#Controcanto. Francesco Guccini e il mestiere di raccontare
“Sto bene quassù, in Appennino, con questo cielo, quest’aria, questo silenzio”.
Sono grato a Francesco Guccini per aver saputo vestire le nostre emozioni con le parole giuste, quelle che capivi perché davano forma e sostanza ai tuoi pensieri. Parole cantate, parole scritte, parole semplicemente dette.
Per il mestiere che faccio, inevitabilmente l’avevo incontrato, conosciuto, intervistato. E, altrettanto inevitabilmente, c’erano sempre stati un bicchiere di vino e qualche fetta di salame a farci compagnia.
Se ne va un pezzo della storia del nostro Paese. Lo scrivo con la consapevolezza assoluta che lui avrebbe dissentito con forza da queste parole. Non ha mai amato i monumenti, tanto meno quelli costruiti intorno a sé. Li demoliva.
Una casa che non è fatta di pareti Guccini è morto nella casa di famiglia a Pàvana, la frazione di Sambuca Pistoiese dove era cresciuto da bambino e dove aveva scelto di tornare a vivere negli ultimi anni. Non un rifugio per fuggire dal mondo, ma per ritrovarlo. Proprio lì, fra il Reno e il Limentra, aveva ambientato il suo primo romanzo e buona parte della sua opera, restituendo dignità letteraria a un mondo contadino che la modernità stava cancellando.
Diceva di sentire un legame profondo con quella terra, un’appartenenza che gli veniva dal padre, originario di Pàvana da quando il paese era ancora provincia di Firenze, e da un’infanzia mai davvero lasciata alle spalle. In un verso spesso citato definiva la casa un punto di memoria, convinto che l’appartenenza a un luogo non si misuri in metri quadri ma in legami, radici, ricordi che restano addosso.
Negli ultimi mesi, nonostante la salute precaria, aveva continuato a scrivere un racconto ambientato lungo il fiume Reno, tra italiano e dialetto, presentato come l’ultimo progetto a cui stava lavorando.
Il giallo nato dall’Appennino
Il legame con quella terra non si è tradotto solo in canzoni e romanzi autobiografici. Negli anni Novanta l’editor Antonio Franchini gli propose di scrivere romanzi gialli insieme all’amico bolognese Loriano Macchiavelli, già affermato autore del genere. L’idea era nata da una storia vera che aveva incuriosito Guccini, il mistero di un prete ucciso sulle montagne di Pàvana molti anni prima. Ne nacque una collaborazione durata più di vent’anni, cominciata nel 1997 con Macaronì, primo capitolo delle indagini del maresciallo Santovito, un carabiniere meridionale trapiantato tra i boschi dell’Appennino tosco-emiliano. Ai romanzi con Santovito sarebbero seguiti altri titoli, fino a quelli più recenti dedicati al forestale Gherardini, detto Poiana. Erano libri radicati nello stesso paesaggio delle sue canzoni: piccoli borghi immaginari ma riconoscibili, osterie, gente ruvida e generosa, delitti che affondavano spesso le radici in un passato remoto. Guccini raccontava di trovare nella prosa una libertà diversa da quella della canzone. Se la canzone impone di far coincidere parole e musica, nella scrittura in prosa poteva procedere spedito, senza vincoli. Scrivere romanzi era diventato la sua fuga verso la libertà.
Un uomo di abitudini semplici
Era un uomo fedele a ritmi antichi, refrattario a ogni concessione alla modernità. Non aveva mai preso la patente e non aveva mai guidato un’automobile, non possedeva un telefono cellulare, e si spostava pochissimo, quasi sempre accompagnato. Le sue giornate prima a Bologna poi in montagna, erano sempre uguali, lunghe partite a carte, in particolare a tarocchino, che potevano proseguire fino a notte fonda nei ristoranti e nelle osterie della sua giovinezza, da Vito, le Dame, i Poeti. Anche negli ultimi anni, quando una malattia degenerativa gli aveva progressivamente tolto la vista e con essa il piacere della lettura, a cui teneva più di ogni altra cosa, non aveva rinunciato ai piccoli riti quotidiani: la tavola, i compleanni festeggiati in famiglia a Pàvana, qualche canzone intonata insieme agli ospiti, lontano da palchi e riflettori.
“Non mi sono mai visto come un musicista”
Tutti conosciamo le sue canzoni eppure ripeteva da anni di considerarsi più a suo agio con le parole che con le note, preferiva farsi chiamare scrittore piuttosto che cantante. Diffidava soprattutto della parola “poeta”, un titolo che, a suo avviso, arrivava sempre troppo in fretta e portava con sé un prestigio quasi funerario. In L’Avvelenata aveva già respinto pubblicamente l’idea che una canzone potesse fare poesia o rivoluzione. Era semmai il risultato di un mestiere che considerava artigianale, fatto di parole cercate e non di investiture.
Non si è mai definito, in senso stretto, nemmeno “cantautore”. Amava piuttosto descriversi come un narratore di storie, convinto che scrivere un romanzo o una canzone fosse, in fondo, lo stesso lavoro. Provocatoriamente, arrivava a collocare le proprie radici in un’antica tradizione di poeti-musicisti che andava dai provenzali ai libretti d’opera per ricordare che musica e parola scritta si erano separate solo in tempi relativamente recenti.
Nelle sue ultime uscite pubbliche non risparmiava un giudizio severo sul presente della musica. Sosteneva che l’epoca d’oro del cantautorato italiano fosse ormai chiusa, quella in cui una canzone provava — magari illudendosi — a raccontare davvero qualcosa o qualcuno.
Un cantautore politico suo malgrado
In fondo ha scritto solo una canzone davvero politica, La locomotiva, ha ricordato l’amico di sempre Roberto Vecchioni. Eppure sul piano dell’impegno civile, Guccini è diventato negli anni Settanta un riferimento per la sinistra studentesca più per la forza dei suoi testi che per una scelta dichiarata. Anche in questo caso si è sempre definito anarchico, insofferente rispetto al ruolo di bandiera che gli veniva attribuito. Anche quando raccontava la politica, lo faceva parlando soprattutto delle persone comuni e delle storie di operai, emigranti, montanari. Le storie erano la forma militante della sua ideologia
Guccini era un uomo che diffidava del centro dell’attenzione, dei riflettori, del clamore. Forse è proprio in questo suo tenersi ai margini, in questa insofferenza per la celebrazione, che va cercata la cifra più autentica del suo essere stato, persino suo malgrado, un maestro.
Da Brassens a Dylan, passando per Ginsberg
Sullo stile e sulla costruzione dei suoi testi, Guccini non ha mai nascosto i propri debiti. Agli esordi furono decisivi i cantautori francesi Georges Brassens e Jacques Brel, di cui amava l’armonia melodica e la libertà del linguaggio. A quella scuola si affiancò presto l’esperienza dei cosiddetti cantacronache italiani di inizio anni Sessanta, da Fausto Amodei a Pier Paolo Pasolini, fino al clima del cabaret, come raccontava lui stesso ripercorrendo la propria formazione. Ma fu l’arrivo di Bob Dylan a dettare davvero il clima e l’orientamento di un’intera stagione della canzone d’autore. Ricordando quegli anni ammise di essersi mosso “all’impronta”, con quei nomi in mente ma senza prenderli a modello diretto per poi, disse, proseguire con le proprie gambe.
Ascoltava Dylan ma poi intrecciava con sapienza una fitta trama di riferimenti letterari, che faceva della sua scrittura un impasto raro di cultura alta e linguaggio popolare. Il titolo e l’incipit di Dio è morto si rifanno a Nietzsche e ai versi di Howl di Allen Ginsberg. Nei suoi romanzi riaffiorano invece gli echi e l’immaginario di Hemingway e Steinbeck, oltre alla lunga frequentazione della tradizione dialettale emiliana e toscana. Ne usciva una scrittura che procedeva per accumulo, capace di tenere insieme la citazione dotta e la battuta da osteria senza che il passaggio dall’una all’altra suonasse mai artificiale. Guccini sapeva essere colto e popolare.
Se ne va un cantautore immenso che avrebbe voluto essere ricordato come un poeta partigiano della libertà. Un uomo che ci ha insegnato che la nostra casa non è la somma di quattro pareti, ma l’orizzonte di un paesaggio intimo, discreto, fatto di boschi, di nebbia e di silenzi.