Bertille Bak. Voci dalla Terra
L’esposizione attualmente in corso al Museo Vela di Ligornetto, a pochi chilometri dal confine italiano, riconfigura la personale di Bertille Bak già tenutasi presso la Fondazione Merz.
Non si tratta però di una mostra blockbuster trasferita da un luogo all’altro in vista di ottimizzare costi e ricavi: arriva nel cantone svizzero-italiano grazie alla liaison che nasce dalle origini familiari di uno tra i più celebri artisti italiani dello scorso secolo: Mario Merz, nato a Milano da padre originario del Canton Ticino.
Mineur Mineur (questo il titolo dell’esposizione torinese) che era stata allestita grazie a un premio assegnato al progetto di Bertille Bak dalla Fondazione Merz nel 2022, si è ora trasformata in Voci dalla Terra nel riadattamento operato all’interno del Museo Vela.
Ma procediamo con ordine. Bertille Bak (1983) è un’artista francese che vive e lavora a Parigi, ma è nipote di minatori polacchi mandati a lavorare nelle miniere di carbone del nord della Francia.
Mineur Mineur (minatori minorenni) affronta il tema del lavoro minorile che anche attualmente priva dell’infanzia, della dignità e della salute circa 152 milioni di bambini nel mondo.
Lo fa secondo una pratica che le è propria collaborato con comunità e gruppi marginalizzati. Mediante la condivisione del quotidiano, lo studio del territorio, l’analisi dei legami sociali, della cultura, delle tradizioni e dell’organizzazione economica, Bak si cala nel ruolo di agitatore sociale proponendosi come coscienza critica in grado di produrre consapevolezza politica nei suoi interlocutori.
Lontana da ogni atteggiamento pietistico o didascalico, la sua opera offre alle persone coinvolte la possibilità di raccontare sé stesse in modo inatteso, talvolta sovversivo o autoironico.
I lavori di Bak inizialmente sembrano composizioni “realiste”, ma poi qualcosa cambia, un’immagine, un suono o un dettaglio insinuano il dubbio. Si tratta spesso elementi comici o (apparentemente) fuori contesto che invitano a mettere in discussione quel che abbiamo visto e a porci delle domande. Nel Museo di Ligornetto nell’ampia sala d’accesso Bak accoglie il visitatore con l’opera Le Berceau du Chaos: una giostra dove cavallini dipinti su legno appena sbozzato iniziano a girare, accompagnati da lampadine gialle e una melodia dissonante. Le luci presto iniziano a non funzionare così bene, la velocità così come l’altezza della rotazione aumentano o diminuiscono senza apparente ragione segnalando una disfunzionalità o fragilità del tutto.

L’esposizione prosegue con una serie di capitoli che insistono sulle conseguenze della globalizzazione: una dinamica che può creare nuove opportunità, ma anche situazioni difficili che l’artista invita a considerare sotto la superficie delle apparenze.
Mineur Mineur racconta di piccoli lavoratori all’opera nelle miniere di India, Bolivia, Tailandia, Indonesia e Madagascar. L’opera è composta da cinque video che scorrono contemporanei: ognuno con una storia diversa. Cinque schermi video posti l’uno accanto all’altro sono sovrastati nello spazio previsto per l’installazione da un arcobaleno disegnato su cartone, che appare anche alla fine delle proiezioni.
All’inizio vediamo le bambine e i bambini che si preparano, vengono pettinati, indossano una lampada sulla testa, e poi partono verso le rispettive miniere: vi si introducono con leggerezza, ma gli spazi dove si muovono diventano via via sempre più stretti e solo le piccole dimensioni del loro corpo permettono di percorrere i cunicoli dove li vediamo aggirarsi.
Nei video però tutto appare un gioco, i colori sono sgargianti, niente buoi o facce tristi, alla fine tutti i piccoli minatori tutti accedono a una festa simile a quella di una recita scolastica di fine anno: interrotta però da una tempesta che li costringe a tornare nei cunicoli, suggerendo un’impossibile via di fuga dalla loro condizione. La tensione tra la loro infanzia e lo sfruttamento a ci sono soggetti resta irrisolta.

Altra sorprendente installazione è quella che porta il titolo Nature morte (anche in questo caso un calambour). Il soggetto questa volta è il mondo sommerso dell’industria dei fiori. Anche se li vediamo freschi e colorati nelle nostre case, spesso fanno un lungo viaggio prima di arrivare da noi: vengono coltivati in altri continenti e in seguito trasportati e preparati per la vendita in Europa.
Bak racconta questo percorso in modo tanto sorprendente quanto ironico: il fiore trasformato in prodotto diventa “natura morta”, un genere artistico che per tradizione raffigura oggetti inanimati, come i fiori o la frutta.
L’installazione video è accompagnata da 127 specie di fiori estinte riprodotte con una stampante 3D, appese ai muri racchiuse in cornici d’epoca
Da ultimo. Al Museo Vela le opere di Bak trovano una particolare risonanza con la celebre opera Le vittime del lavoro che proprio Vincenzo Vela nel 1882 realizzò come uno dei primi monumenti europei dedicati alla classe operaia, commemorando i lavoratori morti durante la costruzione del traforo del Gottardo (1872–1882). Quello di Ligornetto è museo relativamente piccolo, ma chi lo dirige lavora molto bene. In parallelo alla mostra propone un approfondimento dedicato proprio al traforo del San Gottardo. Il focus presenta materiali legati alla costruzione della galleria alpina, oltre a una selezione di fotografie storiche dedicate alla ferrovia del Gottardo, tra cui le celebri Photographische Ansichten der Gotthardbahn (ca. 1881-82) di Adolphe Braun.
