Inspiring Words. 11 – 17 maggio

maggio

Continua il progetto Inspiring Words, realizzato da Ainem (Associazione Italiana Neuromarketing) in collaborazione con AIDA Partners, che racconta l’impatto cognitivo-emozionale delle parole e dei concetti al tempo del Coronavirus. 100 parole con il loro significato cognitivo-emozionale saranno pubblicate giornalmente sui social Ainem. Anche MEMO Grandi Magazzini Culturali partecipa all’iniziativa. Condividiamo le parole della settimana dall’11 maggio, “Umorismo”, al 17 maggio, “Riconoscere”.

 

maggio

11 maggio, “Umorismo”

di Diego Parassole – Comico e Formatore, AINEM Ambassador

È recessione quando il tuo vicino perde il lavoro; depressione quando lo perdi tu (Harry Truman). Di questi tempi credo sia importante sottolineare il ruolo fondamentale dell’umorismo, del sorriso e della risata. Quindi eccovi una barzelletta. Un uomo è sul letto di morte quando sente arrivare dalla cucina un profumo delizioso, il profumo dei suoi biscotti preferiti. Raccoglie le ultime forze, va in cucina dove la moglie sta preparando i biscotti, e quando sta per prenderne uno, la moglie gli dà uno schiaffo sulla mano e dice: – No: sono per il funerale!

Probabilmente questa battuta innescherà in ognuno di voi risposte diverse: qualcuno sorriderà, altri rideranno, ma con qualche senso di colpa (“non si ride sulla morte”), altri saranno infastiditi. Come dire: la comicità è per tutti, ma non tutti sono per lo stesso tipo di comicità.

Trovate il tipo di umorismo più adatto a voi. Perché persino i topi (come gli altri mammiferi) hanno cablato nel cervello il “circuito della risata”, identificato da Panksepp il padre delle neuroscienze affettive. E se anche i topi ridono ci sarà un perché! Dopodiché, sono certo, nessuno di loro apprezzerà le battute citate. Perché anche i topi hanno il circuito della risata… ma non capiscono le barzellette.

Libro consigliato: Jaak Pankespp, Archeologia della mente ed. Cortina

 

Inspiring Words. 11 - 17 maggio

12 maggio, “Poesia”

di Luisa Cozzi – Digital P.R. e Direttore Editoriale di Poetando Video-Poesia, AINEM Ambassador

La poesia è l’arte di fare luce, è una linea che si apre, è la parola, in connessione ritmica o sincopata, con altre parole, che ha in dono il frutto della profezia. È lotta, catabasi, purificazione. Indispensabile per mettere a fuoco la nostra vera essenza.

Essa ci insegna la posizione dell’ascolto e la connessione con un altrove o un’alterità: Dio? La natura? La nostra anima? Si fa nascere la poesia italiana nel 1224 grazie alla Laudes di Francesco D’Assisi il “Cantico delle Creature”. Un innamoramento commovente per il Creato che diviene intenso e vigoroso inno alla vita. È la forma di linguaggio più vicina alla preghiera anche quando questa bestemmia e si insanguina, diventa combattimento disumano o crocefissione. Una lotta che è segno di ricerca per avvicinarsi alla verità.

Ai nostri giorni, spesso, diventa performativa, cacofonica, irriverente, colma di realismo, cinica. È necessaria come atto di trasformazione e presa di coscienza che può e deve diventare un atto politico, produrre un’azione, un cambio di prospettiva. Non a caso, se guardiamo all’etimologia della parola greca poíēsis potremmo rimanere basiti; significa produrre, fare. E non è questo già un miracolo?

Libro consigliato: “Storia della pioggia” di Niall Williams

 

Inspiring Words. 11 - 17 maggio

13 maggio, “Fake news”

di Raffaele Castagno – Responsabile Binario 9 3/4 – destinazione comunicazione di iPressLIVE

C’è un vecchio film – The Paper (1994) di Ron Howard, dove uno spumeggiante Michael Keaton, nei panni di un caporedattore di uno scalcinato quotidiano locale di New York, è pronto a rischiare ogni cosa per dare la notizia giusta: spende un’intera giornata, rischia la carriera, si perde persino la nascita del suo primo figlio.

In questo lockdown mi è tornato spesso in mente Henry Hackett (è il personaggio interpretato da Keaton): pensate lui impiega un giorno, per scrivere e dare una notizia. Oggi ne produciamo migliaia. Ecco oggi, in questa prima infodemia della storia, non solo rispetto alle fake news, mi chiedo quante siano le notizie davvero giuste. Quante volte in questo travolgente matrix di news che corrono a velocità quantica, abbiamo provato, almeno per un minuto, a fare come Hackett.  Eppure sono convinto che ci siano milioni di reporter che stanno agendo come Hackett, rischiando la salute e sacrificando i loro affetti.

E poi ci siamo noi lettori/reporter: e dobbiamo chiederci se stiamo davvero condividendo la notizia giusta, perché non siamo figure marginali e passive. Non lo siamo mai stati e tanto meno possiamo esserlo oggi. Siamo quelli che valorizzano e riconoscono il lavoro di Henry. E sì, è una gran bella responsabilità.

 

maggio

14 maggio, “Balcone”

di Giada Cipolletta – Digital Strategist e Coordinatrice Dipartimento Neurowriting AINEM

Inutile negarlo, in questi mesi di isolamento siamo un po’ tutti fuori… come un balcone!

Il balcone in lockdown diventa un palco, quella loggia che si affaccia sul teatro del mondo e ci rende attori e spettatori della messa in scena della nostra vita, ai tempi del Coronavirus. La regia di questo spettacolo è di un parassita cinese che ha raggiunto la popolarità contagiando tutto il mondo, tant’è che vogliono dagli l’Oscar per la Pandemia.

Ognuno riveste svariati ruoli, più o meno consapevolmente: l’inquisitore controllore, il prossimo concorrente di X Factor, l’aperitivista, il chitarrista alla Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany”, lo scrutatore introverso, la gossippara, quello con la mascherina e i guanti di lattice (medico appena rientrato dal turno, serial killer o igienista paranoico?), il telefonista, il single rimorchione, il decifratore di decreti, l’impastatore, lo spacciatore di lievito, il ginnasta digitale, il prana-hunter yogico, il tabagista, l’abbronzatissimo, il logorroico, il ninja che parla ma non lo vedi, lo smart worker imbruttito. Scene di ordinaria quarantena, nelle quali il balcone è stato eletto a luogo del rituale, durante il sacrificio di milioni di persone.

Lo spazio che fa respirare una nuova socialità da cui scrutare la speranza che certe scene ritornino a essere parte di qualche classicone del grande schermo come “La finestra sul cortile” di Alfred Hitchcock. Perché va bene la partecipazione, meravigliosa la condivisione e, se fosse sincero, ancor più nobile il patriottismo, ma nulla è come scavalcare il balcone, alla ragionier Ugo Fantozzi quando prende l’autobus al volo, e andare alla scoperta del mondo.

 

Inspiring Words. 11 - 17 maggio

15 maggio, “Immaginazione”

di Laura Rainone – Responsabile della sezione Arte e Ricerca Lettera i e Coordinatrice Dipartimento Arte e Cultura AINEM

L’arte è conoscenza, e in questo tempo sospeso lo è ancor di più, perché la sua forza permane anche laddove non è possibile il rapporto contiguo con l’opera, che esiste indipendentemente dalla percezione diretta.

L’arte è anche il riflesso del sentire, dell’emozionare, dell’oltrepassare, dell’immaginare.

I luoghi della cultura, durante l’emergenza sanitaria causata dallo shock Covid 19, si rivelano ancora una volta essenziali per la conoscenza, e sopravvivono grazie alla bellezza e alla cura del loro patrimonio. E lo fanno anche attraverso la digitalizzazione. Il coinvolgimento del settore digitale nella fruizione dei percorsi museali ha permesso una prospettiva sicuramente interessante: è come aggirare quella sorta di limite dovuto alla “fisicità”, che non diviene comunque un sostitutivo alla diretta osservazione di un’opera d’arte, che rimane il modo più immediato di entrare in contatto con noi stessi e con la nostra memoria, ma concede ai musei la possibilità di reinventarsi. Ciò che deve entrare in gioco non è solo la vista, ma quella cosa così forte e complicata che è l’immaginazione.

“In qualche modo devo giungere anch’io a fare cose, non plastiche, cose scritte – realtà che scaturiscono dall’arte. In qualche modo devo anch’io scoprire il più piccolo elemento fondamentale, la cellula della mia arte, il mezzo di rappresentazione tangibile, immateriale per ogni cosa”

(Rainer Maria Rilke, da una lettera a Lou Andreas Salomé, 10 agosto 1903, in Lettere su Cézanne)

 

Inspiring Words. 11 - 17 maggio

16 maggio, “Musica”

nelle parole di Ezio Bosso

La musica è una fortuna ed è la nostra vera terapia.
La musica mi ha dato il dono dell’ubiquità: la musica che ho scritto è a Londra e io sono qui.
Il tempo è un pozzo nero. E la magia che abbiamo in mano noi musicisti è quella di stare nel tempo, di dilatare il tempo, di rubare il tempo. La musica, tra le tante cose belle che offre, ha la caratteristica di essere non un prodotto commerciale, ma tempo condiviso. E quindi in questo senso il tempo come noi lo intendiamo non esiste più.
La musica è come la vita, si può fare in un solo modo: insieme.
La musica ci insegna la cosa più importante che esista: ascoltare.
Scrivo perché interpreto, interpreto perché scrivo. E affronto la mia musica come se non fosse mia. Affronto come interprete il compositore.
La musica è una vera magia, non a caso i direttori hanno la bacchetta come i maghi.
A quattro anni non sapevo scrivere, ma sapevo solfeggiare. La musica c’è a prescindere da noi, c’è ovunque. Io ero più felice quando c’era la musica. Quando riguardo la mia vita, vedo che la musica mi ha scelto, ne avevo più bisogno degli altri.
Da quando avevo 4 anni sono stato abituato a essere europeo, Noi che dedichiamo la nostra vita alla musica sin da piccoli frequentiamo germanoaustriaci come Beethoven, o francesi come Debussy, o tedeschi come Brahms e Mendelssohn. Vedete, non c’è un confine. La musica non è solo un linguaggio ma una trascendenza, che è ciò che ci porta oltre.
I silenzi hanno un suono, anche in musica. Non esiste l’ultima nota, è un dato di fatto. Perché l’ultima nota che suona uno strumento è la nota che inizia l’altro.

 

maggio

17 maggio, “Riconoscere”

di Francesco Gallucci – Vicepresidente AINEM e Docente al Politecnico di Milano

Capita in questi giorni della fase 2 di riconoscere per strada qualcuno mascherinato. Il nostro cervello più antico, allenato ai segnali deboli, suggerisce che “si, sembra l’amico Giovanni, dai lo saluto e gli chiedo come sta”. Giovanni reagisce con stupore (“chi mi sta riconoscendo?”), poi con curiosità (“chi è il mascherinato che mi sta salutando”) poi con piacere (“ma è l’amico Francesco”).

La risposta è imbarazzata, “scusa se non ti ho riconosciuto, sai con queste mascherine è tutto più difficile”. E già, ecco una nuova difficoltà per il nostro cervello, adesso ci tocca re-imparare anche a riconoscere il viso e le emozioni di una persona.

Qual è il meccanismo neurale per riconoscere le emozioni del viso? La risposta arriva dalla neuroscienziata D. Tsao del Caltech: il riconoscimento dei volti avviene nella corteccia temporale inferiore. Tsao ha scoperto (studiando i macachi) che il “codice” del riconoscimento dei volti sta in 205 neuroni in tutto, ognuno dei quali è dedicato a una specifica caratteristica facciale. Una grande scoperta.

Fino ad oggi pensavamo che i meccanismi neurali alla base del riconoscimento facciale fossero molto più complessi. E invece non è così!

Libro: Paul Ekman, Giù la maschera. Come riconoscere le emozioni dall’espressione del viso, 2007