per i quali si è appena chiesta l’assoluzione, illusi di averla ottenuta. Costoro ignorano o fingono di ignorare che, senza un pentimento sincero e un vero proposito di cambiamento, quell’assoluzione, in realtà, non vale nulla.
Che senso ha credere in un Dio che si lascia prendere in giro?
Davvero c’è qualcuno seriamente convinto che un’assoluzione estorta in malafede – mentendo o dichiarando un falso pentimento – possa essere una vera assoluzione? Non è poi così difficile credersi più furbi del sacerdote che ci confessa ma pensiamo davvero di essere più furbi di Dio? E che razza di Dio è se siamo più furbi di lui? Non solo: abbiamo davvero bisogno di credere in un Dio che si fa prendere in giro tanto facilmente? Ma, soprattutto: che senso ha credere in un Dio del genere?
L’amore di Dio non è gratis: bisogna guadagnarselo
Ma perché mai dovrebbe essere necessario un “passaporto” per l’aldilà? Perché, nel tempo, la Chiesa-Potere ha convinto gli esseri umani che l’amore di Dio non è gratuito. Sbagliavano San Paolo: «È per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi, è il dono di Dio; non è frutto delle opere, affinché nessuno se ne vanti», e San Tommaso: «La grazia è un dono gratuito, mediante il quale Dio infonde nell’uomo il proprio amore e la vita spirituale»? No, naturalmente. Ma il messaggio che si è imposto, nella coscienza comune, è stato l’opposto: la grazia bisogna meritarsela, “guadagnarsela”.
Credere in Dio non è necessario: è sufficiente credere nella Chiesa
«Chi crede in me avrà la vita eterna», diceva Gesù. Nel tempo, però, la convinzione che si è diffusa nei più è che basti credere nella Chiesa. «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi; a chi li tratterrete saranno trattenuti» (Giovanni 20, 22-23). Nessuno, dunque, andrà in Paradiso a dispetto della Chiesa. Una falsa convinzione, che non ha mai trovato riscontri nella dottrina cattolica, ma che la Chiesa-Potere ha finito con l’alimentare con la vendita delle indulgenze. Una pratica che non solo determinò lo strappo irreversibile della Riforma luterana (anche secondo il teologo agostiniano Lutero, infatti, «la salvezza è solo per grazia mediante la sola fede») ma che segnò per sempre l’immagine della Chiesa di Roma.
Una trentina di anni dopo l’affissione – storia o leggenda che sia – delle famose 95 Tesi (1517) di Lutero sulla porta della Chiesa del castello di Wittenberg, il Concilio di Trento (1545-1563) ribadirà che la salvezza è un dono di Dio, condannando chiunque sostenga che l’uomo possa salvarsi da solo, attraverso le proprie forze o azioni, senza l’intervento divino della grazia. Troppo tardi. Il dado, ormai, era tratto. Impossibile tornare indietro. Non nell’opinione comune, almeno.
L’indulgenza non cancella il peccato
Sulle indulgenze, però, è necessaria una, breve ma fondamentale, precisazione. Al contrario di ciò di cui sono convinti i più (cattolici e no), esse non cancellano affatto i peccati. Non basta, ad esempio – come pensano credenti e laici che si affidano ai “si dice” – attraversare la Porta Santa per tornare puri come gigli. È necessario confessarsi, comunicarsi, pregare per le intenzioni particolari che il Papa indica come rilevanti per la Chiesa universale e, naturalmente, allontanarsi, davvero, dal peccato.
Solo l’assoluzione, infatti, cancella i peccati gravi. L’indulgenza serve a ridurre (indulgenza parziale) o eliminare (indulgenza plenaria) le pene temporali dovute a tali peccati, vale a dire le conseguenze spirituali che essi lasciano – anche se la colpa è stata perdonata – e che devono essere espiate, o in questa vita o, dopo la morte, nel Purgatorio.
Contrizione vs attrizione
A proposito di confessione, inoltre, la Chiesa distingue tra contrizione e attrizione. La contrizione è il pentimento pieno e sincero, motivato dall’amore di Dio. L’attrizione, invece, è un pentimento imperfetto, mosso dalla paura del castigo divino o dal disgusto per le conseguenze del peccato.
La contrizione – se accompagnata dal sacramento della Confessione o, in certi casi, dal sincero desiderio di confessarsi – cancella il peccato anche prima di ricevere l’assoluzione sacramentale. L’attrizione, invece, senza la Confessione, non è sufficiente a ottenere la piena remissione dei peccati gravi, ma, con la grazia di Dio, dispone il fedele a ricevere validamente il sacramento. Essa serve ad avviare il percorso di riconciliazione con Dio, che deve includere sempre, da parte del fedele, l’intenzione di confessarsi al più presto.
Il giudizio dell’uomo si sostituisce a quello di dio
Tornando a noi: è davvero così importante stabilire se è la Fede o sono le opere a salvarci? Giudicate voi: se è l’uomo – e non Dio – che decide chi merita la salvezza e chi no, è evidente che il destino dell’umanità è nelle mani dell’uomo e non in quelle di Dio. È come se fosse l’uomo, non Dio, a dire agli uomini cosa fare o non fare. È lui, non Dio, il vero giudice. Davvero Dio si atterrà alle decisioni dell’uomo? Se fosse così, non significherebbe forse che l’uomo è superiore a Dio? Quanti fedeli, di ieri e di oggi, sono stati e sono in grado di capire come stanno davvero le cose?
La vita eterna ha un prezzo ed è qui che si comincia a pagare
Pochi, purtroppo, visto che l’idea che l’amore di Dio si debba meritare è arrivata fino a noi e che la stragrande maggioranza dei “cristiani da pasticceria” (l’espressione è di Papa Francesco) ne sono fermamente convinti.
I Vangeli sono enigmatici? Parlano per metafore non sempre facili da interpretare? Non è facile mettere in pratica le parole di Cristo? Nessun problema: il Catechismo ha reso tutto chiarissimo: sembra quasi che basti seguire le istruzioni.
Commettiamo degli errori? Niente paura: il peccato fa parte della condizione umana. Per fortuna, però, c’è la confessione/riconciliazione e l’anima può tornare come nuova. Ricordate il film Fame? «La fama ha un prezzo. Ed è qui che si comincia a pagarlo»: «La vita eterna ha un prezzo. Ed è qui che si comincia a pagare», potremmo parafrasare.
La morale sostituisce la Fede
Se – come troppi, oggi, credono – la vita eterna non si ottiene in virtù della Fede, dono della Grazia, ma si guadagna con le opere, è evidente che la via per la salvezza non è più rappresentata dalla Fede ma dalla morale. Il che significa che la morale diventa più importante della Fede.
Semplifico eccessivamente? Sicuri? Provate a verificare di persona: chiedete ai cattolici che conoscete cosa sia la Fede cristiana: nove su dieci, vi risponderanno enunciando una serie di dettami morali, più o meno importanti (no a masturbazione, sesso pre-matrimoniale, omosessualità, aborto, divorzio, eutanasia…), dimostrando come, nell’opinione comune, la Fede venga, erroneamente, identificata con la morale.
La Fede non è una morale
Eppure la differenza tra Fede e Morale è enorme. Innanzitutto, perché la morale è un insieme di principi, norme e valori che guidano il vivere pratico, le azioni quotidiane dell’uomo. Si occupa, cioè, della vita terrena; dell’aldiqua, non dell’aldilà.
La Fede, invece – secondo la definizione di San Tommaso – è una «virtù infusa da Dio, per cui si crede in Dio e in ciò che Egli ha rivelato». E qual è la rivelazione più importante di tutte, se non la “morte della morte”, vale a dire la resurrezione?: «Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno» (Giovanni 11, 25-26). La Fede, in quanto fede nella Resurrezione, riguarda, dunque, il trascendente: la vita ultra-terrena; l’aldilà più che l’aldiqua.
La morale è una conseguenza della Fede, non viceversa
La Fede, quindi, non dipende dalla morale. (Del resto, per essere “buoni” e “comportarsi bene”, non c’è affatto bisogno di credere in Dio). La morale cristiana, semmai, è una conseguenza della Fede. È del tutto ovvio, infatti, che chi crede in un Dio il cui comandamento più importante – dopo l’amore per Dio stesso – è “Ama il prossimo tuo come te stesso” (non ci sono – dice Gesù – comandamenti più importanti di questi) non adotterà comportamenti né commetterà azioni immorali.
Tutto questo, ovviamente, non significa affatto che – siccome l’uomo si salva per merito dell’amore di Dio e non delle proprie azioni – allora può fare quello che gli pare, tanto l’amore di Dio lo salverà in ogni caso. Come appena detto, infatti, se uno crede davvero in Dio e nei suoi comandamenti dell’amore, compirà scelte e azioni in linea con tali comandamenti.
La morale cambia. Dio no.
Ma c’è un’altra differenza fondamentale tra Fede e morale: mentre né l’essenza né l’oggetto della Fede cambiano, la morale degli uomini cambia continuamente. Da duemila anni, i cristiani credono nello stesso Dio (che, poi, è lo stesso Dio di ebrei e musulmani, cosa che in troppi ignorano o fingono di ignorare). In questi stessi duemila anni, però, la morale cristiana e le sue interpretazioni sono cambiate fin troppe volte. E continuano a cambiare. Fatto inevitabile, dal momento che la morale è elaborata e codificata dagli uomini e, quindi, si trasforma. Muta la concezione dell’esistenza – condizione, valori, bisogni, volontà… – e, di conseguenza, mutano le leggi e la morale. Ciò che era buono e giusto ieri, potrebbe diventare cattivo e ingiusto domani, così come ciò che ieri era cattivo e ingiusto, potrebbe diventare buono e giusto domani. In chi abbiamo davvero Fede, se crediamo nella morale mutevole degli uomini? In Dio o negli uomini?
Morale cattolica spesso per nulla cristiana
Cambiamenti che, fin troppo spesso, hanno portato a comportamenti che non si possono certo definire conformi alla morale cristiana (nemmeno a quella laica, del resto). Mi riferisco a orrori quali Crociate, Inquisizione, persecuzioni di eretici e movimenti religiosi, mercimonio delle indulgenze, simonia, colonialismo, conversioni forzate e sfruttamento di popoli indigeni, sostegno, complicità o tolleranza nei confronti di efferati regimi autoritari (Fascismo, Nazismo, Franchismo, dittature militari in Cile, Argentina, Brasile…), scandali finanziari, come quelli che hanno coinvolto IOR e Banco Ambrosiano, abusi sessuali, pedofilia…
È evidente, dunque, che, nel corso dei secoli, la prassi cattolica ha tradito più volte la parola di Cristo. Da un lato, giustificando orrori come quelli appena ricordati, dall’altro, arrivando a “normare” ambiti che Cristo non aveva ritenuto necessario approfondire, in quanto ricompresi nei comandamenti dell’amore. E, così, mentre Gesù riduce il senso autentico dei “Dieci comandamenti” a due comandamenti fondamentali (l’amore per Dio e l’amore per il prossimo), il Catechismo della Chiesa Cattolica dedica oltre 200 paragrafi (nn. 1949–2557, su un totale di 2865) alla “Legge morale”. La domanda è: che cosa, esattamente, del “Ama il prossimo tuo come te stesso” è così difficile da capire, da necessitare di così tante e così dettagliate integrazioni?
Chiesa cruna dell’ago
Ma perché la Chiesa-Potere ha ritenuto necessario trasformare la Fede in Morale? Per trasformare sé stessa nell’ago della bilancia, che indica e separa i “sommersi” dai “salvati”. La Chiesa, dunque, è diventata la cruna dell’ago, attraverso la quale deve passare chi vuole entrare in Paradiso e meritare la vita eterna.
Chi controlla le coscienze domina gli uomini
È del tutto evidente che il sistema più efficace per controllare l’agire dell’uomo è controllarne la coscienza. «A chi tocca dominare gli uomini se non a coloro che ne dominano la coscienza […]?» (Dostoevskij, I fratelli Karamazov). E chi – se non il Potere – ha interesse a dominare gli uomini?
Rendete a Cesare, ciò che è di Cesare
Al Potere non interessa l’aldilà. Nell’altra vita – ammesso che ce ne sia davvero una – gli uomini potranno fare quello che vogliono. L’unica cosa che interessa al Potere è che in questa vita – l’unica certa – gli uomini si comportino come vuole lui.
E dato che le parole di Cristo («Il sabato [vale a dire “la Legge”] è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato»: Marco 2,27; «Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra»: Giovanni 8,7) minavano – e minano – alla base la legittimità e, quindi, la sopravvivenza stessa del Potere, è del tutto evidente che tali parole – dal momento che non potevano essere cancellate – dovevano essere “corrette”.
La parola di Cristo piegata agli interessi del potere
La legge di Cesare, infatti, non può assolutamente essere soggetta alla legge di Dio, altrimenti Cesare perderebbe il proprio potere. E il Potere-Chiesa non poteva certo fare eccezione. Per questo la parola di Cristo è stata corretta e piegata alle esigenze del Potere-Chiesa e, di conseguenza, Cristo è stato marginalizzato, per non dire escluso, dalla stessa religione che porta il suo nome. Non nella dottrina ufficiale, certo, ma nella percezione comune della maggioranza dei cattolici e nel loro agire quotidiano.
La Pastorale tradisce la Dottrina
Il problema, quindi, non è la dottrina della Chiesa. Anche perché nessun essere umano è obbligato a convertirsi né ad accettare dogmi quali la Trinità, la creazione a opera di Dio, l’incarnazione, la resurrezione, l’immacolata concezione, la verginità di Maria, la santità della Chiesa o l’infallibilità del Papa.
Il problema, semmai, è la Pastorale: vale a dire l’insieme delle pratiche, delle iniziative e degli insegnamenti che la Chiesa mette in atto per educare, guidare e accompagnare, spiritualmente, i fedeli. In altre parole: la dottrina dice cosa la Chiesa cattolica ritiene sia vero e giusto secondo Dio; la pastorale spiega alle persone come vivere secondo le verità della Fede cristiana.
È evidente che la degenerazione, nella percezione di un numero sempre crescente di cattolici, di cosa sia davvero il cristianesimo e cosa significhi essere cristiani, non è colpa della Fede cristiana in sé. È colpa, semmai, del modo nel quale essa viene spiegata, unitamente al fatto che sono sempre meno le persone disposte a credere davvero nel messaggio di Cristo e a testimoniarlo con la propria vita.
Se suoniamo male, la colpa non è della musica
Se suoniamo male un Notturno di Chopin, la colpa non è certo della musica né dello spartito di Chopin. Essa, semmai, è nel fatto che il nostro insegnante di musica non ha saputo spiegarci cosa sia davvero la musica, chi sia Chopin e come si debbano suonare i suoi Notturni. Oltre, naturalmente, al nostro scarso talento e al fatto che, evidentemente, non abbiamo tutto questo interesse per la musica e per Chopin. Lo stesso vale per la Fede, la parola di Dio e cosa significhi davvero essere cristiani.
Ora: se insegniamo male la musica, Chopin e i suoi notturni, il danno sarà piuttosto limitato. Al massimo, avremo creato qualche mediocre pianista, che non avrà mai un grande seguito. Se, invece, insegniamo male la Fede, la parola di Dio e cosa significhi davvero essere cristiani il danno è immenso. Un danno che può produrre degenerazioni preoccupanti. Un piano inclinato pericoloso che potrebbe persino portare alla dissoluzione stessa del cristianesimo.
Penso, ad esempio, a estremi ugualmente pericolosi quali il lassismo (“siccome credo in Dio, faccio come mi pare, tanto mi salverà: è il suo mestiere, no?”) e il rigorismo di certi fondamentalismi – lefebvriani, “sedeprivazionisti” (che pensano che la sede papale sia vacante da oltre sessant’anni) o tradizionalisti estremi – che rifiutano il Vaticano II e la legittimità dei papi post-conciliari, e a quel dilagare dei cattolici-non-cristiani del quale ho parlato: neo-manichei, che dividono il mondo in male assoluto e bene assoluto (laddove, ovviamente, il bene assoluto sono loro e il male assoluto tutti gli altri); neo-farisei: “sepolcri imbiancati”: “belli fuori, ma dentro pieni di ossa di morti e di ogni impurità” che, all’esterno, appaiono giusti agli uomini, ma dentro sono “pieni di ipocrisia e iniquità”; neo-filistei: chiusi, materialisti, superficiali, interessati soltanto al profitto e al successo esteriore.
Il Potere-Chiesa garante dell’ordine sociale
È grazie all’agire corrosivo e inarrestabile delle acque tutt’altro che limpide di questo fiume carsico che, nel corso dei secoli, la potenza rivoluzionaria del messaggio di Cristo è stata diluita, marginalizzata e, lentamente, dimenticata. Nello stesso tempo, la legge morale cattolica ha occupato il centro della scena, e il Potere-Chiesa è diventato il garante della stabilità dell’ordine sociale. Un ordine, ovviamente, conservatore (il Potere è, per sua natura, contrario a qualsiasi cambiamento), che mette al riparo élite, alta borghesia e strati sociali più abbienti, dalle “pretese” di chi, nei seminterrati della piramide sociale, chiede eguali diritti, politiche sociali e pari opportunità.
Gli ultimi rimarranno ultimi e i primi, primi
Non a caso – dall’oriente putiniano all’occidente trumpiano – sono sempre di più i Paesi governati da forze nazionaliste/sovraniste/illiberali che, mentendo, dichiarano di ispirarsi ai valori cristiani e che si legano, pubblicamente, alla Chiesa cristiana – Cattolica, Ortodossa o Protestante – di riferimento dei rispettivi elettorati, con l’unico scopo di mietere consensi tra quelle élite – conservatrici, reazionarie, borghesi, conformiste – spaventate dai rischi paventati dalle mille armi di distrazione di massa, messe in giro dagli establishment stessi.
Quasi duemila anni dopo le nozze di Cana, dunque, il vino è tornato acqua. Un miracolo-al-contrario, necessario per rovesciare l’inquietante profezia di Matteo 20,16: «Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi». Grazie a questo radicale cambio di prospettiva, infatti, i primi possono stare tranquilli: essi sono e rimarranno primi. E gli ultimi, ovviamente, rimarranno ultimi.
Amen.