Festival dei Diritti Umani: nessuno è meraviglioso da solo

diritti umani

Nessuno è disabile visto da vicino. Però il problema è che la gente non ti guarda mai da vicino. Lo posso dire per esperienza personale: la cosa più difficile che ho dovuto e che devo quotidianamente affrontare come disabile è trovarsi davanti a un muro di sguardi, e vedere negli sguardi degli altri te stessa. Sguardi che subito vengono distolti, sguardi che fanno finta di non vederti o sguardi sfrontati che ti valutano con impietosa pietà. Per questo mi ha particolarmente incuriosito il claim scelto quest’anno dal Festival dei Diritti Umani, che è si svolto dal 5 al 7 maggio (con lo spin off di oggi 8 maggio). E poi sono stata positivamente colpita dal fatto che gli organizzatori hanno scelto di esserci lo stesso, sperimentando una versione online, a sottolineare l’importanza dei diritti umani in tempi di coronavirus pandemico, proprio in un momento in cui questi diritti, per le persone più fragili, si sono assottigliati ancora di più. In questo lockdown le persone disabili e diversamente abili sono state i grandi dimenticati: la categoria include anche gli anziani chiusi nelle RSA e nelle casa di riposo. Non solo in Italia ma anche negli altri Paesi, come la Gran Bretagna, dove – come ha ricordato ieri Simonetta Agnello Hornby, c’è stata una vera e propria strage silente nell’indifferenza di tutti, in primis del Presidente Johnson. Nessuno è disabile visto da vicino, anzi, da vicino si sviluppa uno scambio alla pari con la persona cosiddetta normale, uno dialogo arricchente tra due persone con punti di vista diversi sulla vita, nascono amicizie vere, come ricordavano ieri gli attori Edoardo Leo e Alessandro Gassmann, ospiti in collegamento di uno dei talk. Tutto vero, tutto bello, e poi oggi negli anni Venti del Duemila. a tutelare le perone con disabilità c’è la legge. Soltanto che una legge funziona quando la gente è metabolizzata ad applicarla: ecco che allora serve, anzi è indispensabile, l’educazione a quella legge.

Lo ha spiegato Costanza Rizzacasa D’Orsogna, anche lei collegata via web: in un Paese civile sono necessarie leggi a tutela delle persone in difficoltà ma ”sono necessarie le regole, è necessaria l’educazione, che va affrontata con i bambini fin dalle prime classi delle elementari”. Proprio quello che ha fatto Rizzacasa d’Orsogna, girando tantissime scuole non solo in Italia e raccontando ai bambini la metafora – favola del suo libro ‘Storia di Milo, il gatto che non sapeva saltare’ (Guanda). “Milo – ci dice Costanza Rizzacasa, giornalista del Corriere della Sera e curatrice della rubrica Anybody per il settimanale 7 – è un gattino che cammina a zig – zag, non riesce saltare e in più è nero: è quindi la perfetta personificazione (felina) della diversità, intesa anche come diversità razziale. E il gatto nero per secoli è stato simbolo del diverso, del cattivo e pauroso perché in fondo sconosciuto. “I bambini non hanno barriere o pregiudizi, anzi il contrario, vogliono raccontarsi: quasi in ogni classe ho trovato almeno un bambino venirmi a dire che lui era Milo per qualche sua stranezza o diversità ”. Diversità che poi diventa uno stigma sociale e diventa oggetto di episodi di bullismo. Come quelli che Rizzacasa d’Orsogna ha denunciato nel suo ultimo romanzo Non superare le dosi consigliate: quasi un’autobiografia in cui si parla di Body Shaming, dove la protagonista viene perseguitata perché ‘grassa’. In questo caso la disabilità è data dalla differenza di peso che provoca una discriminazione: quindi, esattamente come le varie forme di disabilità, porta all’isolamento e alla negazione dell’individuo in quanto tale. Il Festival dei Diritti Umani 2020 ci ha offerto l’occasione di spostare il focus dalla disabilità alla diversità e di fare un passo (piccolo) avanti: nella consapevolezza che nessuno è disabile visto da vicino, perché visto da vicino nessuno è solo, e tutti siamo meravigliosamente diversi. E chi non vuole scoprire il meraviglioso?