Il Covid19, la fase 2 e la pornografia digitale della Cultura

Il Covid19, la fase 2 e la pornografia digitale della Cultura
Il chi e il come si riparte per la cosiddetta Fase 2 è affidato ad un comitato tecnico-scientifico, una supercommissione di esperti, un dream team di assoluto valore che sta per partorire il suo primo documento di analisi e proposte.
Una cosa però la devo dire. Ho scorso le biografie di tutti i suoi membri, con alcuni di loro ho conoscenza diretta e rapporti professionali. Rappresentano eccellenze assolute e di rilievo, ma non capisco l’assenza totale in squadra di competenze culturali, creative e del turismo.
C’è molta economia, psicologia, gestione dei diritti, finanza, statistica e abbondano i commercialisti. Vengono rappresentati giustamente il terzo settore, i diritti dei disabili, il benessere nel nome dell’uguaglianza ma è fragoroso il rumore dell’assenza di una figura (nemmeno una) a rappresentare una filiera fondamentale per lo sviluppo della nostra identità sociale ed economica. Forse la più importante.
Manca totalmente la rappresentazione del ritorno all’umanesimo che mai come oggi è forma e sostanza della visione futura delle nostre comunità. Non c’è nemmeno un architetto che ci aiuti a ripensare gli spazi al tempo del distanzianento sociale e un urbanista per disegnare come dovranno “vivere” le città del post covid.
Il mondo della cultura soffre di una malattia spero non incurabile: essere e venire considerata ormai solo una forma di intrattenimento, una sorta di piattaforma digitale da consumare in streaming.
Il ministro Franceschini non per caso ha evocato oggi la nascita di una Netflix italiana della cultura e lo ha detto in buona fede e forse non è nemmeno una cattiva idea.
Ma la cultura è prima di tutto costruzione di valore, visione, immaginazione, creatività, esperienza. Non può essere l’ennesimo esempio di pornografia digitale al servizio di una nuova forma di masturbazione collettiva.
Qualcuno lo dica anche a Colao