#Controcanto. Erri De Luca, lo scrittore sempre sotto processo
“L’anzianità è diventata maggioranza, la gioventù è ridotta a minoranza, ostacolata da modelli e governi senili.”
(Erri De Luca, Sotto processo, Feltrinelli, 2026)
Il nuovo libro di Erri De Luca è arrivato in libreria in silenzio, quasi senza chiedere permesso. Si intitola Sotto processo e racconta il valore delle sue parole chiamate a rispondere davanti a giudici, lettori, militanti, avversari politici e parti del mondo culturale.
Un gruppo di giovani sotto i trent’anni sequestra e mette sotto processo un anziano scrittore. L’accusa è generazionale, viene interrogato dai ragazzi mentre lui prova a difendersi senza che tra le due generazioni sembri esserci un terreno comune sul quale incontrarsi. Non c’è conciliazione e la sentenza finale è irreversibile. Il libro si apre così.
Il vecchio scrittore, naturalmente, è una figura narrativa, e sarebbe troppo semplice identificarlo direttamente con l’autore. Ma tu leggi e inevitabilmente pensi a Erri De Luca, settantasei anni, che da una vita sembra trovarsi sul banco degli imputati. È successo molte volte, prima per le sue idee politiche e per la sua militanza giovanile, poi per le parole pronunciate sulla TAV, e oggi per le sue posizioni su Israele, il sionismo e Gaza. E torna a riproporsi la domanda, antica e mai risolta, su quanto uno scrittore debba essere libero di dire ciò che pensa e quanto le sue parole debbano invece essere considerate anche per le conseguenze che possono produrre.
Una questione vecchia come la letteratura
Nel volume viene riproposto anche La parola contraria, il testo nato dalla vicenda giudiziaria che lo vide imputato a Torino per le dichiarazioni sul sabotaggio della TAV, insieme ad altri scritti civili e alla dichiarazione integrale resa da De Luca in tribunale.
Nel 2015 fu assolto. Ma il punto, per De Luca, non era soltanto vincere un processo. La questione che gli interessava era più ampia e riguardava il confine tra una parola pronunciata da uno scrittore e l’azione che quella parola potrebbe eventualmente provocare. Esiste una responsabilità diretta o si può difendere il diritto di espressione senza trasformarla automaticamente in un’azione criminale: “Sono le mie convinzioni”, dichiarò entrando in aula.
Quasi undici anni dopo, il vocabolario è cambiato ma il problema è rimasto. Nella primavera di quest’anno De Luca è andato a Gerusalemme e ha rilasciato dichiarazioni sul sionismo e sulla guerra di Gaza che hanno provocato forti reazioni. Ha rivendicato il significato storico del sionismo come riconoscimento del diritto degli ebrei a una patria nazionale e ha contestato l’uso della parola “genocidio” per descrivere ciò che sta accadendo a Gaza, preferendo parlare di una guerra brutale con un numero enorme di vittime civili. Le sue posizioni hanno generato un confronto particolarmente acceso, anche perché arrivano da uno scrittore la cui storia politica ha portato molti, nel corso degli anni, a collocarlo stabilmente in un preciso spazio della sinistra italiana.
Le conseguenze sono state immediate. Salerno Letteratura ha rinunciato alla sua presenza come autore della prolusione inaugurale. La vicenda ha così finito per spostare la discussione dalle sue posizioni sul conflitto alla questione più generale del rapporto fra libertà di espressione, identità delle istituzioni culturali e responsabilità pubblica degli scrittori.
E qui torna il titolo del libro.
Perché Erri De Luca è uno scrittore che sembra vivere naturalmente dentro il conflitto fra la necessità di dire e quella, inevitabile, di sopportare il giudizio degli altri. Non cerca necessariamente il consenso, anzi non si sottrae nemmeno quando la parola pronunciata tocca questioni nelle quali il consenso appare impossibile: “Sono volontariamente isolato dal mondo culturale italiano da un quarto di secolo. Non ho mai accettato di partecipare a premi letterari, né come candidato, né come giudice, né come ornamento. Non mi interessano le piccole conventicole, la politicizzazione a buon mercato delle case editrici. Quando una persona è appoggiata a una parete di roccia, non ha bisogno di un critico letterario che tenga la corda”.
Prima il muratore, poi lo scrittore
La cosa più singolare di Erri De Luca è che per decenni ha fatto di tutto per non comportarsi come uno scrittore, proprio mentre stava costruendo una delle figure più riconoscibili della narrativa italiana contemporanea. Nato a Napoli nel 1950, a diciotto anni entra nella sinistra extraparlamentare e diventa militante di Lotta Continua. Poi lavora. Fa il muratore, il magazziniere, il manovale. Parte per la Tanzania come volontario. Durante la guerra nella ex Jugoslavia si occupa di aiuti umanitari. Nel 1999 va a Belgrado durante i bombardamenti della Nato.
Il suo primo libro, Non ora, non qui, arriva nel 1989.
Ha quasi quarant’anni. È un esordio tardivo soltanto se si considera la letteratura una carriera, una professione da iniziare presto e da alimentare attraverso pubblicazioni, riconoscimenti e appartenenze. Ma De Luca non l’ha mai considerata veramente una carriera, e forse proprio questa distanza ha contribuito a definire il personaggio letterario che sarebbe diventato. Indipendente per vocazione naturale, alieno dai compromessi, lontanissimo dal dire e fare quello che serve per piacere.
Per molto tempo ha continuato a fare lavori manuali. La scrittura era il tempo sottratto alla giornata lavorativa, è diventato uno scrittore senza smettere di considerare sospetta la categoria dello “scrittore”, come se il rischio fosse quello di trasformare un’attività necessaria in una professione riconoscibile e dunque in un’identità sociale: “Io sono un napoletano che scrive storie”.
La differenza non è soltanto semantica, perché dentro quella frase c’è una precisa idea del rapporto fra vita e letteratura. Prima viene l’uomo, con la sua identità, il lavoro, i viaggi, le esperienze, le letture, gli incontri. Poi arriva la letteratura, che non deve necessariamente trasformarsi in una professione capace di definire tutta la persona. De Luca ha una concezione quasi fisica della scrittura, forse perché prima della penna ci sono state le mani, prima della pagina ci sono stati i cantieri e prima della costruzione di una frase c’è stata la necessità di costruire qualcosa di concreto.
Ha lavorato come operaio e muratore e ha imparato a stare dentro la fatica. Ha scalato montagne e imparato a misurare il corpo. Ha letto la Bibbia in ebraico antico e imparato a misurare il significato delle parole. La sua scrittura non ama l’ornamento. Cerca la frase breve, la parola precisa, l’immagine che resta, quella specie di essenzialità che sembra derivare più dal lavoro manuale che dall’esercizio accademico della letteratura.
In Montedidio ha scritto: “Quando ti viene una nostalgia, non è mancanza, è presenza, è una visita”. È una buona definizione anche della sua letteratura.
De Luca scrive di ciò che sembra essersi allontanato ma trova un modo per tornare a bussare alla porta del presente. Napoli. L’infanzia. Il padre. La madre. I compagni della giovinezza. Gli operai. La politica. La Bibbia. La montagna. Gli animali. Gli amici perduti. Il passato non è mai davvero passato, perché nella sua scrittura continua a vivere come una presenza capace di intervenire nel presente e di modificare, anche dopo molti anni, il significato di ciò che sembrava ormai concluso. Sembra di ascoltare l’invenzione del tempo di Platone.
Un bambino, un pesce e una Bibbia
Il primo racconto lo scrisse a undici anni. Era la storia di un pesce. Molto più tardi, ormai adulto, avrebbe imparato da autodidatta l’ebraico antico e avrebbe cominciato a leggere il Tanakh ogni mattina, trasformando quella lettura quotidiana in una specie di esercizio spirituale personale, linguistico e mentale. Ha raccontato che leggere l’ebraico da destra a sinistra gli procura una sorta di attrito mentale che lo porta fuori dal sonno, come se per cominciare la giornata avesse bisogno non soltanto di svegliarsi, ma di attraversare una lingua diversa dalla propria. Qualcosa che impedisce alla coscienza di scivolare troppo facilmente nelle parole già pronte, nelle formule che il presente mette a disposizione e che spesso sembrano comode proprio perché non ci obbligano più a pensare.
Il giovane De Luca appartiene a una generazione che voleva cambiare il mondo, e lo faceva attraverso la militanza, l’organizzazione politica, il rifiuto dell’ordine costituito e la convinzione che la storia potesse essere modificata attraverso l’azione politica e collettiva. È stato identificato per anni con la sinistra, ma oggi rifiuta la totalità di quella collocazione. O di quella definizione. Oggi è un intellettuale che ha smesso di riconoscersi nei contenitori politici, pur continuando a considerare alcune questioni storiche e civili decisive.
Nel 2013 De Luca dichiarò che la TAV andava sabotata. Le sue parole gli costarono un processo per istigazione a delinquere. Nel 2015 fu assolto perché il fatto non sussiste. Durante il processo il suo libro La parola contraria veniva distribuito gratuitamente dagli attivisti No TAV davanti al tribunale. “La letteratura accompagna, non arruola”. È una frase importante perché racconta anche la sua distanza dall’idea dello scrittore come portavoce, come figura chiamata a fornire una posizione politica già pronta o a trasformare ogni romanzo in una dichiarazione di appartenenza. La letteratura non deve diventare mai propaganda, il romanzo non deve essere un manifesto politico. Eppure continua a scrivere proprio quando la realtà gli mette davanti una parola controversa, una domanda difficile, un conflitto dal quale sarebbe forse più semplice tenersi fuori.
Il vecchio protagonista del libro viene interrogato dai giovani. Quelle domande riguardano la memoria e il modo in cui una generazione giudica quella precedente.
Che cosa resta delle idee di una generazione? Che cosa deve una generazione a quella precedente? E soprattutto. con quale diritto i giovani giudicano i vecchi e con quale diritto i vecchi pretendono di giudicare i giovani?
De Luca non offre una risposta consolatoria. Alla fine l’unico giudice supremo è il tempo, che spesso passa senza lasciare traccia di sé. Di più non vi diciamo.