Polarizzazione: di parole muoiono le democrazie
Le democrazie non muoiono più sotto i colpi dei carri armati. Un bene? Sì. Da un certo punto di vista, almeno. Se, però, proviamo a cambiare prospettiva, dobbiamo riconoscere che i carri armati avevano un “pregio” che alle armi di oggi manca del tutto: erano visibili. Quando i cingoli entravano in città e i cannoni puntavano le nostre finestre, non c’erano dubbi. Il nemico non era alle porte: era già in casa.
Oggi, quella visibilità e quella chiarezza non ci sono più. Il visibile non esiste: è solo frutto di manipolazione. Affidabile quanto una banconota del Monopoli. Non vediamo la realtà. Vediamo la forma che qualcuno dà alla realtà. E, mentre le opinioni pubbliche si accapigliano per stabilire cosa sia bene e cosa male, cosa vero e cosa falso, cosa giusto e cosa ingiusto, chi abbia ragione e chi torto… l’invisibile – l’arma più letale di tutte – è libero di colpirci e affondarci quando vuole.
Le democrazie muoiono dall’interno, per avvelenamento progressivo. Una sorta di mitridatizzazione al contrario: non piccole dosi per immunizzarsi, ma dosi sempre più forti per uccidere.
Di quale veleno parlo? Del più naturale e diffuso del mondo; un veleno da sempre… sulla bocca di tutti: le parole.
In natura, non esiste nulla di più mortale. Sottolineo spesso (repetita iuvant o, almeno, lo spero) che avvelenare le parole significa avvelenare coscienze, pensieri, logiche, convinzioni, scelte e decisioni. La più inarrestabile e devastante delle fissioni nucleari. Parole sbagliate generano pensieri sbagliati, logiche distorte, convinzioni errate. E, da lì, scelte e decisioni altrettanto sbagliate. Una deriva senza ritorno.
Aveva ragione il Siracide, che ricordo spesso, per la potenza di certe rivelazioni: «Felice chi è al riparo dalla lingua, chi non è travolto dal suo furore, chi non ha portato il suo giogo e non è stato legato con le sue catene».
E – dato che, da un bel pezzo, siamo tutti travolti dal furore della lingua (i mille, esasperati ed esasperanti, dibattiti quotidiani lo dimostrano) – di certo non possiamo dirci felici, costretti come siamo a portare giogo e catene.
Quasi ovunque in Occidente, la democrazia è una macchina senza volante e senza freni, lanciata, a gran velocità, lungo un piano inclinato in forte pendenza. In fondo, l’attende un enorme muro di cemento. Lo schianto è inevitabile. In qualche Paese – né piccolo né irrilevante – è già avvenuto. In altri, è solo questione di tempo.
Il Potere conosce bene il furore della lingua. Per questo – come ho scritto più volte – avvelena le parole in modo che esse avvelenino noi.
Ormai più inquinate del Karachay (un lago quasi prosciugato, utilizzato per decenni come discarica per scorie radioattive), parole come “libertà”, “verità”, “giustizia”, “diritti”, “democrazia” hanno perso forza, valore e fascino. Nessuno le ama più. E, dunque, nessuno le desidera, le promuove, le difende, le condivide più.
Risultato: nessuno crede più a niente. La condizione più pericolosa di tutte, perché chi non crede più a niente, finisce col credere a qualunque cosa.
A tutto questo, il Potere aggiunge un potentissimo “moltiplicatore”: il magnete più potente che esista. Come ogni magnete, esso non tollera il centro. Inteso non come area politica ma come luogo della mediazione. Non sopporta, cioè, l’agorà: la piazza nella quale, provenendo da direzioni diverse, ci si incontra, ci si conosce, ci si scambiano parole, esperienze, idee. In poche parole: ci si confronta. Il Potere odia l’agorà. Per questo la svuota, la desertifica, la rende inaccessibile e invivibile. E, infine, la chiude.
Il magnete non crea, non argomenta, non costruisce. Attrae e respinge. È la sua natura, punto. Più è forte, più la polarizzazione si esaspera; e più la polarizzazione si esaspera, più il magnete si rafforza, fino a costringere tutti a schierarsi: nord o sud, bianco o nero, amico o nemico.
Sotto la potenza disgregante e riaggregante del magnete, nulla resta integro. Tutto si frantuma, scomponendosi e ricomponendosi secondo la logica che il magnete impone. Nessuno riesce a mantenere equilibrio e misura: tutti si radicalizzano. Nessuno conserva un minimo di razionalità: tutti si abbandonano a rabbia e follia.
Trasformando il confronto in conflitto, la polarizzazione cancella, di fatto, la democrazia. Non appena opinioni pubbliche ed elettorati cadono nella trappola della radicalizzazione, infatti, la democrazia è già bella che andata.
Qualsiasi forma di “comunità” – amicizia, coppia, famiglia, società, Stato – si disintegra, incapace di vivere di confronto e partecipazione (l’essenza della libertà, come ricordava Gaber). Tutti vivono nel conflitto e di conflitto. E, così, il conflitto (pólemos) diventa davvero “il padre di tutte le cose”. E, secondo l’antica e più che collaudata logica del “divide et impera”, la polarizzazione diviene il più potente sistema di controllo ed esercizio del potere.
Il pluralismo è morto. Per ora, sopravvive solo il bipolarismo che, presto, lascerà il posto al pensiero unico. Ovvero al totalitarismo.
Se la democrazia vive “sul riconoscimento reciproco degli avversari” (Bobbio), è evidente che, quando questo riconoscimento viene meno, l’avversario diventa nemico. E, nel momento nel quale il nemico ci viene presentato come minaccia assoluta, ogni mezzo per eliminarlo appare non solo legittimo ma, addirittura, necessario.
Media, social network, leader e classi dirigenti non sono altro che strumenti al servizio del magnete. Il loro compito è mantenere sempre alta la febbre da polarizzazione.
I media semplificano e spettacolarizzano lo scontro, suscitando emozioni sempre più intense e speculando sulla nostra empatia; i social radicalizzano le posizioni, ridicolizzando e bannando qualunque distinguo e sfumatura; leader politici e classi dirigenti, infine – perfettamente consapevoli che, in termini di consenso, dividere paga infinitamente più che unire – creano continuamente nuovi nemici. Nemici esterni (potenze rivali), interni (minoranze, oppositori), economici (élite o poveri assistiti), ideologici (comunisti, fascisti, liberal, sovranisti…), culturali, morali (il diverso, il “decadente”), invisibili (terrorismo, complotti, pandemie).
Poco importa chi sia il nemico. Quello che conta è che ci sia. Più nemici ci sono, meglio è. “Viel Feind, viel Ehr” (“Molti nemici, molto onore”), no? Non si trovano nemici? Nessun problema: si creano! Del resto, senza nemici, leader e peones non saprebbero nemmeno chi sono.
«Avere un nemico – scriveva Umberto Eco – è importante […] per definire la nostra identità». «La democrazia regge se il nemico resta avversario; crolla quando il nemico diventa bersaglio e la vita pubblica si organizza come una “guerra civile fredda”». Ed è questo il punto nel quale ci troviamo. E l’aspetto più drammatico della vicenda è che la guerra è sempre più calda.
A nessuno importa trovare soluzioni. Le soluzioni sono come la kryptonite per Superman: fanno perdere i super-poteri. Eliminando le ragioni stesse del conflitto, priverebbero il magnete del proprio potere, riaprendo e rianimando l’agorà e rendendo inutile il ruolo ancillare di politici e classi dirigenti.
Per questo, il conflitto dev’essere mantenuto in vita. A qualunque costo. Solo così il Potere si garantisce l’immortalità e politici e classi dirigenti, la loro parassitaria e opulenta sopravvivenza.
La strategia della tensione si è reincarnata: ha il volto, innocente, di Dr. Jekyll (banche, piazze, treni e stazioni non saltano più in aria) ma l’anima folle e malefica di Mr. Hyde. Un mostro instancabile, che non dorme mai e che si moltiplica in mille schermi, mille voci, mille timeline. Colpisce con un turbinare incessante di news, post, tweet e dichiarazioni urlate che non concedono tregua. Nessuno ha più il tempo di capire, controllare, riflettere. La velocità diventa la prima arma del Potere: una corsa continua, nella quale la tensione cresce di ora in ora, e il conflitto — come un virus che si replica all’infinito — si autoalimenta.
L’importante è che nessuno vinca. Mai. Il conflitto deve rimanere permanente. E la tensione non deve mai ridursi fino a diventare sostenibile.
Ecco perché non ci può essere il minimo spazio per il compromesso, cultura e pratica senza le quali nessuna democrazia è in grado di sopravvivere. Ecco perché, negli ultimi decenni, il termine è stato, artatamente, caricato di connotazioni esclusivamente negative: tradimento, svendita, corruzione, squallido accordo di potere… Nella sua accezione virtuosa, che nessuno ricorda né pratica più, invece, il compromesso è tutt’altro: il cuore stesso dell’arte – tanto nobile quanto difficile – della vera politica.
Il compromesso è l’agorà. Senza di esso, non ci possono essere né politica né democrazia. La democrazia – sottolineava Bobbio – non elimina il conflitto: lo addomestica, lo rende civile. Recuperare la dimensione virtuosa del compromesso significa, dunque, restituire dignità alla politica e ossigeno alla democrazia.
In Come muoiono le democrazie, Levitsky e Ziblatt ricordano che i sistemi democratici si reggono su tolleranza reciproca e “forbearance”, intesa come una sorta di “limite di velocità” del potere. Chi governa, cioè, si autolimita, scegliendo, consapevolmente, di non usare ogni arma legale contro l’avversario né di sfruttare ogni cavillo per colpirlo.
Quando la polarizzazione erode questi due pilastri, i Parlamenti degradano in arene, la Magistratura viene trasformata in arma di parte, le Costituzioni non sono più valori fondanti condivisi ma catene da spezzare, pesi dei quali liberarsi. E, così, i check and balances democratici vengono spazzati via dalla logica del “winner takes all”: chi vince, prende tutto. Senza carri armati, cingoli e cannoni ma con una semplice calamita e una manciata di parole.
Così muoiono le democrazie.
In silenzio.
Tra milioni e milioni di like.