Quel pennello sottile come un filo
C’è stato un tempo, lungo e silenzioso, in cui le donne abitavano l’arte senza possederla davvero. Erano muse, simboli, corpi da contemplare, esistevano sulle tele, ma raramente dietro il pennello. La loro immagine veniva costruita, interpretata, spesso idealizzata dallo sguardo maschile: erano presenza, ma non voce.
Nella storia dell’arte, lo sguardo degli uomini sulle donne ha lasciato tracce profonde e riconoscibili. Nei ritratti rinascimentali, la donna era spesso emblema di virtù: composta, elegante, immobile, pensiamo alla Monna Lisa di Leonardo da Vinci, con il suo sorriso enigmatico ma trattenuto, o alle figure eteree e idealizzate di Sandro Botticelli. Più tardi, nei secoli successivi, la donna diventa spesso oggetto di desiderio o allegoria: corpo sensuale nei dipinti di Tiziano o figura mitologica, distante e perfetta, quasi irraggiungibile.
In ogni caso, è quasi sempre uno sguardo esterno a definirla. Anche quando sembra protagonista, la donna è spesso filtrata da un’idea o da un ruolo: madre, amante, santa, peccatrice, raramente vista come individuo complesso. Il ritratto, più che restituire una persona, costruisce un’immagine funzionale a un immaginario collettivo dominato dagli uomini. Poi qualcosa ha iniziato a incrinarsi.

La mostra “Il filo di Arianna. Trame di vita al femminile”, curata da Diana Vaccaro, ha accolto il visitatore proprio in questo punto di svolta: nel momento in cui la donna smette di essere soltanto immagine e diventa narrazione, non più oggetto, ma soggetto. Non più silenzio, ma racconto. La mostra, ospitata prima nella sede di Banco BPM a Milano nel 2025, poi allestita nello spazio espositivo di Palazzo Scarpa, si è conclusa il 30 Marzo 2026, nel cuore di Verona, presentando circa trenta opere della collezione d’arte del gruppo bancario.
L’esposizione ha esplorato l’universo femminile attraverso dipinti, sculture e arazzi, dal Seicento al contemporaneo, incentrati su figure femminili. La selezione ha incluso opere di rilievo come quelle di Felice Casorati, Mario Sassu, Umberto Maggi, Adolfo Wildt, Luca Giordano, Arturo Martini, Francesco Messina, e poi, nel passaggio di pennello, le opere di autrici come Paola De Romans, Eva Pirelli, Von den Steinen, Recco.
La mostra, curata con profondità culturale, leggerezza di legami e sottile eleganza, per offrire un ritratto sfaccettato della donna, spaziando tra temi quali la forza, la maternità, la bellezza, la fragilità e l’emancipazione, seppur conclusa ha creato un precedente: usando la metafora del mito di Arianna, dove l’arte funge da filo conduttore, guida il visitatore nel superamento degli stereotipi. Un percorso intimo e potente attraverso le opere della collezione di Banco BPM dove la figura femminile si rivela nella sua complessità: fragile e resistente, invisibile e centrale, prigioniera di stereotipi e al tempo stesso capace di spezzarli. Il titolo richiama il mito di Arianna, ma il filo che guida il visitatore non è soltanto quello della leggenda: è un filo fatto di vite reali, di sguardi restituiti, di identità che finalmente emergono; se nel mito serviva a Teseo per uscire dal labirinto, qui diventa simbolo di un’altra fuga, quella dalle gabbie culturali, dai ruoli imposti, dalle narrazioni univoche.

Camminando tra dipinti e sculture, si è percepito chiaramente il passaggio epocale: da donne dipinte a donne che dipingono. Da corpi osservati a occhi che osservano. Le artiste, finalmente, non chiedono più di essere rappresentate — si rappresentano. E in questo gesto c’è qualcosa di profondamente rivoluzionario, ma anche doloroso: perché ogni opera porta con sé il peso di secoli di esclusione, e insieme la forza di chi ha deciso di esserci comunque. La mostra diventa una presa di coscienza, invita a guardare oltre la superficie delle immagini e a interrogarsi su chi abbia avuto, nel tempo, il diritto di raccontare e di raccontarsi. E nel farlo, restituisce dignità a storie rimaste troppo a lungo ai margini.
“Il filo di Arianna” non offre risposte semplici, piuttosto, intreccia domande, emozioni e consapevolezze, un percorso che chiede al visitatore di perdersi, di riconoscere i labirinti — interiori e collettivi — e di trovare, forse, un proprio filo per uscirne, perché l’arte, quando cambia sguardo, cambia anche il mondo. E qui, finalmente, lo sguardo è anche quello delle donne.