#Controcanto. Keith Jarrett e la ricerca del silenzio
Sono giorni che il mio tempo viene invaso dall’ascolto di Dark Intervals di Keith Jarrett. Lo ascolti e avverti un conflitto lieve, dolce, dettato dal sublime delle mani sulla tastiera che cercano di fare argine all’oscurità che a volte abita dentro il “rumore” del silenzio. Registrato dal vivo alla Suntory Hall di Tokyo l’11 aprile 1987 e pubblicato da ECM l’anno successivo, questo disco arriva in un momento particolare della ricerca musicale di Jarrett. Dopo gli anni delle grandi improvvisazioni solistiche, il trio, gli standard jazz, il pianoforte torna a essere un luogo ancora più essenziale, quasi spogliato di ogni necessità narrativa. Durante l’esecuzione degli otto brani – Opening, Hymn, Americana, Entrance, Parallels, Fire Dance, Ritual Prayer e Recitative -, Jarrett non usa il silenzio come semplice intervallo fra due suoni, ma come materia, come spazio nel quale la musica prende forma. In un’intervista a David Breskin ha parlato della possibilità di “rendere fisica l’energia del silenzio” e, in un altro passaggio, si è interrogato su quanto possa essere “attivo il silenzio”. È una domanda che attraversa tutta la sua musica e che in Dark Intervals diventa una definizione. La nota non interrompe il silenzio, lo rende abitabile.
Io adoro il silenzio. Ma deve essere un desiderio, una circostanza, una ricerca. Non deve mai essere una condanna, un’imposizione, una porta chiusa. Non ci si chiude nel silenzio, si vive. Il silenzio è l’origine della consapevolezza, la culla del nostro tempo più intimo e riservato. Jarrett sembra saperlo meglio di chiunque altro. Il silenzio non è assenza della musica ma quello spazio necessario perché ogni nota possa disegnare i colori del nostro tempo.
Un ascolto, un dialogo. Ma se il silenzio diventa oscurità, dolore e pericolo, allora un muro di suono deve abbatterlo. La musica così diventa argine, protezione, luce interiore. Jarrett stesso, parlando di Opening, spiegava la necessità di non trasformare automaticamente l’energia in musica, di lasciarla esistere prima, in una dimensione più profonda. Dark Intervals non è un processo di seduzione e nemmeno l’esibizione del virtuosismo come spettacolo o manierismo. Molto più semplicemente, una ricerca. E nella ricerca trova una forma di resistenza. Non perché l’oscurità scompaia, ma perché dentro quell’oscurità si apre uno spazio di ascolto. A volte è una preghiera, a volte un’ombra, a volte una ferita; a volte una luce improvvisa che squarcia il buio. Qualunque cosa sia, ci parla sempre di noi.
Riascoltare oggi Dark Intervals significa inevitabilmente ascoltarlo anche sapendo ciò che sarebbe venuto molti anni dopo. Non perché quel disco debba essere interpretato come una profezia della storia personale di Jarrett (sarebbe una forzatura, e anche una banalizzazione), ma perché la sua idea di musica come rapporto fra energia, silenzio, corpo e limite acquista, alla luce degli ultimi anni della sua carriera, una densità diversa.
Nel 1996 Jarrett fu colpito dalla sindrome da stanchezza cronica e attraversò un periodo nel quale la possibilità stessa di tornare a suonare divenne incerta. “Non sapevo se avrei suonato ancora”, raccontò. Per un musicista come lui significava interrogarsi sul rapporto con il pianoforte, con lo spazio, con il gesto, con quella forma di libertà che l’improvvisazione solistica aveva rappresentato per tutta la vita. Quando tornò alla musica, la sua percezione era cambiata. “Il modo in cui affronto lo spazio è completamente diverso”, spiegò. È una frase che sembra quasi una chiave per comprendere l’intera parabola dell’ultimo Jarrett.
La sua musica, del resto, era sempre stata profondamente fisica. Non c’è nel pianismo di Jarrett una separazione netta fra movimento fisico e suono. Il corpo accompagna, spinge, respira, si muove, cerca. Chi lo ha visto dal vivo conosce quella particolare teatralità involontaria del gesto, il musicista che si piega sulla tastiera, la voce che accompagna il fraseggio, le mani che sembrano cercare nel pianoforte qualcosa che forse non è stato ancora inventato. In una delle sue conversazioni con Breskin, Jarrett lo dice in modo quasi brutale: “Se non c’è il tocco, è qualcosa di sintetico”. Il tocco non è dunque un dettaglio tecnico, ma la condizione stessa della verità del suono. Questo è il sublime di Jarrett, lo riconosci subito, è unico, non replicabile, alieno. Nessuno si avvicina alla straordinaria esperienza del suo modo di fare musica e di sentirla tra le dita. La sua improvvisazione non è semplicemente invenzione istantanea, ma una forma di ascolto radicale. Jarrett ascolta il pianoforte mentre lo suona, ascolta ciò che sta accadendo mentre accade, e in quel processo lascia che la musica modifichi la direzione che sembrava aver preso pochi secondi prima.
La malattia colpisce il musicista proprio nel rapporto fra il corpo e quella materia sonora che Jarrett aveva passato tutta la vita a cercare. Il valore di una nota dipende anche dallo spazio che la circonda, dalla possibilità che quella nota abbia di respirare. Jarrett ha passato una vita a cercare quel punto di equilibrio instabile in cui il suono non è più decorazione, ma necessità.
Il 15 febbraio 2017, alla Carnegie Hall di New York, tenne quello che sarebbe diventato il suo ultimo concerto pubblico. L’anno successivo arrivarono due ictus, nel febbraio e nel maggio del 2018, e la traiettoria cambiò definitivamente. Quando nel 2020 Jarrett tornò a parlare pubblicamente della propria condizione, le sue parole erano di una semplicità devastante: “Ero paralizzato”. E ancora più radicale fu la frase con cui descrisse il rapporto ormai spezzato con la propria identità musicale: “In questo momento non mi sento un pianista”. Non era soltanto una questione di tecnica. Era la perdita di una forma di linguaggio.
In quella stessa fase, Jarrett spiegò di poter suonare soltanto con la mano destra e di non essere più convinto di ciò che riusciva a fare. È una confessione particolarmente significativa se si pensa alla sua idea del pianoforte come luogo di libertà. La musica di Jarrett era nata proprio dall’interazione fra due mani, dalla possibilità di creare simultaneamente linee, accordi, ritmi, contrasti, silenzi, dalla capacità di trasformare il gesto fisico in pensiero musicale. Quando il corpo non risponde più, non viene meno soltanto una tecnica, viene messo in discussione il linguaggio stesso attraverso cui quell’identità si è espressa. “A volte bisogna fermarsi”.
Torno a Dark Intervals per ascoltare come la musica, quella vera, nasce da una tensione fra ciò che possiamo controllare e ciò che dobbiamo lasciare accadere. Rimane lo spazio. E in quello spazio possono esserci pace, inquietudine, desiderio, paura, memoria. Può esserci perfino il dolore.
E allora il silenzio di Dark Intervals oggi mi sembra ancora più necessario. Non il silenzio come chiusura, come condanna, come sottrazione definitiva, ma il silenzio come possibilità di ascoltare ciò che rimane quando il rumore finisce. Jarrett ha passato una vita a cercare il punto esatto in cui una nota deve nascere e quello in cui deve morire. Lui ormai non suona più, ma la sua musica è rimasta. È rimasta nei dischi, nelle registrazioni dal vivo, nelle improvvisazioni che continuano a cambiare significato ogni volta che qualcuno le ascolta.
E forse, se tutti ascoltassero davvero questa musica e si mettessero davvero in ascolto, molta psicanalisi a buon mercato diventerebbe improvvisamente inutile. Una perdita di tempo. Una forma di inutile masturbazione del nostro inconscio. Perché ci sono cose che non hanno bisogno di essere spiegate fino in fondo. Hanno bisogno di essere ascoltate. Dark Intervals è una di queste. La musica non risolve l’oscurità, non la cancella, non promette salvezza. Costruisce un argine. E per qualche minuto ci ricorda che anche nel silenzio più fitto può esistere ancora una possibilità di presenza.
Si può chiedere qualcosa di più alla musica?