Gli altri siamo noi
“Si stava meglio prima!”. Lo sento ripetere da quand’ero bambino. Lo stesso vale per la sua gemella cinico-reazionaria: “Si stava meglio quando si stava peggio”. Ho sentito queste parole in bocca a persone di ogni età, cultura, geografia, condizione sociale. Stronzate. Non so se, al mondo, ne esistano di altrettanto diffuse. Eppure circolano con l’allure delle verità immutabili. Del resto, basta guardarsi intorno per rendersi conto che le cose stanno davvero così, no? I giovani di oggi? Pfui! Non sono certo come quelli di un tempo. Noi sì che siamo stati giovani!
Va da sé che, se “noi eravamo meglio”, “loro sono peggio”. Noi chi, però? E loro chi? Cos’è? Tutti quelli che sono venuti prima sono geni e tutti quelli che vengono dopo, coglioni? Sicuri? Dunque, vediamo: noi stessi – che siamo venuti dopo chi ci ha preceduti e veniamo prima di chi ci segue – siamo nati coglioni e poi diventati geni?
Non c’è niente da fare: quelle stronzate travestite da verità girano da sempre. E continueranno a girare. E a farmele girare. Forse perché ricordo perfettamente quanto bruciassero sulla mia pelle di adolescente di metà anni Settanta – capelli lunghi, jeans, chitarre, canzoni – quando me le vomitavano addosso. E qual era il mio peccato? I capelli, i jeans, le chitarre e le canzoni o qualcosa – la gioventù? – che i miei indignati censori avevano perso da un pezzo?
L’età non ha nulla a che fare con le capacità intellettive. Magari fosse così semplice: prima o poi, tutti diventerebbero intelligenti. Ma il mondo ci dimostra ogni giorno che non è così. L’intelligenza non dipende dall’anagrafe. Non c’è modo, quindi, che un giovane imbecille diventi un vecchio intelligente. Se sei imbecille a vent’anni, lo resterai anche se dovessi campare in eterno. Se sei intelligente, invece, diventerai vecchio (sempre che tu sia fortunato: la vecchiaia sarà anche una brutta cosa, ma l’alternativa è infinitamente peggiore) ma, di certo, non stupido.
Certe stronzate, dunque, non dicono nulla sui giovani. Dicono molto, invece – anzi: tutto – su quelli che le pronunciano.
Ius primae generationis
Se le reminiscenze di liceale non mi ingannano, credo che – tra quelli di cui ci è giunta traccia – Esiodo sia stato uno dei primi, otto secoli prima di Cristo, a definire la propria epoca la peggiore della Storia. I giovani non rispettano i genitori, non temono gli dèi, non conoscono la fatica. Tre secoli dopo, è stata la volta di Socrate e poi di Platone: i ragazzi non ascoltano più i loro maestri. Nel I secolo avanti Cristo, è toccato a Cicerone gridare, in Senato: O tempora o mores! Che vergogna, questi tempi e questi costumi.
Una litania che non si è certo fermata alla classicità. Dante, Petrarca, Machiavelli, Leopardi, Nietzsche: cambiano i secoli, ma analisi e invettive restano le stesse. Il proprio tempo appare guasto, corrotto, inferiore a quello che lo ha preceduto.
Avevano ragione? Certo che ne avevano! Ragione da vendere. Siamo noi che abbiamo torto. Torto marcio. Perché abbiamo trasformato le sacrosante invettive di quei giganti in una (falsa) verità prêt-à-porter per nani: l’idea che – per una sorta di ius primae generationis – i padri valgano più dei figli.
In alcuni casi può benissimo essere così. In altri, però, no. Ma non dipende certo dal calendario. Il padre di Giotto era un pastore. Quello di Shakespeare, un guantaio. Caravaggio era figlio di un capomastro. Newton, di un agricoltore analfabeta. Faraday, di un fabbro. Dickens, di un impiegato finito in prigione per debiti. Ramanujan – uno dei più grandi matematici della Storia – di un impiegato di basso rango in un villaggio dell’India. Camus, di un operaio agricolo analfabeta.
Padri anonimi, dimenticati, spesso miserabili, che hanno generato figli capaci di cambiare il mondo. Il calendario non c’entra.
Il declinismo generazionale non è una tesi. È un vizio antropologico. La pozione magica che trangugiamo per auto-assolverci dalle nostre responsabilità ed esorcizzare la paura di non essere all’altezza né del nostro tempo né di un futuro che ci spaventa.
Paradise lost
L’umanità non ha mai vissuto un’età dell’oro luminosa, perfetta, beata. È un mito. Rassicurante come ogni mito. Ma, come ogni mito, indimostrabile. Una proiezione retrospettiva del desiderio. Niente di più. E niente di vero. Anche se non ce ne accorgiamo – poiché ognuno di noi ne vive una porzione infinitesimale – la storia dell’umanità somiglia più alle evoluzioni di un ottovolante che a una linea retta: si inerpica, precipita, si avvita, risale, riprecipita, si riavvita, si inerpica di nuovo…
Come il giorno, la Storia alterna luci e ombre: mattine e meriggi, tramonti e crepuscoli, sere e notti più o meno buie e profonde, alle quali seguono nuove mattine. E, alla fine, luci e ombre si equivalgono. E ciò che prendiamo equivale sempre a ciò che sappiamo dare. Per dirla con i Beatles: “And in the end the love you take is equal to the love you make”.
Spigoli e curve
C’è un nome per questa trappola della mente: rosy retrospection. Il filtro rosa della memoria. La tendenza a guardare il passato attraverso un filtro che lo abbellisce, lo ammorbidisce, lo rende migliore di quello che era. La nostra memoria trattiene il meglio, rimuove il peggio, smussa gli spigoli. E, col tempo, i ricordi diventano assai più luminosi dei fatti.
Tutto, in lontananza, diventa poesia, scriveva Novalis. Due secoli dopo gli faceva eco De Gregori: “certi angoli del presente che, fortunatamente, diventeranno curve nella memoria”. Il fatto che, in questo verso, la parola chiave sia l’avverbio “fortunatamente” la dice lunga sul nostro rapporto con l’esistenza.
Dobbiamo solo evitare che la poesia soppianti la logica e che immagini come quelle finiscano per diventare trappole. Poesia e curve, infatti, esistono solo nella nostra testa. Non dobbiamo confondere la poesia con la Storia né le curve con gli angoli.
Non solo: il presente è qui, adesso, tutto intorno a noi. Viviamo stretti tra le sue spire: paure, dolori, difficoltà, frustrazioni, fallimenti, delusioni… Il passato, invece, è lontano. Non può più farci del male. E anche quando ci fa soffrire, lo fa in modo diverso, perché sappiamo che è passato, appunto, e non tornerà. Non nella stessa forma, almeno. Ne tratteniamo solo pochi frammenti: più o meno nitidi, più o meno confusi. Di solito, quelli che distanza e nostalgia hanno già ammorbidito e colorato.
Il confronto, quindi, è falsato in partenza. Il passato vince facile, perché ciò che ci spaventava è ormai alle nostre spalle. Ciò che temiamo del presente e del futuro, invece, è ancora qui, davanti a noi: ci guarda e ci sorride beffardo.
Mele e pere
Chi sostiene che i giovani di oggi siano peggiori di quelli di ieri confronta mele e pere. Una logica viziata, che non può che dare risposte viziate. Adulti – che non dovrebbero essere immaturi – pontificano contro giovani che hanno tutto il diritto di esserlo. E che, malgrado ciò, spesso si rivelano molto più maturi di chi non sa fare niente di meglio che puntare il dito contro di loro.
Quale sommelier – sorseggiando del mosto d’uva appena pigiata – si stupirebbe del fatto che non abbia lo stesso sapore di un Barolo invecchiato vent’anni? E quale potrebbe affermare, con assoluta certezza, che, di lì a vent’anni, quel mosto non diventerà un Barolo altrettanto buono?
Senza considerare che ogni generazione vive una realtà diversa ed è chiamata ad affrontare sfide diverse, con strumenti diversi. E, in una società che cambia alla velocità della luce (un tempo si considerava generazione un arco temporale di venticinque anni; oggi si parla di micro-generazioni di cinque o sei anni), le esperienze non sono più sovrapponibili. Le risposte di ieri, purtroppo, oggi non valgono più.
È vero: le domande essenziali che la vita ci pone sono sempre le stesse. Le risposte, però, no. Cambiano. Non solo di generazione in generazione ma anche da persona a persona. L’esistenza è un abisso e ognuno lo affronta come può.
Da giovani, pretendevamo che gli adulti – genitori, insegnanti, amici di famiglia, maîtres à penser… – ci dessero fiducia. E, quando ce la negavano, ci arrabbiavamo, gridando che non ci conoscevano, non ci ascoltavano e, soprattutto, non ci capivano.
Perché, allora – adesso che gli adulti siamo noi – non siamo disposti a dare ai giovani quella fiducia che, solo pochi decenni fa, chiedevamo con tutta l’energia che avevamo in corpo?
Perché neghiamo loro ciò che pretendevamo quando avevamo la loro età? Cos’è? Noi avevamo più diritto di adolescere – crescere, svilupparci, rinvigorirci – di quanto ne abbiano gli adolescenti di oggi? E i nostri genitori avevano meno diritto di esercitare la loro genitorialità di quanto ne abbiamo noi?
Quando era adolescente, nessuno di noi “matusa” (venivano apostrofati così gli adulti negli anni Sessanta) ha mai rinunciato ai propri errori, nonostante tutti ci avessero avvertito dei rischi che avremmo corso e del prezzo che avremmo pagato. Perché, allora, dovrebbero rinunciarci gli adolescenti di oggi?
La vita non è un’esperienza trasferibile. Puoi raccontarla, provare a spiegarla, mettere in guardia. Ma non puoi viverla al posto di qualcun altro. Ogni essere umano, prima o poi, arriva davanti a un bivio che nessuno può affrontare per lui. Un momento nel quale tutto ciò che gli è stato detto, insegnato, trasmesso, si dissolve e lui resta solo con sé stesso e la scelta da fare. To be or not to be… Ed è nella solitudine di quella scelta che si misura davvero ciò che siamo.
Checché ne dicano i classici, la Storia non ha mai insegnato niente a nessuno. Altrimenti, avremmo smesso di massacrarci gli uni gli altri da migliaia di anni e, da migliaia di anni, vivremmo in pace, armonia e prosperità.
Il concetto stesso di “generazione migliore” è insostenibile. Dal punto di vista logico prima ancora che filosofico, perché presuppone un punto di vista assoluto e immutabile dal quale osservare la Storia. Quel punto di vista, però, non esiste. Né esisterà mai. Non solo: anche se esistesse, sarebbe impossibile da applicare. La Storia si muove molto più rapidamente di quanto non ci appaia, ed è impossibile seguirla con lo sguardo, senza girare la testa.
Il problema siamo noi
Ma ammettiamo, per un momento, che i giovani di oggi siano davvero peggiori di quelli di ieri. La domanda che dobbiamo porci è: di chi è la colpa?
Il frutto – si dice – non cade mai lontano dall’albero. Se non ci piace, dunque, dovremmo interrogare l’albero.
Qualche anno fa, su Il Fatto Quotidiano, scrissi una lettera aperta ai giovani under 30. Una lettera che, a suo tempo, avrei voluto ricevere anch’io. “Andatevene – scrissi. Prima che sia troppo tardi. Vi divoreranno. Gusteranno la polpa e sputeranno il nocciolo. Carne da cannone, questo siete. Servite solo a pagare il conto. Ma a tavola si sono seduti solo loro. […] Non vi hanno lasciato niente. Anzi, vi hanno tolto tutto: istruzione, diritti, lavoro, welfare, pensione. Persino il futuro. Non credono in voi. Non investono su di voi. Ma vi investono di cinismo, malafede, bugie, sporcizia. E debiti. I loro. Andate dove vi lasciano almeno giocare la partita. Qui non vi fanno nemmeno scendere in campo. ‘Non ci sono soldi’, dicono. Balle. Ogni anni vi rubano centinaia di miliardi: evasione, elusione, corruzione. Miliardi che alimentano i loro paradisi fiscali e i vostri inferni reali. […]. Andatevene o sarete l’alibi di chi dirà: ‘Restano: dunque ne vale la pena!’”.
Pensateci: è colpa loro o nostra se la crisi climatica che stanno ereditando è stata prodotta, ignorata e minimizzata da chi li ha preceduti? È colpa loro o nostra se – come documentano i rapporti Oxfam – una manciata di miliardari possiede quanto la metà più povera dell’umanità, e il divario continua ad allargarsi ogni anno che passa? È colpa loro o nostra se il mercato del lavoro è stato smantellato pezzo per pezzo, in nome della flessibilità, l’eufemismo creato per non parlare di una precarietà ormai strutturale? È colpa loro o nostra se l’ascensore sociale si è fermato e nessuno ha intenzione di ripararlo? È colpa loro o nostra se la sanità è sempre più privata? Se puoi permettertela, ti curi; se non puoi, aspetti e speri. È colpa loro o nostra se il sistema pensionistico non offre più nemmeno l’ombra di una certezza e, dopo essere stati abbandonati a sé stessi in gioventù, lo saranno anche in vecchiaia?
Dopo tutto questo, “noi” abbiamo ancora il coraggio di puntare il dito contro di “loro”?
Se non hanno valori, è perché non gliene abbiamo trasmessi o li abbiamo trasmessi male. O, peggio: perché non avevamo proprio niente da trasmettere. Se non hanno coscienza, è perché non abbiamo fatto abbastanza perché se ne formassero una. Se non hanno cultura, è perché non siamo stati portatori di cultura. Se si comportano male, è perché abbiamo dato loro il cattivo esempio.
Non si può dare ciò che non si possiede. Non si può insegnare ciò che non si sa. Non si illumina una stanza buia con una candela spenta.
Si può essere autodidatti, è vero. Anche nella vita. Ma questo non significa che si apprenda di più e meglio. E, soprattutto, se la vita dei nostri figli non interessa nemmeno noi che gliel’abbiamo data, che senso ha dargliela? Teniamocela in tasca. Se non altro, saremo responsabili di un fallimento solo, non di due.
Generare un figlio è facile. Bastano cinque minuti. Piacevoli, se la memoria non m’inganna. Farlo diventare uomo o donna, invece, è impresa tutt’altro che facile. Richiede tutta la vita. E, a volte, una vita intera non basta. Non nascondiamoci dietro a un dito, dunque. E abbiamo almeno l’onestà intellettuale di riconoscere le nostre responsabilità e di non scaricarle su di loro. Presto, loro avranno le loro. E saranno chiamati ad assumersele. Le nostre, però, appartengono soltanto a noi. E se abdichiamo al nostro ruolo, costringeremo loro a portare un peso doppio. Il loro e quello che noi abbiamo rifiutato di caricarci sulle spalle e abbiamo caricato sulle loro.
Il nuovo Paese dei balocchi
Qualcosa di nuovo c’è, è vero. Qualcosa che, prima, non c’era: la tirannia dell’algoritmo. Anche la musica, il cinema, la letteratura e l’arte in generale sono stati grandi social network. Hanno messo in contatto intere generazioni di ogni latitudine, lingua, cultura, colore; hanno aperto orizzonti, allargato menti, cuori, coscienze. I social network di oggi, invece, non aprono: chiudono. Non sono finestre: sono specchi. Riflettono, ma impediscono di riflettere. E non si limitano a rubarci il tempo: rubano le nostre vite, le impacchettano e le mettono in vendita. Niente intimità. E, senza intimità, non c’è più interiorità. Nessuno spazio esclusivo, segreto, protetto nel quale coltivare autenticità, consapevolezza, coscienza.
Le generazioni giovani – Gen Z e Gen Alpha: i cosiddetti “nativi digitali” – sono nate dentro una gabbia che non sembra nemmeno una gabbia: aperta, luminosa, piena di volti, di voci, di musica e immagini, di desideri e promesse. Una gabbia senza sbarre, che non si chiude mai. Non ghigna: sorride. Non urla: sussurra. Non imprigiona: abbraccia. E più la conosci, più ti sembra impossibile vivere senza il suo abbraccio, il suo sorriso, la sua voce suadente.
Come loro, anche noi, ci consegniamo a lei volontariamente; offriamo liberamente i polsi alle sue manette. Siamo disposti persino a pagare perché ci rinchiuda. Continuamente: migliaia di euro e ore di fila per essere tra i primi a mettere le mani sull’ultimo modello di smartphone; centinaia di euro, per far sì che i nostri post siano visibili al di là della ristretta cerchia dei nostri contatti.
Una schiavitù che non è figlia della costrizione, ma del piacere. Non si subisce: si sceglie. Del resto, il peccato attrae proprio perché è bello. Se fosse brutto, nessuno peccherebbe. L’algoritmo lo sa e ha costruito peccati nuovi che non sembrano nemmeno peccati e che nessuno sente il bisogno di confessare. Niente sensi di colpa, niente penitenze, niente inferno. Peccare non è mai stato così facile e così gratificante. Le conseguenze ci sono, certo – depressione, dipendenza, dissoluzione dell’identità – e ti divorano dentro. Nessuno, però, punta il dito contro di te. Nessuno ti condanna.
Chi è nato nella gabbia non ha gli strumenti per vederla né per uscirne. E rischia di rimanere intrappolato per sempre.
Chi sono i colpevoli? Loro o noi? Chi ha costruito la gabbia, spalancato le porte e li ha spinti a entrare nel nuovo Paese dei balocchi? Chi ha lasciato proliferare l’algoritmo senza alcuna regola, alcun limite, alcuna responsabilità?
Altri, non loro.
E quegli altri siamo noi.