#CapitaleCultura2028. Forlì 2028. I sentieri della bellezza come destino condiviso
Forlì, insieme a Cesena e a oltre quaranta Comuni del territorio romagnolo, ha costruito la sua candidatura a Capitale Italiana della Cultura 2028 percorrendo I sentieri della bellezza. Non uno slogan, ma una dichiarazione di metodo. L’idea è che la bellezza non sia un punto d’arrivo, bensì un percorso condiviso, un cammino che attraversa la storia e si proietta nel futuro.
Nella lettera che apre il dossier, il sindaco Gian Luca Zattini richiama l’orizzonte civile del progetto: il 2028 cadrà a ottant’anni dall’entrata in vigore della Costituzione italiana, e la candidatura vuole essere anche un modo per riaffermarne i valori attraverso la cultura. Al suo fianco, il Comune di Cesena guidato da Enzo Lattuca partecipa come co-promotore di una visione che supera i confini amministrativi per immaginare un territorio integrato, capace di agire come sistema.
Il cuore scientifico del progetto è affidato a un comitato presieduto da Gianfranco Brunelli, con studiosi e personalità del mondo culturale che intrecciano storia dell’arte, paesaggio, poesia e politiche culturali. È una candidatura che sceglie di non identificarsi con un unico grande evento, ma con un patto di lungo periodo tra istituzioni, saperi e comunità. In questa prospettiva Forlì rivendica la propria esperienza con ATRIUM, la rotta culturale del Consiglio d’Europa dedicata alle architetture dei regimi totalitari del Novecento, nata proprio qui e oggi rete europea. La città si propone come laboratorio capace di leggere criticamente le proprie eredità, anche quelle più complesse, e di trasformarle in strumenti di conoscenza.
Il dossier disegna cinque traiettorie che si intrecciano. C’è una città della conoscenza che investe sull’alta formazione e sulla ricerca, dialogando con realtà scientifiche di primo piano; una città della rigenerazione culturale che immagina il recupero di spazi dismessi come occasione per nuove produzioni e pratiche creative; una città della prossimità che concepisce la cultura come welfare di quartiere; una città del futuro che mette in relazione università, tecnologia e industria; e infine una città della natura, segnata ancora dalla memoria dell’alluvione del 2023, che fa della cura dei fiumi e dei paesaggi appenninici un gesto culturale prima ancora che ambientale.
Nel racconto dei progetti, Forlì alterna memoria e sperimentazione. I Musei San Domenico, già noti per le grandi mostre, diventano il fulcro di nuove esposizioni dedicate al Novecento e al Rinascimento, in un dialogo che va dalle avanguardie futuriste alla figura di Caterina Sforza. La tradizione espositiva si lega alla presenza della Collezione Verzocchi, straordinaria raccolta di opere sul tema del lavoro che restituisce uno spaccato unico dell’arte italiana del secolo scorso.
La candidatura valorizza anche il patrimonio immateriale. L’esperienza di Rockin’ 1000, nata a Cesena e divenuta fenomeno internazionale, si trasforma in simbolo di una Romagna capace di fare comunità attraverso la musica. Il liscio, cifra identitaria di queste terre, guarda a un possibile riconoscimento come patrimonio culturale immateriale, mentre la poesia trova voce grazie alla presenza di Mariangela Gualtieri. Teatro e arti performative si intrecciano con il ritorno di grandi protagonisti della scena contemporanea, in dialogo con una tradizione che la guerra non è riuscita a spegnere nemmeno quando, nel 1944, i bombardamenti distrussero il teatro cittadino.
C’è poi la dimensione europea. Forlì è gemellata dal 1989 con Bourges, che sarà Capitale Europea della Cultura proprio nel 2028. La coincidenza si trasforma in occasione di scambio stabile: residenze artistiche, progetti condivisi nei quartieri, pratiche comuni tra scuole e biblioteche. L’Europa non come cornice retorica, ma come lavoro quotidiano e misurabile.
Nel rivendicare le proprie radici, Forlì ricorda di aver dato i natali a Pellegrino Artusi, di custodire fondi archivistici legati all’Affaire Dreyfus, di essere stata crocevia del Risorgimento e laboratorio del razionalismo novecentesco. Ma soprattutto insiste su un tratto: la capacità delle città di provincia di toccare in profondità la propria storia e, proprio per questo, di parlare un linguaggio universale.
La candidatura a Capitale Italiana della Cultura 2028 non viene presentata come un traguardo da esibire, bensì come un processo. Un invito a camminare lungo quei sentieri della bellezza che non promettono scorciatoie, ma chiedono tempo, responsabilità e visione. In questa tensione tra memoria e futuro, tra pianura e Appennino, Forlì prova a raccontarsi non come periferia, ma come centro possibile di un nuovo umanesimo civile.