La Veneranda Biblioteca Ambrosiana. Da fortilizio cattolico a hub culturale
C’è la lettera che Galileo Galilei il 18 novembre 1683 invia a Federico Borromeo per accompagnare una copia del suo Saggiatore. Poco più in là compare la missiva scambiata tra Lucrezia Borgia figlia del Cardinale Rodrigo Borgia (poi Papa Alessandro VI) e l’amico umanista Pietro Bembo divenuto a sua volta Cardinale nel 1539. Poco più in là nelle bacheche disposte sale 2 e 3 della Pinacoteca Ambrosiana si trova l’autografo di un canto dell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto.

Poco distanti l’uno dall’altro compaiono un decreto firmato da Napoleone Bonaparte e la scrittura svolazzante di Gabriele D’Annunzio.
La prima firma compare in calce a un documento di grazia che nel 1805 salva la vita di un soldato condannato per insubordinazione, la seconda al termine di quattro fogli colmi di verboso incedere stilati per ringraziare il prefetto dell’Ambrosiana Giovanni Galbiati che nel 1926 lo aveva accompagnato a visitare i suoi tesori.

Ci sono testimonianze che fanno riferimento alle calligrafie di Manzoni, Verdi, Foscolo e Galilei. Viene esposto persino un falso: una lettera ritenuta autografa di Michelangelo Buonarroti di cui peraltro l’Ambrosiana conserva il Codice Atlantico (questo vero però).
Fra tra tutte però la più emozionate è un passo della Summa contra Gentiles composta da San Tommaso d’Aquino nella seconda metà del XIII secolo.
Il visitatore si trova in presenza di un foglio piegato in modo da presentare quattro facciate, ciascuna vergata su due colonne con una calligrafia complessa da decifrare, ricca di abbreviature e lontana da ogni gusto estetico.

Tutto questo è raccolto nell’esposizione Il fascino degli autografi curata da Monsignor Francesco Braschi che l’ha incuneata tra i tesori della collezione permanente della ora in corso alla Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano.
Nel medesimo spazio intanto si sta concludendo (10 marzo) l’esposizione Nicola Samorì. Classical collapse, curata dal laicissimo Demetrio Paparoni. Qui una serie di marmi dell’artista emiliano entra in dialogo con gli altorilievi del Bambaia; altrove il dialogo avviene con opere “floreali” di Jan Brueghel il vecchio.
L’esposizione ha comunque il suo fulcro in un monumentale dipinto appositamente realizzato da Samorì (5×10 metri) esposto accanto al cartone preparatorio per La Scuola di Atene di Raffaello di cui la Pinacoteca Ambrosiana è custode.
Qualcosa del genere era già accaduto nel maggio scorso con l’installazione di una scultura in marmo bianco di Jago posta ai piedi della celeberrima Canestra di frutta di Caravaggio.

L’Ambrosiana si presenta oggi come un hub culturale che comprende anche gli spazi dell’Accademia istituzione che promuove studi umanistici e una serie di località gestite fuori porta come la Casa Museo Lodovico Pogliaghi al Sacro Monte di Varese.
La qualità delle proposte trova riscontro in una risposta di pubblico che si sta rivelando clamorosa: in quattro la pinacoteca è passata da 60.000 a oltre 300.000 visitatori nel 2024 per raggiungere l’attuale mezzo milione.
È un incremento certamente guidato dalla nuova gestione di Antonello Grimaldi unita a una comunicazione efficace che ha trasformato un “fortilizio” cattolico in un museo aperto e inclusivo.
Percorrere le sale dell’Ambrosiana i qualsiasi giorno della settimana significa imbattersi in un pubblico tanto locale quanto internazionale, di esperti e di classi di studenti in visita. Fa bene al cuore insomma…