#MEMOBook. Il restauro della natura che cura l’indifferenza
La crisi ecologica che stiamo vivendo non lascia più spazio all’indifferenza. Se proteggere l’ambiente non basta più, come possiamo riportare in salute mari, foreste e gli altri ecosistemi? Quali strategie abbiamo per invertire il degrado ambientale? La risposta a questa domanda è, secondo le Nazioni Unite, il restauro della natura, vale a dire l’insieme di interventi volti a ripristinare ecosistemi danneggiati o distrutti per recuperare la loro biodiversità e le loro funzioni. Roberto Danovaro, uno degli scienziati più autorevoli a livello internazionale nel campo della biologia marina e della sostenibilità, affronta il tema in maniera chiara e approfondita nel libro Restaurare la natura. Come affrontare la più grande sfida del secolo (Edizioni Ambiente). Si tratta del primo volume in italiano dedicato al restauro ecologico, tema sempre più centrale nel dibattito ambientale, soprattutto dopo l’approvazione della Nature Restoration Law, la legge sul ripristino della natura, tanto da essere definita dall’autore come la più grande sfida dei nostri tempi.
Ma come si fa a curare un ecosistema? Come rigenerare boschi, fiumi e praterie marine in degrado? E quali resistenze – politiche, economiche, culturali – ostacolano questi interventi? Scrive Danovaro: “Il restauro degli ambienti rappresenta una nuova disciplina capace di integrare l’ecologia con le scienze sociali ed economiche. Si tratta però di una sfida, poiché restaurare gli ecosistemi degradati richiede molte competenze, proprio come avviene quando si cura un paziente affetto da patologie multiple (…) Ma ne vale la pena sia per la nostra salute sia per lo sviluppo economico. Negli ultimi anni, molti Paesi hanno stanziato importanti finanziamenti per il restauro degli ecosistemi danneggiati. Questi investimenti aumenteranno certamente in futuro, perché la Nature Restoration Law europea ci spinge a promuovere il restauro degli ecosistemi”.
Per gentile concessione dell’autore e dell’editore, pubblichiamo un estratto del libro.
Quando spiego ai miei studenti perché sia necessario restaurare la natura e come si possa fare, faccio l’esempio delle tante opere d’arte danneggiate dall’usura del tempo, da un terremoto, da un atto vandalico o da una guerra. Il restauro di un quadro o di una statua serve a restituire loro bellezza e integrità, un bene di tutti che deve essere consegnato a chi, oggi o domani, vorrà ammirarlo ed emozionarsi. Si tratta anche di un investimento con uno straordinario ritorno economico: basti pensare a quanti turisti visitano gli Uffizi, il Colosseo o le molte opere d’arte che abbiamo restaurato e preservato.
Per la natura vale lo stesso principio, anzi, di più: restaurare un ecosistema è più difficile che risanare un’opera d’arte. Nella natura esistono organismi e interazioni in continuo cambiamento, ogni elemento è imprevedibile. Abbiamo logorato e distrutto, spesso inconsapevolmente, un’enorme quantità di habitat, perdendo biodiversità e bellezza del paesaggio. Restaurare gli habitat danneggiati dall’uomo non è solo una questione etica o estetica: una natura integra migliora la nostra salute e previene disastri ambientali. Il restauro della natura non è un semplice atto ecologista, ma un gesto di egoismo dell’uomo che vuole vivere meglio. È il momento di occuparsene senza preconcetti.
Ho accettato la sfida di scrivere questo libro per spiegare quanto sia sciocca la disputa tra pro e contro il curare la natura. Il restauro della natura non si basa su principi ideologici, ma su evidenze e pratiche scientifiche, esattamente come il restauro dei beni culturali o le cure mediche. Dividersi su chi è a favore e chi è contro la cura della natura è privo di senso. Spero che questo libro aiuti tutti a rendersene conto.
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L’impronta dell’uomo
Il nostro pianeta è malato, e il sintomo più evidente di questa malattia è la perdita di habitat, la cui scomparsa mette a rischio la sopravvivenza delle specie. Si calcola che da mezzo milione a un milione di specie (circa il 25% del totale) potrebbe estinguersi nei prossimi 30 anni. I suoli un tempo fertili e ricchi di concime naturale (carbonio organico e altri nutrienti) sono sempre più poveri.
Siamo nel mezzo di una crisi idrica che sta peggiorando di anno in anno. Ogni estate facciamo la “danza della pioggia” con la speranza di riuscire a portare a casa i raccolti e le vendemmie senza troppi danni. Non esiste una sola previsione basata su dati scientifici che prospetti un futuro migliore per il nostro pianeta. Anzi, tutti gli studi compiuti dai ricercatori ci prospettano una fine del secolo spaventosa, caratterizzata da un collasso diffuso degli ecosistemi, perdita di habitat ed effetti domino. Si tratta di un ingiustificato pessimismo? Pensiero catastrofista da ambientalismo integralista? Purtroppo no, anzi, le cose stanno andando peggio di quanto previsto solo dieci anni fa. Molti sistemi stanno superando livelli di non ritorno (definiti dagli scienziati come tipping point) prima di quanto previsto anche con gli scenari più pessimistici.
Un esempio sono alcune foreste tropicali, come la foresta amazzonica, inizialmente colpita dal taglio degli alberi per ragioni commerciali e per far spazio all’agricoltura, a cui si sono poi sommati gli effetti del riscaldamento globale e una maggiore frequenza di eventi estremi, tra i quali annate di forte siccità o incendi, che ne accelerano la perdita. Aggiungiamo il crollo degli effetti positivi generati a livello locale e globale da questo “polmone verde” del pianeta, e ci renderemo conto che le nostre vite sono legate a un filo che unisce l’Amazzonia a Los Angeles, Roma, Parigi, Pechino, Dakar, Hong Kong e perfino Tokyo.
La perdita di specie e di habitat è certamente una priorità a livello globale, ma ne siamo consapevoli? La risposta è no: molte foreste vengono abbattute e convertite per usi agricoli, mentre numerose zone umide e altri habitat naturali sono continuamente sostituiti da aree urbane o degradati a tal punto da diventare difficilmente recuperabili. Il tutto senza che ce ne rendiamo conto.
L’inquinamento, per esempio quello derivante da sostanze chimiche e rifiuti (plastiche incluse), è un altro fattore chiave per la perdita di biodiversità e per il degrado degli ecosistemi, con effetti negativi diretti in particolare sugli habitat marini e di acqua dolce. In mare, l’inquinamento da plastica è aumentato di dieci volte dal 1980 a oggi, colpendo almeno 267 specie animali marine, tra cui l’86% delle tartarughe, il 44% degli uccelli e il 43% dei mammiferi. A livello globale, è in aumento anche l’inquinamento dell’aria e del suolo: molte piante e numerose specie di insetti, a partire dalle api, stanno infatti diminuendo a causa dell’uso persistente di insetticidi e pesticidi altamente pericolosi e non selettivi. La perdita di alcune di queste specie, come nel caso delle api, avrebbe effetti a cascata su moltissime specie di piante, che perderebbero gli impollinatori e non riuscirebbero più a riprodursi.
Per quanto riguarda gli ambienti marini, il problema è altrettanto grande, anche se meno visibile. Gli habitat maggiormente minacciati sono quelli più vicini alle coste dove fioriscono le attività umane, in parte perché ricevono un impatto molto più intenso delle attività di scarico “a mare”: basti pensare al rilascio di contaminanti, nuovi inquinanti, ma anche fertilizzanti responsabili dell’eutrofizzazione. Ma l’uomo sta anche fisicamente danneggiando le scogliere coralline per creare allevamenti di gamberi o costruire villaggi sul mare. Si stanno riducendo tutti gli ambienti vegetati più fragili, come le praterie sommerse o le foreste di macroalghe, per esempio il kelp.
Anche lo sviluppo delle infrastrutture portuali rappresenta una minaccia frequente per questi ambienti. Solo in Italia ci sono oltre 137 porti commerciali – quindi di grandi dimensioni come quelli di Genova, Ancona, Livorno e Napoli –, a cui si somma un numero straordinariamente elevato di porti turistici – circa 537 – distribuiti lungo gli 8.000 chilometri di coste del nostro Paese. Queste strutture causano il danneggiamento fisico degli habitat, con la rimozione di preziosi ecosistemi marini, senza contare l’impatto determinato dall’ancoraggio selvaggio delle piccole imbarcazioni in prossimità della riva. In Italia, si contano oltre 160.000 imbarcazioni che ancorano decine di volte in ogni stagione, spesso schiacciando o sradicando porzioni di praterie e gorgonie. Sono milioni di piccole ferite, che se cumulate creano un grande danno.
In sintesi, tutti gli ambienti marini sono fragili e vulnerabili, ma tra questi sono più a rischio quelli rocciosi, generalmente rivestiti dalle grandi alghe, o quelli coperti dalle praterie sommerse, che sono inoltre tra gli habitat più ricchi di biodiversità. Tra tutte le attività umane, la pesca a strascico è probabilmente la più dannosa. Questo tipo di pesca (per esempio, quella del gambero rosso) agisce lungo tutta la scarpata continentale, fino a oltre 700-800 metri di profondità, contribuendo enormemente alla perdita di habitat sia costieri sia profondi. Si tratta di una tragedia invisibile rispetto a quelle che colpiscono gli ambienti terrestri, poiché lontana dai nostri occhi.