Un piano degli spazi pubblici tra strategia valoriale e sociale, interessi condivisi e digital twin
Dopo decenni di Piani dei Plateatici che scontentano tutti, abitanti ristoratori e commercianti, di Piani dell’arredo e del decoro urbano sempre calati dall’alto e, a volte, una scommessa persa nell’accettazione di una linea comune per arredare la casa di tutti, ovvero gli spazi pubblici di una città, ancora di più di un centro storico, oggi è necessario porre in essere un cambiamento importante nella governance del territorio, quello di coinvolgere la cittadinanza, di promuovere la partecipazione alle scelte di valorizzazione del territorio, anche per sviluppare consapevolezza e responsabilità nei cittadini.
In particolare, di ragionare sulla qualità degli spazi pubblici come luogo di benessere, ma anche di socialità, di mercato diffuso, in un equilibrio tra gli interessi del pubblico e del privato che siano sinergia e collaborazione, mettere al centro gli abitanti.
Quello degli elementi di arredo urbano e dei plateatici è un tema complesso, che tocca decoro urbano, sicurezza, commercio, tutela del patrimonio, diritti degli esercenti, flussi turistici, e normativa locale. Prima di definire nuovi o aggiornati criteri tecnici per l’installazione degli elementi di arredo a definizione delle aree del suolo pubblico e quanto ne consegue è importante raccogliere le istanze, i bisogni dal territorio, definire una panoramica dei problemi e alcune riflessioni su possibili soluzioni, adattabili in base al contesto specifico (città, centro storico, vincoli paesaggistici ecc.) perché questo è un tema condiviso a livello nazionale, soprattutto in luoghi con valenza storica e turistica, e nella progettazione si tende da tempo a riproporre sempre gli stessi schemi, anche per una equità fra esercenti: alcuni possono permettersi arredi costosi, strutture curate, altri no, creando così concorrenza sleale.
Un lavoro di ascolto e di raccolta dati prima della progettazione, che mette al centro il confronto con gli stakeholders del territorio, un nuovo modello di governance.
Urge dunque una riflessione collettiva che, recentemente, è partita dal Comune di Bardolino per coinvolgere i Comuni del Lago di Garda e non solo, proponendosi come tavolo di confronto nazionale perché il tema attiene alla valorizzazione territoriale e alla qualità della vita, per avviare un Piano degli Spazi Pubblici.
Questo strumento di coordinamento, già dal nome, mette in evidenza il punto di osservazione, ovvero quello del “bene comune”; è uno strumento valoriale, non un ennesimo Piano urbanistico, più strategico in funzione della qualità della vita che parte dall’ascolto del territorio e dei suoi abitanti e definisce come progettare insieme, come valorizzare, gestire e monitorare tutti gli spazi di uso pubblico di un territorio comunale.
È un documento che in primis analizza lo stato degli spazi pubblici esistenti, stabilisce linee guida e regole per interventi futuri, coordina progetti, investimenti e manutenzione, migliora qualità urbana, vivibilità e inclusione
Può essere parte del Piano Urbanistico Comunale (Piano degli interventi) oppure un piano tematico autonomo.
Riguarda Piazze e slarghi, Strade, marciapiedi, viali, Parchi e aree verdi, Lungofiumi, waterfront, aree costiere, Spazi scolastici e sportivi aperti, Aree pedonali e ciclabili, Spazi residuali o sottoutilizzati, è flessibile, adattive nell’inclusione di spazi diversi a seconda delle caratteristiche del territorio.
Se i contenuti principali prevedono una mappatura degli spazi pubblici, di plateatici e spazi di commercio, il grado di conservazione e accessibilità, gli usi attuali e criticità, flussi pedonali, ciclabili e veicolari, gestione del traffico, uso temporaneo degli spazi, connessioni tra spazi, criteri di sostenibilità ambientale, gli obiettivi sono migliorare la qualità dello spazio urbano, aumentare decoro, sicurezza e accessibilità, favorire socialità e inclusione, sostenere mobilità sostenibile, rafforzare identità e paesaggio.
Il Piano degli spazi pubblici può ramificarsi oltre, al piano dei plateatici, a quello dell’arredo urbano e del decoro, al Piano del Colore, al piano della mobilità sostenibile (PEBA), ovvero una serie di Layer sovrapposti che costruiscono il concetto di “urbanità”, non necessariamente piani, come oggi la parola suggerisce, ovvero strumento di “divieto” e di limitazione dall’alto. Così anche l’impresa può essere uno stakeholder da coinvolgere per materiali e arredo urbano, illuminazione, verde e alberature, con sperimentazioni e collaborazioni.
Non ultime le scuole, di ogni ordine e grado, possono essere parte integrante del Piano, mettendo in essere collaborazioni fattive, laboratori, per esempio sull’accessibilità dei luoghi, in una forma di educazione attiva alla “civitas” per coltivare il senso di responsabilità del bene comune.
Definire regole e strumenti è un’azione progettuale sempre in fieri, mai calata dall’alto, per definire i criteri per interventi pubblici e privati, il coordinamento con altri piani (mobilità, verde, commercio) e la modalità di gestione e manutenzione
Questo nuovo approccio è importante perché migliora la qualità della vita, rende più attrattivo il comune, riduce conflitti tra usi diversi dello spazio, supporta politiche ambientali e sociali, aiuta ad accedere a finanziamenti pubblici.
Alcuni esempi concreti: trasformazione di strade in strade scolastiche, recupero di piazze come luoghi di incontro, creazione di una rete continua di piste ciclabili, riuso temporaneo di aree dismesse.
Il Piano degli spazi pubblici bene si presta come strumento per la valorizzazione dei nostri Centri storici , magari in luoghi con forte pressione turistica stagionale, centralità di alcune strade o piazze come spazio pubblico principale, centro storico di valore paesaggistico e commerciale, conflitto tra pedoni, biciclette e traffico veicolare, forte uso temporaneo degli spazi (eventi, mercati, manifestazioni), connessione con le frazioni.
Risulta importante definire lo spazio pubblico identitario e di rappresentanza, con l’obiettivo di dare priorità a pedoni e ciclisti, migliorare comfort climatico e qualità paesaggistica e gestire flussi turistici elevati.
Centro storico spazi come piazze, slarghi, vie commerciali per rafforzare la funzione di incontro e socialità, migliorare la qualità dello spazio pubblico, ridurre il traffico di attraversamento, con azioni che prevedano ampliamento delle aree pedonali, regolazione dell’occupazione di suolo pubblico, valorizzazione delle piazze come luoghi civici, uso di materiali coerenti con il contesto storico, gestione degli eventi senza compromettere la vivibilità.
Non secondario è connettere il centro, parti più distanti e frazioni, ridurre conflitti tra pedoni, bici e auto, aumentare il comfort ambientale, offrire spazi fruibili anche dai residenti, ridurre lo squilibrio tra centro e frazioni, creare luoghi di aggregazione locale.
Anche la gestione per uso temporaneo degli spazi è un elemento chiave per la percezione di un corretto equilibrio di gestione del territorio che diventa Bellezza: mercati, eventi enogastronomici, manifestazioni turistiche, il piano può definire aree idonee e non idonee, criteri di allestimento, limiti temporali, tutela dei residenti
Il Piano degli spazi pubblici è dunque modulabile a seconda dei bisogni del territorio e delle priorità, principalmente propone abaco di materiali e arredi, linee guida per suolo pubblico e priorità di intervento, in coordinamento con il Piano della Mobilità, Piano del Verde, Piano del Commercio, Piano del colore, Piano degli arredi e del decoro, ovvero quegli strumenti urbanistici comunali già in essere o da fare: esso è uno strumento di coordinamento partecipativo per migliorare la qualità urbana, rendere il luogo vivibile tutto l’anno, non solo in alta stagione, valorizzare il paesaggio identitario, bilanciare turismo e vita quotidiana dei residenti.
La partecipazione è fondamentale, un coinvolgimento dal basso per arrivare a consapevolezza e responsabilità condivisa; così la prima azione da compiere è quella della raccolta dati bottom up per arrivare a costruire un report che dia l’immagine corrispondente allo stato attuale e alla realtà del territorio, costruire l’immagine percepita da abitanti e visitatori, un’immagine interna ed esterna, e comprendere quale reputazione del luogo vi sia per poter capire punti di forza e di debolezza, comprendere prima di ogni azione i bisogni del territorio e quale relazione vi sia tra interessi pubblici e interessi privati, e il suo riconoscimento.
Successivamente è importante costruire un Gruppo di lavoro eterogeneo con rappresentanti dei commercianti, dei ristoratori, tecnici e professionisti (avvocato, commercialista), Polizia urbana, abitanti (del centro e delle frazioni), ragazzi (in alcuni Comuni esiste La Giunta dei ragazzi) all’interno del quale discutere alcune scelte estetiche e valoriali, avviare un dibattito condiviso, prima di fare delle scelte.
Scelte che magari possono essere applicate ad un “gemello digitale” del territorio, in un nuovo modello di governance che utilizzi in maniera strategica l’AI.
Scendere poi di scala con la partecipazione creando dei sottogruppi di lavoro tematici, sull’accessibilità, sull’identità, sull’idea di “mercato” che possono essere utili per arrivare a “prototipi” o idee pilota da realizzare.
Il mercato, in particolare, come luogo di scambio identitaria dei centri storici italiani, uno scambio non solo economico, ma sociale, che si svolge in una concertazione tra pubblico e privato fin dall’antichità, in quella relazione sociale che c’era tra la bottega medioevale e lo spazio della strada, laboratori e fucine di una creatività sociale che spesso è diventata arte, per fare ritornare i negozi, i luoghi del commercio spazi di comunità.
Interessi pubblici e usi privati
Lo spazio pubblico non è soltanto un luogo fisico, una porzione delle nostre città, ma soprattutto un ambiente simbolico in cui le persone socializzano, prendono parte a diverse attività e costruiscono relazioni significative.
Dato il suo carattere aperto, contribuisce alla formazione di un “pubblico” più ampio e variegato che travalica i limiti dei circoli familiari o privati, allargando così i confini sociali e intellettuali di ognuno di noi, dove esplorare i limiti delle proprie capacità, ampliare la creatività, sviluppare le competenze e trovare nuove relazioni.
Questi spazi, per loro intrinseca natura, hanno la capacità di contrastare le diseguaglianze socio-economiche e offrire servizi comunitari anche ai gruppi sociali più sfortunati.
Da tempo si parla di “città fragili”, quale esito di una forte urbanizzazione – spesso non regolamentata e comunque mal gestita – che riserva ai residenti un destino di vulnerabilità, marginalizzazione e povertà.
Le città oggi si trovano ad affrontare incertezze e sfide sempre più urgenti, che in buona parte dipenderanno non tanto dalla sorte delle aree private, quanto dalla configurazione e utilizzazione di quelle comuni.
Incentrare lo sviluppo urbano su di esse può aumentare, di fatto, il senso di appartenenza dei cittadini, favorire la coesione sociale, contribuire a contrastare la segregazione urbana.
Lo spazio pubblico – ben lungi dall’essere un semplice accessorio risultante per differenza dalle somme degli ambiti privati – diventa così il fondamento del legame civile: come tale riveste un ruolo imprescindibile e una rilevanza cruciale, che non può essere relativizzata o minimizzata, come bene hanno chiarito le ricerche sviluppate nell’ambito disciplinare della cosiddetta sociologia urbana.
Dal riconoscimento dell’importanza dello spazio pubblico deriva la delicatezza delle decisioni in merito alla sua configurazione e soprattutto all’uso e alla gestione dello stesso.
Questi luoghi – perlopiù interstiziali e anonimi, ma con una spiccata potenzialità di trasformazione – sono il teatro in cui interagiscono strategie politiche e pratiche quotidiane, in cui la rigida pianificazione va combinata con approcci informali e resilienti, i metodi convenzionali vanno contaminati dalla negoziazione e da pratiche adattive.
Quindi, immaginare configurazioni rigide e limitazioni nell’utilizzo non appaiono indirizzi coerenti. Meglio, piuttosto, adottare scelte reversibili e soluzioni flessibili, lasciando anche un margine non trascurabile a usi provvisori e impieghi spontanei, frutto della libera iniziativa dei cittadini al di fuori di schemi preordinati e imposti dall’alto.
In quest’ottica va inserita anche la possibilità per i privati di ottenere in concessione porzioni di suolo pubblico, purché destinate a funzioni di interesse comune, in un quadro collaborativo regolamentato dall’istituto -complesso ma di sempre maggiore attualità- del Partenariato Pubblico Privato.
Certo, non sfugge la profonda divergenza dei punti di partenza e delle logiche sottese (mercantile e utilitaristica per il privato, sociale e solidale per il pubblico). Tuttavia, a fronte di ciò, è facile riconoscere la coincidenza delle finalità: entrambi hanno interesse a garantire l’inserimento delle aree comuni nel flusso vitale dell’uso, garantendone così efficienza e decoro. Diversamente il degrado e l’abbandono prenderanno il sopravvento e con essi rischierà di esaurirsi la vocazione di collante sociale di queste aree, con tutto ciò che da qui ne deriva.
La negazione, quindi, dell’uso privato dello spazio pubblico, prima ancora di generare un mancato gettito per l’ente proprietario, costituisce un impoverimento della vita dei cittadini, sottraendo occasioni di interscambio dinamico e contingente tra individuo e ambiente.
Si tratta allora di regolamentarne l’uso, partendo da alcune imprescindibili condizioni: prima di tutto ne va rispettata la vocazione pubblica (gli usi ammessi devono essere rappresentativi di esigenze diffuse); in secondo luogo, il tornaconto economico del privato non può assurgere a principale parametro discriminante (altri, come detto, sono i valori in gioco); infine, tutela del bene e reversibilità della funzione devono essere garantite (in nome della salvaguardia dell’interesse generale).
Anche questo specifico ambito di collaborazione tra pubblico e privato non sfugge, dunque, alle regole ricorrenti del partenariato: considerata la posta in gioco ci vogliono spiccata creatività, strategie innovative, sperimentazione di nuovi modelli, applicazione di inediti processi trasformativi. Il tutto finalizzato a elevare la qualità della vita urbana.
Sgombrato, quindi, il campo dall’ammissibilità dello sfruttamento da parte del privato dello spazio pubblico e delimitato – sia pur per sommi capi – l’ambito di tale uso, non rimane che sciogliere il vero nodo: chiarire cosa si intende per “interesse pubblico”. Più saremo in grado di definirlo in modo esaustivo, più facile sarà raggiungere l’auspicato equilibrio tra pubblico e privato, in nome di un processo relazionale e collaborativo che superi la cultura di un’insana e anacronistica contrapposizione.
In prima battuta sarebbe opportuno declinare il tema al plurale: esistono “interessi pubblici” -non comprimibili in uno solo- a seconda del tempo, della cultura, della comunità di riferimento. Per essere riconosciuti come tali -pur nella loro molteplicità- devono ricorrere alcune caratteristiche comuni:
ampiezza del fine: gli effetti delle azioni, dichiaratamente rivolte a un interesse pubblico, ricadono sulla comunità o su porzioni significative della stessa e non possono essere misurati in termini di vantaggio per il singolo soggetto o per gruppi ristretti (lobby), per loro natura rappresentativi di interessi specifici;
concretezza e dinamicità: la sede in cui l’interesse pubblico si realizza è il procedimento amministrativo, nel quale “(…) l’amministrazione non agisce più in modo autoritario, ma in collaborazione con la società. L’interesse pubblico demitizzato rappresenta il superamento della concezione autoritaria della Pubblica Amministrazione, inteso non più come un dogma astratto superiore, ma come un fine concreto ancorato alla realtà sociale e giuridica” (G. Mastrodonato, Lineamenti sull’interesse pubblico tra mito e realtà, 2023). In questa visione non dogmatica ma funzionale, l’interesse pubblico si invera nella concretezza e nella molteplicità delle esigenze collettive, riducendo l’arbitrio amministrativo;
ricorrenza e costanza: contrariamente ad altri fattori che restano contingenti e irripetibili “attraverso la continua reiterazione delle situazioni che li rendono attuali, gli interessi comuni acquistano una loro unità di significato che li consolida nel tempo” (A. Falzea, I principi generali del diritto, 1992).
In conclusione, il presente e ancor di più il futuro delle nostre città dipende in buona parte dalle aree comuni, che rappresentano per le Pubbliche Amministrazioni il fondamento di politiche coordinate e ad ampio raggio di rigenerazione sociale ed economica.
È indispensabile guardare a queste aree come a un sistema continuo, articolato e integrato il cui godimento dev’essere assicurato all’intera comunità, quale presupposto per l’innalzamento della qualità urbana.
L’auspicio è che i governi locali – consapevoli di quanto gli spazi pubblici siano elementi chiave per il benessere individuale e sociale – si dotino di uno specifico documento di indirizzo per la loro creazione e gestione, in grado di soddisfare le necessità in costante evoluzione della comunità locale e di prevedere il coinvolgimento attivo dei privati all’interno di un quadro bilanciato tra esigenze diffuse e aspettative particolari.
L’utilizzo di un gemello digitale territoriale
La possibilità di costruire un gemello digitale territoriale apre una nuova stagione nella gestione dei centri storici e dello spazio pubblico. Non si tratta di “informatizzare” la città per ridurla a un algoritmo, ma di dotarla di uno strumento di lettura più consapevole, capace di accompagnare le decisioni pubbliche e private che evolvono col tempo.
Il territorio italiano, in particolare nella specificità del centro storico, per sua natura, non chiede di essere semplificato: chiede di essere compreso. Digitalizzarlo significa renderlo più leggibile, più giusto, più equilibrato. Significa intervenire sulla qualità della vita senza snaturare identità, relazioni e tradizioni.
Se interpretato con consapevolezza, il digitale non svuota la città della sua anima: al contrario, ne rivela la trama profonda. Diventa una mappa leggibile della complessità urbana, una chiave di lettura capace di tradurre linguaggi diversi e di restituire, con chiarezza e profondità, il modo in cui lo spazio viene realmente vissuto ogni giorno da cittadini, operatori, turisti, famiglie, associazioni e imprese…
La differenza, infatti, non risiede nella tecnologia in sé, ma nella visione che ne guida l’applicazione: è il modo in cui viene progettata, governata e messa al servizio delle persone a determinarne il valore. La tecnologia può rimanere un esercizio sterile oppure trasformarsi in uno strumento capace di orientare scelte più consapevoli, inclusive e durature, traducendo i dati in conoscenza e la complessità in opportunità. È proprio questa visione che consente di passare dal singolo elemento alla lettura dell’insieme, dal dettaglio amministrativo alla comprensione del centro storico come ecosistema urbano.
Il centro storico, infatti, non è soltanto il cuore simbolico della città o un patrimonio da conservare, ma il luogo della quotidianità: lo spazio in cui si lavora, ci si incontra, si cresce e si costruiscono relazioni. È un sistema vivo, composto da flussi, abitudini, connessioni e micro-equilibri che incidono direttamente sulla qualità della vita urbana.
In questo quadro si inseriscono i plateatici, troppo spesso ridotti a una lettura puramente amministrativa di “tavolini su suolo pubblico”, quando in realtà rappresentano micro-luoghi sociali, piccole piazze diffuse dove si intrecciano esigenze diverse.
Per il ristoratore sono valore economico e capacità di accoglienza; per il cittadino possono facilitare o complicare un passaggio quotidiano; per il turista diventano un invito a sostare o un ostacolo alla fruizione dello spazio.
Proprio perché la gestione del plateatico è privata ma il suo impatto è profondamente pubblico, esso diventa uno degli elementi più sensibili dell’ecosistema urbano contemporaneo. Governarlo in modo efficace significa quindi dotarsi di strumenti capaci di leggere le relazioni, anticipare gli effetti e ricondurre il singolo intervento a una visione complessiva del centro storico come spazio condiviso, vivo e in continua trasformazione.
Nella gestione tradizionale dei plateatici e, più in generale, dello spazio pubblico urbano, emergono oggi limiti strutturali sempre più evidenti: tempi autorizzativi dilatati, interpretazioni non sempre univoche delle norme, conflitti tra usi differenti dello spazio, difficoltà nel valutare in modo puntuale distanze, condizioni di sicurezza e continuità dei percorsi, oltre a una persistente assenza di una visione d’insieme.
In questo scenario frammentato, ogni attore coinvolto finisce inevitabilmente per osservare e gestire soltanto una porzione del problema, senza poter cogliere le ricadute complessive delle singole decisioni.
È proprio in questo scarto tra complessità reale e strumenti tradizionali di governo che si innesta il Digital Twin territoriale, non come mero supporto tecnologico, ma come nuova grammatica di lettura dello spazio urbano.
Il gemello digitale territoriale va infatti ben oltre un semplice modello tridimensionale: è una piattaforma dinamica, informativa e costantemente aggiornabile che mette in relazione dati eterogenei ma profondamente interconnessi, dai plateatici ai flussi pedonali, dalla mobilità agli eventi, dall’accessibilità all’arredo urbano, fino al commercio, alla sicurezza, ai vincoli e alla manutenzione del tessuto urbano.
In questa prospettiva, il Digital Twin si configura come un vero e proprio laboratorio urbano, un ambiente di sperimentazione in cui le trasformazioni possono essere osservate, simulate e valutate prima di tradursi in interventi concreti. Non si agisce più per tentativi successivi, ma si progettano scenari alternativi, se ne anticipano gli effetti e si compiono scelte informate, fondate su dati e relazioni verificabili. Il passaggio è culturale prima ancora che tecnologico: da una gestione reattiva e frammentata si evolve verso una logica previsionale, più efficiente, più equa e intrinsecamente meno conflittuale, capace di accompagnare nel tempo l’evoluzione complessa della città.
L’introduzione di una piattaforma digitale basata su un gemello territoriale produce un cambiamento profondo e trasversale, che ridefinisce il rapporto tra operatori economici, cittadini e turismo, rendendo più chiari i processi decisionali e più leggibili gli effetti delle scelte sullo spazio urbano.
Per i ristoratori e gli operatori, il beneficio si traduce innanzitutto in certezza e rapidità. Le proposte possono essere verificate in tempo reale rispetto a distanze, norme e requisiti di sicurezza; i costi diventano trasparenti, le possibilità immediatamente comprensibili e le regole uguali per tutti, perché esplicite, tracciabili e non soggette a interpretazioni variabili. La pianificazione smette così di essere un percorso incerto e diventa uno strumento di lavoro affidabile.
Per i cittadini, il cambiamento assume la forma di una città più ordinata, leggibile e coerente, capace di rendere comprensibili nel tempo le scelte che incidono sulla vita quotidiana.
Le decisioni non nascono più da percezioni episodiche o urgenze contingenti, ma da dati misurabili e condivisibili. I passaggi rimangono fruibili, la sicurezza è verificabile, gli interventi non appaiono più improvvisi o opachi. Anche la gestione degli eventi – dal mercato temporaneo alla festa patronale – può essere progettata e valutata in anticipo, riducendo disagi, rischi e conflitti, e restituendo fiducia nel governo dello spazio pubblico.
Per il turismo, infine, questo nuovo approccio si traduce in centri storici più accessibili e accoglienti, capaci di offrire un’esperienza urbana fluida, equilibrata e di qualità. Una città che sa leggere sé stessa è una città che sa accogliere meglio: i flussi sono gestiti con maggiore consapevolezza, gli spazi risultano più fruibili e l’esperienza del visitatore si integra armonicamente con la vita quotidiana dei residenti. In questo equilibrio tra funzioni, relazioni e identità risiede il vero valore di una governance urbana evoluta.
A fronte di questo cambiamento, il digitale smette di essere percepito come un elemento freddo o distante e rivela la sua natura più autentica: non allontana dalla realtà, ma la precede. Il modello digitale consente di osservare e simulare flussi pedonali, livelli di affollamento, interazioni tra plateatici e percorsi, così come gli effetti che eventi e trasformazioni possono avere su sicurezza e mobilità, rendendo leggibili le relazioni prima che si manifestino nello spazio fisico.
In questo modo, il digitale assume una dimensione quasi anticipatoria: diventa “più reale della realtà” non perché la sostituisca, ma perché ne rende visibili in anticipo le dinamiche latenti, permettendo di intervenire quando le criticità sono ancora possibilità e non problemi già esplosi.
In questa prospettiva, il senso profondo della trasformazione digitale emerge con chiarezza: digitalizzare per umanizzare. Non per moltiplicare procedure automatiche o irrigidire la burocrazia, ma per ridurre conflitti, incertezze e dispersioni di tempo ed energie. Una città che funziona meglio è una città che si vive meglio. La diminuzione degli attriti tra pedoni, biciclette e plateatici genera maggiore serenità; decisioni fondate su dati condivisi e comprensibili rafforzano la fiducia; eventi progettati con attenzione restituiscono qualità allo spazio pubblico e consolidano il senso di comunità. La tecnologia rimane uno strumento di supporto: il fine ultimo resta sempre la persona, nella sua relazione con i luoghi e con gli altri.
È in questa chiave che il Piano degli Spazi Pubblici si configura come un percorso evolutivo, non come un intervento puntuale e definitivo. Si parte dai plateatici, ma l’impianto è pensato per ampliarsi progressivamente, integrando verde urbano e comfort climatico, accessibilità, flussi turistici, sosta, mobilità dolce, manutenzione programmata, eventi e cultura. Come in una costruzione paziente e stratificata, ogni livello si appoggia al precedente e ne amplia il significato, componendo nel tempo una visione sempre più completa e coerente del centro storico.
Ne deriva un tessuto urbano più vivibile, più sicuro, più bello e più semplice da governare, capace di rispondere in modo equilibrato alle esigenze di chi lo abita e di chi lo visita. Perché il centro storico non è un organismo da cristallizzare, ma una realtà viva: va compreso nelle sue relazioni, vissuto nella quotidianità, progettato con consapevolezza e accompagnato nella crescita. Insieme.
Daniela Cavallo, Architetto, Territory Coach, Docente di Marketing Territoriale, Project Manager, è Consulente per Pubbliche amministrazioni Enti e Imprese.
Michele Franzina, Architetto fondatore dello studio “Franzina + Partners architettura” nel 1992, ha maturato esperienza internazionale, membro del consiglio direttivo dell’Istituto Nazionale di Architettura.
Alessia Binelli, Architetto, consulente senior, collabora con id-Group, focalizzandosi su sostenibilità (CAM/DNSH), digitalizzazione BIM e fondi PNRR.
Il Piano è stato realizzato con la collaborazione delle colleghe Architetto Michela Pinamonte e Cristina Bellamoli.