L’intelligenza artigianale di Reggio Calabria
[di Daniela Cavallo, Direttrice del progetto Bardolino candidata Capitale Italiana della Cultura 2029]
Arrivare a Reggio Calabria verso il tramonto è un’emozione difficile da raccontare.
Prima ancora della città, appare il mare: di fronte la Sicilia, la punta di Cariddi, più lontane le Eolie. L’acqua è di un blu profondo, quasi abissale, mentre verso gli scogli diventa cristallina e trasparente. Alle spalle, la montagna. È un paesaggio aspro, potente, ruvido nel quale mare e terra sembrano incontrarsi continuamente, quasi in un dialogo. È forse proprio questo rapporto tra acqua, paesaggio e comunità che permette di comprendere meglio ciò che si incontra a Reggio Calabria: una terra nella quale la tradizione non appare come qualcosa di fermo, ma come una materia ancora capace di trasformarsi.
È questa la prima immagine che porto con me: quella di una intelligenza artigianale, un modo di conoscere e interpretare il territorio che nasce dal saper fare, dalla manualità, dalla memoria, ma che riesce a guardare al futuro.
Questa stessa tensione tra memoria e futuro si ritrova all’Università Mediterranea di Reggio Calabria, nel Dipartimento di Architettura e Design. Un luogo nel quale il territorio entra nella ricerca e nella formazione e dove studenti provenienti dalla Calabria e dalla Sicilia portano con sé paesaggi, esperienze e culture differenti, desiderio di capire. Qui è stato inaugurato il laboratorio dedicato a Bardolino e al Lago di Garda, all’interno del corso congiunto di Urban Planning for Tourism della professoressa Natalina Carrà e di Heritage Conservation and Design del professor Nino Sulfaro. Un laboratorio condiviso verso la Capitale Italiana della Cultura 2029, nel quale Bardolino e il Garda diventano un caso reale, un campo di ricerca e di progetto per gli studenti dei due insegnamenti.

La domanda è tanto semplice quanto complessa: come trasformare patrimonio, paesaggio e cultura in un’esperienza territoriale riconoscibile, accessibile e sostenibile? Il laboratorio nasce dalla collaborazione con il Comune di Bardolino e con BardolinoHub, il gruppo che sta costruendo la candidatura di Bardolino e del Lago di Garda. Gli studenti sono chiamati a confrontarsi con un territorio concreto, con le sue potenzialità ma anche con le sue contraddizioni. E forse proprio lo sguardo di chi arriva da lontano può aiutare a vedere ciò che l’abitudine rende invisibile. A dicembre, alla fine del semestre, presenteranno idee e progetti: sarà interessante scoprire che cosa vede del Garda chi ancora non lo conosce, quali domande pone e quali possibilità riesce a immaginare.
Il confronto con la direttrice del Dipartimento, Consuelo Nava ha aperto poi una prospettiva ancora più ampia, quella di PeLAGo – Atlante culturale contemporaneo, un progetto, all’interno del dossier di candidatura, che potrebbe costruire una collaborazione scientifica e culturale stabile tra il territorio del Garda e il Dipartimento dAeD dell’Università Mediterranea. L’idea nasce da una suggestione: considerare il Garda come un “Mediterraneo del Nord”. Non per cancellare le differenze tra un lago a nord e il Mediterraneo, ma per mettere in relazione territori che, pur lontani, si trovano ad affrontare questioni molto simili: la pressione turistica, la trasformazione dei paesaggi, la fragilità ambientale, il conflitto tra economia dell’accoglienza e abitare quotidiano, la crescente privatizzazione degli spazi pubblici.
E soprattutto il rapporto profondo tra le comunità e l’acqua.
Garda e Mediterraneo possono così diventare luoghi di un confronto comune sulle forme dell’abitare, sulle economie turistiche, sulla trasformazione dei paesaggi e sulla necessità di nuovi modelli di rigenerazione. Un Mediterraneo diffuso, non definito soltanto dalla geografia, ma dalle relazioni che l’acqua rende possibili.

Ma è uscendo dall’università e incontrando gli artisti e i luoghi che questa riflessione prende una forma ancora più concreta.
A Reggio Calabria il saper fare appare infatti come una possibile forma di innovazione: non la nostalgia di una tradizione perduta, ma la capacità di prendere una materia antica e darle un significato nuovo. È quello che accade nell’incontro con Nicola Tripodi, artista di Arghillà, nelle cui opere la terracotta diventa racconto del territorio: piccoli paesi arroccati su un cucuzzolo, tipici della Calabria, architetture, paesaggi, fino alla rappresentazione di Pentedattilo: la terra prende forma tra le mani e diventa memoria visibile. Guardando queste opere si comprende come il patrimonio non sia necessariamente qualcosa da conservare immobile, può essere una materia viva, capace di generare nuove interpretazioni e narrare il territorio nella sua identità più profonda.
La stessa trasformazione emerge nelle installazioni di Angela Pellicanò di Technè dove la tradizione della terracotta calabrese diventa ceramica e incontra la land art e l’arte contemporanea: balene, ricci, pietre, figure, segni e forme antiche cambiano scala e diventano presenze nel paesaggio. La materia tradizionale non viene abbandonata, ma trasformata: si sente la Calabria nel suo futuro che si apre.

Anche questi percorsi sono legati al lavoro di valorizzazione del territorio calabrese della professoressa Carrà, impegnata in progetti a Precacore, Pentedattilo e Samo: qui l’arte non è semplicemente qualcosa da collocare in un luogo ma diventa uno strumento per tornare a guardarlo, per raccontarlo e per restituirgli attenzione. A questa geografia creativa si aggiungono le installazioni di Gianni Brandolino, che contribuiscono a costruire un dialogo continuo tra arte, spazio e territorio. È in questo momento che la definizione di “intelligenza artigianale” acquista il suo significato più pieno: artigianale non significa semplicemente manuale, significa conoscere la materia attraverso l’esperienza, conoscere il territorio attraverso la relazione, conoscere la memoria attraverso la capacità di trasformarla. È un’intelligenza concreta, che parte dalle mani ma arriva al progetto. E forse proprio qui sta una delle forme più interessanti dell’innovazione contemporanea: non inventare necessariamente qualcosa che prima non esisteva, ma trovare un modo nuovo per far vivere ciò che già esiste.
È una riflessione che torna anche nel lavoro su Bardolino e sul Lago di Garda. La candidatura a Capitale Italiana della Cultura 2029 nasce infatti dalla volontà di passare dal patrimonio da visitare al patrimonio da vivere, dalla destinazione al laboratorio, dall’immagine del territorio alla sua capacità di produrre cultura, relazioni e futuro. Il confronto con Reggio Calabria aggiunge una prospettiva preziosa: il patrimonio non è soltanto ciò che abbiamo ricevuto, ma ciò che siamo capaci di fare con ciò che abbiamo ricevuto.

E allora il viaggio ritorna al suo punto di partenza. A territori d’acqua apparentemente lontani che, attraverso l’università, l’arte e la progettazione, scoprono domande comuni. Come abitare un territorio senza consumarlo? Come accogliere senza trasformare tutto in consumo? Come conservare il patrimonio senza renderlo immobile? Come fare della cultura una forza capace di generare futuro? Forse la risposta sta nella relazione, tra acqua e terra, tra memoria e innovazione, tra università e comunità, tra progettazione e saper fare. Perché l’acqua può essere un confine, ma prima ancora è una strada.
E forse è proprio questo che un viaggio permette di scoprire: che luoghi lontani possono riconoscersi quando cominciano a guardare insieme nella stessa direzione.