Vannacci (e il suo programma) spiegato a chi non vota Vannacci
PREMESSA: NO VAFF, PLEASE
«Dove scompare ogni traccia della “società patriarcale” va diffondendosi un preoccupante aumento della violenza sulle donne. […] dovremmo proteggere e non criminalizzare il nostro modello: quello del “patriarcato mediterraneo”, volto alla sottolineatura delle specificità e alla formazione di maschi forti, capaci di dominare le emozioni e le passioni, proteggendo le donne e offrendo sé stessi per la costruzione e la difesa della società»; «la più impattante risposta al problema degli omicidi di donne è rappresentata dalla remigrazione»; «una piccola immigrazione di persone cristiane non mina l’unità culturale del nostro Paese che è oggi minacciata in primis da un’invasione maomettana di massa»; «per richiedere la cittadinanza italiana sarà necessario aver dimorato regolarmente per almeno 20 anni sul territorio nazionale, dimostrare una padronanza della lingua italiana parlata e scritta di livello C1, non aver riportato condanne penali e sottoscrivere una dichiarazione di assimilazione alla civiltà greca, romana e cristiana»; «per fare un italiano non ci vuole un corso di educazione civica: ci vogliono secoli»; «tradizione significa dare il voto alla più oscura di tutte le classi, quella dei nostri avi»; «bisogna anche tener conto dei Morti, nella vera democrazia». (I virgolettati sono tratti dal programma di Futuro Nazionale, pubblicato sul sito del Movimento).
Di fronte a proclami di questo tenore, il primo impulso è quello di scuotere la testa, soffiare aria dal naso e lasciarsi andare a un sonoro «ma vaffanculo!». Ma è esattamente quello che non bisogna assolutamente fare. Per due ragioni. La prima è che ci si abbassa al livello delle menti (scaltre ma non trasparenti) che hanno elaborato queste teorie. Teorie che, in tempi di decenza, verrebbero coperte di ridicolo e vergogna, insieme ai loro ideatori. La seconda ragione è che il nostro vaffanculo finirebbe col fare il gioco del nemico. Le sue tesi – non analizzate, smontate e confutate – continuerebbero a girare indisturbate e si diffonderebbero sempre più. E, così, finiremmo col cadere nella trappola costruita a tavolino, con lucidità e astuzia ferine, per farci fessi.
PHISHING ELETTORALE: ELETTORI COTTI E MANGIATI
Il caso Vannacci è un caso di scuola di quello che potremmo definire phishing elettorale. Né il primo – queste tecniche di manipolazione si perdono nella notte dei tempi – né l’ultimo. Una ricetta antica come l’uomo che, però, garantisce sempre un sicuro successo. Come funziona?
Presto detto: sei fasi.
Fase 1. Si annusa il vento
Si ascolta la pancia, non la testa, dell’opinione pubblica. Una pancia stanca del costo della vita, dei salari che non crescono mai, della sanità che non funziona, delle pensioni troppo basse, del lavoro precario, della criminalità, dell’insicurezza, dell’incertezza sul futuro. Problemi diversi, complessi, difficili da risolvere.
Fase 2. Si crea il capro espiatorio
Soluzione? Si crea il colpevole. Uno solo: visibile, riconoscibile, additabile. Il diverso da noi. Il “nemico del popolo”. Il capro espiatorio cambia – cristiani, ebrei, rom, streghe, untori, comunisti, omosessuali, musulmani… – il trucchetto no. Perché dovrebbe? La Storia dimostra che funziona. Da sempre. Oggi, il capro espiatorio perfetto sono gli immigrati. Crisi economica? Colpa degli immigrati. Criminalità? Immigrati! Violenza sulle donne? Immigrati! Salari da fame? Immigrati! Sanità a pezzi? Immigrati! Qualunque sia la domanda, la risposta è la stessa: gli immigrati.
Fase 3. Si prepara l’esca
Una soluzione semplice, chiara, immediata. La parola magica che ci libererà da tutti i mali: remigrazione. Rigettiamo i migranti in mare. Insieme a loro, come d’incanto, spariranno anche tutti i nostri problemi e, finalmente, torneranno benessere, serenità, sicurezza, lavoro, salute… Strike: in un colpo solo, tutti i birilli a terra!
Fase 4. Si getta l’amo
Perché il trucco funzioni, però, l’esca non deve sembrare un’esca. Nessun problema: basta pescare nel mazzo una serie di numeri ad hoc, trasformare in cause delle semplici correlazioni e soffiare sul fuoco delle paure per renderle emergenze.
Fase 5. I pesci abboccano
I pesci-elettori accorrono, convinti di aver, finalmente, trovato la soluzione a tutti i loro problemi. Mordono l’esca e finiscono prima nella rete e poi nella padella.
Fase 6. Cotti e mangiati
Contenti e cojonati, si dice a Roma. E mentre i pesci-elettori, illusi, festeggiano, qualcuno sta apparecchiando la tavola. Non per loro: con loro. Non saranno i commensali. Saranno la frittura.
IL METODO GASPERINI/VANNACCI
Ma qual è, allora, il metodo-Vannacci? O, meglio: il metodo-Gasperini/Vannacci. È Lorenzo Gasperini, infatti – docente di storia e filosofia in un liceo toscano – l’ideologo di Futuro Nazionale, il responsabile dell’elaborazione del programma, pubblicato online pochi giorni fa.
Un programma astuto. Non c’è dubbio. Molto astuto. E, dunque, pericoloso. Molto pericoloso. Sbagliato ironizzare. Folle prenderlo sottogamba. Perché non inventa la realtà. Sarebbe troppo facile smontarlo. Piega la realtà ai propri scopi, fino a farle assumere la forma che vuole lui. Come un fabbro, con un pezzo di ferro. Il ferro resta sempre ferro. Nel frattempo, però, il tubo innocente diventa un bazooka.
Il problema più grande? La verosimiglianza
L’anima degli oltre 232mila caratteri di programma è la logica, apparentemente inattaccabile, del sillogismo. “Tutti gli uomini sono mortali, Socrate è un uomo, dunque Socrate è mortale”. Peccato, però, che i sillogismi della ditta Gasperacci o Vannaccini – scegliete voi – siano fallaci: “il tavolo ha quattro zampe, il cane ha quattro zampe, dunque il tavolo è un cane”.
Il problema del programma di FN, quindi, non è la falsità. È un problema molto più serio: la verosimiglianza. Il programma prende dati veri, li manipola e ne ricava conclusioni che sembrano vere. Ma non lo sono.
Problemi reali, documentati, spesso incontestabili nella loro sostanza fattuale: la crisi demografica, la sovrarappresentazione degli stranieri in alcune statistiche del Viminale, la “fuga dei cervelli”, lo svantaggio competitivo dell’Europa sul costo dell’energia. Problemi che non è possibile liquidare con una semplice alzata di spalle e che non è nemmeno possibile negare solo perché non si condividono le soluzioni proposte.
Il programma, dunque, non è costruito sulla sabbia. Questo, però, non significa affatto che sia solido. E, soprattutto, non significa affatto che sia un bel programma. Troppi ecomostri dimostrano che si possono edificare, persino legalmente e su terreni solidi, costruzioni orrende. A tirarle su, si impiega pochissimo. Per buttarle giù, invece, ci vogliono decenni. E non è affatto detto che ci si riesca.
STRANIERI = CRIMINALI? NON SOMMIAMO MELE E PERE
Come insegnava Umberto Eco, ogni potere che voglia consolidarsi ha bisogno di un nemico. Ma “il migrante”, inteso genericamente, non esiste. È un’astrazione. Per capire cosa nasconda quell’etichetta, bisogna smettere di parlare per categorie e guardare bene i numeri.
Un primo dato sembrerebbe dare ragione a chi accusa: gli stranieri sono meno di un decimo dei residenti in Italia ma circa un terzo dei detenuti. Il dato è vero. Il problema è come lo si legge.
Prima trappola logica: il carcere non fotografa soltanto chi delinque. Fotografa anche chi ha meno strumenti per non entrarci o uscirne: chi non può permettersi una buona difesa, chi attende il processo in custodia cautelare, chi non riesce a ottenere misure alternative. Ed è ovvio che chi non ha un domicilio stabile o una posizione regolare ha più probabilità di restare dentro.
Seconda trappola, statistica: per ciascuna nazionalità, il calcolo confronta il numero dei detenuti con quello dei soli residenti regolari. Se una persona irregolare finisce in carcere, compare tra i detenuti ma non tra i residenti della propria nazionalità. Così, il rapporto risulta più alto, soprattutto per le nazionalità in cui l’irregolarità è più diffusa. Ed ecco che il pregiudizio viene spacciato per statistica.
Tutto questo, senza considerare che i dati (Ministero della Giustizia, detenuti al 31/12/2024; Istat, residenti all’1/1/2025) mostrano differenze enormi: il rapporto è più basso di quello italiano per i cinesi, vicino per indiani e bangladesi, sale per i romeni, è molto più alto per marocchini e tunisini. Le differenze interne all’universo degli “stranieri” smentiscono, quindi, l’idea di un blocco omogeneo.
Questo non significa che una nazionalità sia “buona” e un’altra “cattiva”. Quei rapporti, da soli, non misurano l’effetto della cittadinanza. Per poterlo misurare, bisognerebbe confrontare popolazioni simili per età, sesso, condizione economica e regolarità del soggiorno. Senza un confronto di questo tipo, attribuire tutto alla cittadinanza non spiega il dato: lo reinventa. Ad uso e consumo degli autori del programma, ovviamente.
Statisticamente, dunque, non esiste “il migrante”. Esistono persone e comunità profondamente diverse tra loro. Aggregarle non rivela la realtà, la cancella. Trattare “il migrante” come blocco unico non descrive i dati: usa un dato vero per costruire a tavolino una spiegazione falsa.
“COLONIALISMO CAMUFFATO”? PROBLEMA TRASFORMATO IN TEOREMA
Il programma di FN definisce le migrazioni di massa «una sottile forma di colonialismo camuffato, attraverso il quale l’Europa sta privando molti Paesi in via di sviluppo delle proprie energie fondamentali, ovvero dei giovani in età produttiva».
Il punto di partenza non è inventato. Il brain drain, la cosiddetta “fuga di cervelli”, esiste, lo sappiamo bene anche noi italiani. Quando molti medici, ingegneri, tecnici, ricercatori e altri lavoratori qualificati lasciano un Paese povero o demograficamente fragile, la perdita di capitale umano può davvero ostacolarne lo sviluppo. La stessa Banca Mondiale riconosce che, soprattutto nei Paesi più piccoli e a basso reddito, l’emigrazione di lavoratori altamente qualificati può produrre costi superiori ai benefici derivanti dalle rimesse e dal trasferimento di conoscenze.
Partendo da qui, però, FN compie tre subdoli salti logici.
Il brain drain diventa l’alibi passe-partout per condannare ogni migrazione. Non tutti i migranti, infatti, sono lavoratori altamente qualificati e non ogni partenza impoverisce necessariamente il Paese d’origine. La migrazione può produrre anche rimesse, acquisizione di competenze, investimenti e successivi ritorni di capitale umano.
Il secondo salto è ancora più azzardato: da “la migrazione può impoverire alcuni Paesi d’origine” a “l’Europa li sta privando dei loro giovani”. Il verbo cambia tutto. “Privare” implica una relazione attiva: qualcuno sottrae qualcosa a qualcun altro. I migranti, però, non sono materie prime estratte dal sottosuolo di un Paese da una potenza colonizzatrice. Sono persone che decidono di partire, spesso proprio perché, tra il loro Paese e quello di destinazione, esistono enormi differenze di reddito.
Secondo gli ultimi dati disponibili della Banca Mondiale, il reddito nazionale lordo pro capite italiano equivale a 99 volte quello afghano, 54 volte quello siriano, 37 volte quello maliano, 14 volte quello bangladese, 11 volte quello egiziano e 7 volte quello ucraino. Fra il 1946 e il 1976, quando a emigrare eravamo noi – 7,4 milioni di espatri dall’Italia, 5,1 milioni dei quali verso l’Europa – il reddito pro capite dei principali Paesi di destinazione era da 1,4 a 2,25 volte il nostro. Quando partivamo noi, la libertà di partire era un diritto; oggi che partono loro, diventa colonialismo?
Chiamare «colonialismo» questa scelta significa rimuovere ciò che comporta. Partire è sempre doloroso. Nessuno lascia la propria casa e la propria terra per un capriccio. Spesso è anche pericoloso. Dal 2014, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha documentato nel Mediterraneo oltre 34mila morti e dispersi. È una stima minima: comprende soltanto gli incidenti che è stato possibile verificare.
Eppure, nel racconto del programma, il diritto di una persona a cercare altrove sicurezza, opportunità migliori e la possibilità di vivere più a lungo scompare. Al suo posto compare il presunto diritto dello Stato d’origine a trattenerne la forza lavoro.
Il terzo salto è il più spregiudicato: il programma sostiene che i giovani verrebbero «trasferiti in Italia e in Europa per favorire gli interessi culturali dei nichilisti e quelli economici del grande capitale che vuol comprimere i salari». Qui il programma non descrive più gli effetti di un fenomeno: inventa una regia occulta.
Nichilisti sui generis, tra l’altro. La loro filosofia nega l’esistenza di valori e fini ultimi. Loro, però, avrebbero un fine estremamente concreto: trasferire in massa i giovani dei Paesi poveri e trasformare l’Europa. Che dire? Per essere gente senza fini, hanno un piano sorprendentemente ambizioso.
Un aumento dell’offerta di lavoro poco qualificato può davvero esercitare pressioni su alcuni salari e condizioni occupazionali. Da questo, però, non discende affatto l’esistenza di una strategia europea volta a svuotare deliberatamente i Paesi poveri delle loro giovani generazioni.
C’è, infine, un’asimmetria particolarmente sfacciata. Il programma chiama colonialismo la partenza dei giovani dai Paesi poveri, ma vuole favorire il ritorno dei giovani italiani emigrati all’estero. FN obietterebbe che ognuno deve contribuire alla propria nazione d’origine. Ma proprio questa difesa smaschera l’argomento: il vero principio, infatti, non è “non sottrarre capitale umano a chi ne beneficia”. È: “ciascuno appartiene alla nazione in cui è nato”. Una posizione nazionalista legittima, se dichiarata apertamente. Ben diversa, però, da ciò che gli studi sul brain drain permettono di concludere.
Il punto non è negare il brain drain, ma fermarsi là dove si fermano i dati. L’emigrazione qualificata può danneggiare certi Paesi. Ciò, però, non dimostra che l’Europa stia orchestrando un colonialismo demografico.
VIOLENZA SULLE DONNE: DAL “PARADOSSO NORDICO” ALLA REMIGRAZIONE
Analoghe forzature logiche riguardano il tema della violenza sulle donne. In alcuni Paesi nordici, le donne dichiarano livelli di violenza superiori a quelli italiani. Secondo l’indagine europea sulla violenza di genere, condotta congiuntamente da Eurostat, FRA ed EIGE su oltre 100.000 donne in 27 Stati membri, la quota di donne che dichiara di aver subito violenza psicologica, fisica o sessuale da parte di un partner attuale o precedente è del 53% in Finlandia, contro una media UE del 32%. Per la violenza fisica o sessuale subita da persone diverse dal partner, la quota è del 47% in Finlandia, del 42% in Svezia e del 38% in Danimarca, contro il 10% in Repubblica Ceca, l’8% in Polonia e il 6% in Bulgaria.
La compresenza di livelli molto elevati di uguaglianza di genere e di alti livelli dichiarati di violenza da parte del partner è nota nella letteratura come “paradosso nordico”. Il dato esiste. Ma non dimostra affatto che il femminismo abbia fallito o che il “patriarcato mediterraneo” protegga meglio le donne. Per passare da quel dato a questa conclusione, bisognerebbe prima dimostrare che la differenza non dipenda da altri fattori: una maggiore propensione alla denuncia, una maggiore consapevolezza delle vittime, un diverso modo di riconoscere gli abusi.
Ancora una volta, il programma spaccia la correlazione per causalità. Prende il modello culturale che preferisce – il “patriarcato mediterraneo” – e lo promuove, a posteriori, a spiegazione scientifica. È una tesi. Può essere sostenuta, discussa, persino difesa filosoficamente. Ma non può essere spacciata per un risultato che emerge direttamente dai dati. Anche perché, se il patriarcato protegge davvero le donne, bisogna riconoscere che lo fa con discrezione assoluta: non c’è un solo dato che riesca a dimostrarlo.
Ancora più spregiudicato è il passaggio successivo. È lo stesso sillogismo del tavolo e del cane, applicato agli omicidi di donne: alcuni autori sono stranieri, dunque – senza stranieri – quei delitti non esisterebbero. È la logica pseudoscientifica che, un secolo fa, bollava gli italiani emigrati negli USA come geneticamente inclini al crimine. Cancellare gli autori stranieri da una statistica, però, non significa cancellare le cause che producono la violenza.
I dati dimostrano che la presenza straniera non può spiegare la parte largamente prevalente degli omicidi di donne italiane, perché nel 93,4% dei casi l’autore è italiano. La maggioranza assoluta degli omicidi di donne avviene, inoltre, in ambito familiare o di coppia, per mano di un partner o ex partner: un fenomeno relazionale, non riconducibile alla semplice presenza straniera sul territorio.
Per definire la remigrazione «la più impattante risposta» non basta osservare che alcuni autori sono stranieri. Bisognerebbe dimostrare che a produrre la violenza sia proprio la cittadinanza, e non l’età, il sesso, le condizioni sociali, i precedenti penali o le dinamiche relazionali. FN non lo fa e si limita a trasformare una fotografia statistica in una previsione che quella fotografia non autorizza affatto.
QUANDO GLI SLOGAN PRENDONO IL POSTO DEI DATI
A proposito di immigrazione, FN fissa al 4% la quota massima di stranieri che l’Italia potrebbe accogliere, senza veder minacciata la propria identità. Da dove arriva quella soglia? Dai Longobardi, la cui presenza nella penisola, quasi millecinquecento anni fa, viene stimata intorno al 4% della popolazione di allora.
Quel numero, però, non è un dato censuario: è il rapporto fra due stime inevitabilmente incerte. E, anche se fosse scolpito nella pietra, non dimostrerebbe nulla sulla percentuale di stranieri che una società contemporanea può integrare senza perdere la propria identità. Quella dei Longobardi, semmai, fu una vera invasione militare – tutt’altra cosa dall’immigrazione regolata del XXI secolo: i Longobardi non chiedevano permessi di soggiorno, non arrivavano con contratti di lavoro, non diventavano cittadini dopo dieci o vent’anni.
Lo stesso trucchetto si ripete con i 2,1 figli per donna. Il numero indica il livello di sostituzione generazionale: un concetto tecnico, demografico. Il programma lo ribattezza “tasso di estinzione”. Una piccola (ma tutt’altro che innocente) alterazione lessicale che produce una gigantesca alterazione percettiva. “Livello di sostituzione” descrive un processo condizionato e di lungo periodo, “estinzione” trasforma quel processo in un esito terminale già inscritto nei numeri.
La stessa forzatura logica porta il programma a parlare di “invasione”. Ma “invasione” non è il risultato al quale conducono i numeri: è la conclusione politica inserita nel ragionamento prima ancora che i numeri vengano esaminati. Il programma non stabilisce quale quantità, quale velocità del flusso o quale incidenza sulla popolazione segnerebbe il passaggio dall’immigrazione all’invasione. Non definisce una soglia, non indica un criterio verificabile, non costruisce una misura. Pronuncia il verdetto e, soltanto dopo, dispone i dati in modo che sembrino confermarlo.
Come documenta Hein de Haas nel volume Migrazioni. La verità oltre le ideologie. Dati alla mano: circa il 97% della popolazione mondiale vive nel proprio Paese d’origine. I migranti internazionali rappresentano all’incirca il 3%; i rifugiati circa lo 0,3%. In proporzione alla popolazione mondiale, la migrazione internazionale è rimasta sostanzialmente stabile per decenni.
La sproporzione è quella tra una balena e un pesce rosso. E quale balena avrebbe paura di un pesce rosso? La propaganda, però, prende il pesce rosso e lo spaccia per una balena. L’invasione globale, dunque, non esiste. Ma la paura dell’invasione rende benissimo.
Lo stesso giochetto si ripete con il 9%: la quota dei cittadini stranieri sul totale della popolazione. Il programma, però, usa quel numero come se misurasse gli extracomunitari. Non è così: gli extracomunitari sono soltanto una parte degli stranieri. Romeni, francesi e tedeschi sono stranieri, ma cittadini UE.
Il trucco è semplice: si conta il gruppo più grande e si attribuisce il risultato a quello più piccolo. Quando gli “stranieri” diventano “extracomunitari”, i cittadini europei spariscono dalla definizione, ma restano nel numero. Così gli extracomunitari sembrano più numerosi e l’allarme più credibile. Non è un dettaglio linguistico: è un dato gonfiato cambiandogli etichetta.
CORRELAZIONE NON SIGNIFICA CAUSALITÀ
Quella di FN è una macchina retorica efficace perché non parte quasi mai da una falsità pura. Procede per piccoli slittamenti: un dato vero (il più utile alla causa), una variabile (guarda caso) dimenticata, una correlazione trasformata in causa, una parola tecnica sostituita da una parola emotiva, un’interpretazione presentata come evidenza, una scelta politica trasformata in necessità. Alla fine, il lettore crede di essere arrivato alla conclusione seguendo i numeri. Ma i numeri lo hanno accompagnato solo per il primo tratto di strada. Poi li ha sostituiti l’ideologia. I dati dovrebbero essere testimoni, non complici.
Come si smonta una macchina del genere? Non dicendo che è tutto falso: sarebbe falso a sua volta. Non deridendo i problemi che solleva: molti sono autentici. Non rifiutando un dato solo perché lo usa un avversario politico: sarebbe intellettualmente disonesto. Ma neppure riparandosi dietro il mantra “correlazione non è causalità”. Quando esistono dati e studi che permettono di scomporre il fenomeno, bisogna andarli a vedere.
Bisogna fare qualcosa di più semplice e più efficace: concedere tutto ciò che è vero e fermarsi ogni volta un centimetro prima del salto logico che trasforma il vero in falso. Dire: questo dato è vero, questo problema esiste, questa correlazione c’è. Ma da qui in poi non parlano più i numeri. Parlano gli ideologi. Ed è esattamente lì che finisce l’analisi e comincia la propaganda.
IL POSTO DI VANNACCI SULLA MAPPA IDEOLOGICA
“Fascismo” è un’etichetta politicamente comprensibile, ma controversa come categoria scientifica. Nel programma di FN ricorrono elementi che la storiografia associa alla famiglia fascista: decadenza, rigenerazione nazionale, purezza, culto dell’energia e della forza. Sono indizi significativi. Ma la presenza di alcuni tratti fascisti non basta, da sola, a definire fascista l’intero programma. Non emerge ancora, almeno in forma compiuta, quel progetto rivoluzionario di rigenerazione nazionale e rifondazione dello Stato e della società che, pur con criteri diversi, studiosi come Roger Griffin e Robert Paxton considerano centrale. Definire FN “fascista” può dunque essere un giudizio politico legittimo. Ma, sul piano scientifico, gli elementi presenti nel programma non bastano ancora a classificarlo come tale.
Più adatta sembra la categoria elaborata dal politologo olandese Cas Mudde: populist radical right party, cioè “partito della destra radicale populista”. A definirla sono tre elementi: nativismo, autoritarismo e populismo. Il programma li presenta tutti e tre in modo quasi manualistico.
A questa matrice si aggiunge l’impronta specifica di FN: un nazional-conservatorismo religioso, con una forte componente sociale-cattolica e distributista (dottrina economico-sociale di matrice cattolica che vuole diffondere la proprietà dei mezzi di produzione tra famiglie, lavoratori e piccole comunità, anziché concentrarla nelle mani dello Stato o dei grandi capitali), inserito nella cornice dello scontro tra civiltà teorizzato dal politologo statunitense Samuel Huntington.
Non un’ideologia nuova, dunque, ma una sintesi che assembla materiali intellettuali seri e altri più controversi con la stessa disinvoltura retorica individuata fin qui.
CONCLUSIONI
Il “ferro” cambia: criminalità, migrazioni, violenza contro le donne, brain drain, demografia, identità nazionale. Ma il “fabbro” ne ricava sempre un bazooka. Dati veri vengono privati del contesto, differenze diventano minacce, correlazioni diventano cause, preferenze politiche diventano necessità. Il programma non inventa le premesse: inventa le conclusioni.
La cittadinanza è la cartina di tornasole finale di questo metodo. Le domande che seguono servono a mettere a nudo il doppio standard politico e morale su cui si regge il programma. Qualità considerate indispensabili per ammettere uno straniero cessano improvvisamente di definire l’appartenenza nazionale quando a non possederle è un cittadino italiano dalla nascita. Due pesi, due misure: il più classico degli strumenti dell’arbitrarietà del potere.
- Se – solo per fare qualche esempio – Craxi, Berlusconi, Formigoni, Dell’Utri o Galan fossero nati stranieri, avrebbero superato i requisiti morali posti dal programma? Se no, perché la stessa condotta diventa irrilevante quando la cittadinanza deriva dalla nascita?
- Se uno straniero lavora, paga le tasse, rispetta le leggi e non delinque, mentre un italiano evade, corrompe, truffa o ruba, chi dei due merita di più di far parte della comunità nazionale?
- Perché non facciamo a cambio: facciamo emigrare gli italiani disonesti e, per ognuno di loro, importiamo un migrante onesto?
- Se per essere italiani bisogna condividere i “valori della nostra civiltà”, chi decide quali sono? E chi decide se io li condivido abbastanza?
- Se la cittadinanza richiede l’assimilazione alla civiltà greca, romana e cristiana (qualunque cosa ciò significhi), quanti italiani saprebbero superare oggi quell’esame?
- Cos’è? Per diventare italiano, devi essere irreprensibile. Per governare gli italiani, no?