Inspiring Words. 15 – 21 giugno

giugno

Continua il progetto Inspiring Words, realizzato da Ainem (Associazione Italiana Neuromarketing) in collaborazione con AIDA Partners, che racconta l’impatto cognitivo-emozionale delle parole e dei concetti al tempo del Coronavirus. 100 parole con il loro significato cognitivo-emozionale saranno pubblicate giornalmente sui social Ainem. Anche MEMO Grandi Magazzini Culturali partecipa all’iniziativa. Condividiamo le parole della settimana dal 15 giugno, “Corpo”, al 21 giugno, “Abbraccio”.

 

giugno

15 giugno, “Corpo”

di Caterina Garofalo – Presidente AINEM e docente allo IUSTO

È sempre una questione di corpo. Nel pre-Covid, spinti dalla velocità tecnologica e digitale, ci eravamo quasi dimenticati di “avere un corpo”, ma è bastato un virus invisibile che ha usato i nostri corpi per diffondersi velocemente, per renderci conto della fragilità del nostro corpo. No, non siamo né “illimitati” né “onnipotenti” nonostante l’uso di strumenti che ci danno queste illusioni. In realtà siamo, e speriamo di restare per molto tempo, “corpi”.

Eh sì, che ci piaccia o no, siamo “esseri senzienti” dotati di un corpo che è un ricettore attraverso i sensi, una grande antenna, che ci fa arrivare gli stimoli dall’esterno e ci fa conoscere il mondo che ci circonda, e ci fa muovere in questo mondo. Ma non solo, grazie alle neuroscienze sappiamo che il corpo non è separato dal cervello ma un tutt’uno, e che il pensiero “razionale” non viene prima dell’elaborazione emozionale, ma dopo. Non siamo esseri razionali ma “post-razionalizzatori”. Questo cambio di paradigma dal “cogito ergo sum” di Cartesio al “sento quindi penso”, lo dobbiamo agli studi del neuroscienziato Antonio Damasio.

Durante il lockdown, e oggi nel distanziamento sociale, stiamo capendo l’importanza, il “ruolo” del corpo, che “dà corpo” al nostro esserci. Ieri la Solennità del Corpus Domini, ci ricorda che, non solo Dio stesso, nella dottrina cristiana, si è incarnato – ha preso carne/corpo – per entrare nella storia, ma è voluto restare in “corpo e sangue” nell’eucarestia: vuol dire che il corpo è soprattutto sacro.

 

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16 giugno, “Stati generali”

di Francesco Gallucci – Vicepresidente AINEM e docente al Politecnico di Milano

Curioso il nome della riunione a Villa Pamphili: “stati generali”. Perché “stati”? Perché “generali”? Non è chiaro. Cerchiamo di capire. Gli ultimi stati generali risalgono al 5 maggio 1789, regnava Luigi XVI, per trovare una soluzione e risolvere la grave crisi finanziaria del Paese. L’obiettivo era di far pagare le tasse ai nobili e al clero.

Tre camere o stati (aristocrazia, clero e popolo) si riunivano separatamente, discutevano e poi emettevano ognuna un voto, impossibile il pareggio. Evidente lo svantaggio per il Terzo Stato, essendo più probabile un’alleanza tra gli altri due. Ma tant’è, sappiamo tutti come andò a finire, il Terzo Stato chiese di più garanzie, non concesse, e si arrivò prima alla Rivoluzione e nel bene e nel male alla nascita della democrazia rappresentativa.

Gli Stati Generali di Conte cercano soluzioni per ripartire ma, alla riunione, a porte chiuse, era presente solo una parte del Parlamento, mancava l’opposizione.

Di cosa hanno parlato, quale la loro utilità? È stata certamente una importante vetrina per il Governo (e per il Premier). Conte ha promesso tra l’altro più digitalizzazione della PA, lo smart working, l’immancabile richiamo alla bellezza dell’Italia. Ma attenzione, corriamo il rischio di essere appagati e narcotizzati. Dov’è il Parlamento?

 

Inspiring Words. 15 - 21 giugno

17 giugno, “Abitudini”

di Enrico Viceconte – Ingegnere, Professore a contratto di marketing all’Università Federico II, Adjunct Director, Project Management Institute – SIC

Le abitudini hanno una cattiva fama. Il motivo è che quando parliamo di abitudini pensiamo alle cattive abitudini. Una brutta abitudine può essere legata sia a un’eccessiva prudenza (restare sempre a casa, lavarsi troppo spesso le mani) o, all’estremo opposto, un’eccessiva imprudenza (assumere per abitudine e dipendenza comportamenti a rischio).  Temiamo le abitudini perché sappiamo che è difficile cambiarle, sia quelle buone sia quelle cattive. Ma se difendiamo certe abitudini c’è un motivo evoluzionistico per cui lo facciamo. Le buone abitudini sono una buona base di stabilità su cui costruire nuovi progetti e una zona di confort da cui uscire in esplorazione per fare nuove esperienze. La cattiva reputazione delle abitudini è dunque in gran parete immeritata. Perché prevalgono, nella nostra vita, le buone abitudini rispetto a quelle cattive. Nelle organizzazioni chiamiamo le abitudini “resistenza al cambiamento” e le riteniamo ostili al progresso e all’innovazione. Ma non è sempre così.

Il cambiamento nelle organizzazioni riguarda almeno tre ordini logici diversi: 1) cambiare un processo, vale a dire fare una cosa che prima non si faceva o non fare più una certa cosa; 2) cambiare strategicamente il focus e la finalizzazione dei processi; 3) cambiare i valori di fondo e i principi dell’organizzazione. Man mano che si procede dal primo al terzo ordine di cambiamento il cambiamento si fa più difficile e irreversibile, dicono gli studiosi di organizzazione.

Negli ultimi mesi il lockdown ha costretto a cambiare le nostre abitudini a livello di individui, di nuclei familiari, di organizzazioni. Uno straordinario esperimento di massa (che ci saremmo volentieri evitati) che credo abbia dimostrato che le circostanze ci rendano più adattabili di quanto pensiamo di essere, come individui, famiglie, organizzazioni. Condizioni estreme di necessità come guerre e catastrofi naturali ci cambiano rapidamente. Così come abbiamo osservato con attenzione e stupore i nostri cambiamenti durante l’epidemia, dovemmo osservare i cambiamenti che ci riportano alla vita di prima. E trarre delle lezioni, individuare dei fenomeni di isteresi (ci porteremo appresso, ad esempio, l’abitudine di lavarci bene le mani o di essere riconoscenti ai medici e agli infermieri?).

Libri consigliati: Watzlawick, J.H. Weakland, R. Fisch, Change: sulla formazione e la soluzione dei problemi, Astrolabio, 1974 e C. Duhigg, La dittatura delle abitudini, Il Corbaccio, 2013.

 

Inspiring Words. 15 - 21 giugno

18 giugno, “Rituali”

di Valentina Veronica Peana – Team Coordinator e Ambassador AINEM

Il nostro cervello ama la #routine, che ci permette di risparmiare energie inserendo il pilota automatico. Il lockdown ha scombussolato le nostre abitudini, procurandoci ulteriore stress da #riadattamento.

Per sopravvivere, abbiamo dovuto imparare una nuova routine: fare colazione a casa, allestire una postazione di smart-working, autodisciplinarci ad orari di lavoro, non vedere ogni sera quell’amico per l’aperitivo… nuovi processi abitudinari che sono diventati rituali di predisposizione all’azione.

Adesso che torniamo ad apprezzare la libertà, a fare una bella passeggiata ammirando la vita che ci circonda, a prestare attenzione agli amici che non abbiamo potuto vedere; queste nuove abitudini sono #riqualificazioni del quotidiano che dobbiamo preservare.

Ho già parlato di <<introspezione>> e #mindfulness, concetti chiave nel rituale: prestare tutta la nostra attenzione a quello che facciamo, non lasciarla svolgere in automatico dal cervelletto, ma viverla appieno, gradirla, usare tutti i nostri sensi.

Come insegnano i giapponesi nell’arte dell’Ikebana (flower arrangement) o nelle cerimonie del tè – dove ogni gesto è misurato e pensato – i rituali creano un senso di finalità in quello che facciamo, una predisposizione mentale quasi magica, che migliora il focus e ci carica di energia positiva.

Diventano una forma di meditazione che stimola il senso di soddisfazione, di gioia nel realizzare le cose.

Non cediamo alla comodità dell’autopilot per le attività che ci donano benessere, esercitiamoci alla mindfulness di nuovi rituali.

 

Inspiring Words. 15 - 21 giugno

19 giugno, “Parola”

di Fabrizio Bellavista – Esperto in Digital Transformation e Coordinatore Dipartimento Sharing Economy AINEM

La carovana “Inspiring Words” è in pieno cammino e analizziamo il sostantivo “parola” in un esercizio iniziale di riallineamento, alla ricerca di senso, consci, peraltro, che il linguaggio è in divenire o non è!

Elena Ferrante, nel suo “L’amica geniale”, tratteggia così una delle protagoniste: “Lila sapeva ‘parlare’ attraverso la scrittura, non lasciava traccia di innaturalezza, non si sentiva l’artificio della parola scritta”. Ecco allora il grande dilemma della parola: scritta o parlata? Sappiamo bene che Socrate fu sostenitore dell’oralità e lo dice: “l’immobilità della parola scritta porta a un ‘morto discorso’, a differenza dell’entità dinamica della ‘parola viva’”.

Dai testi religiosi ecco emergere invece la potenza dei significati: nella Torah viene riportato “disse e fu” mentre, nella Bibbia, Cristo viene chiamato anche con la parola “Logos”; presso i Dogon del Mali, terra che ho avuto la fortuna di visitare, l’importanza della parola è evidenziata mediante l’associazione al vapore acqueo, di cui si crede sia composta, sostanza vitale nella lotta contro la siccità. Davide Susanetti, grecista, scrive: “il lettore, catapultato nel post-moderno, ha una sola via d’uscita: riallacciare il rapporto vitale con la parola”.

Libro consigliato: “L’oblio”, Philippe Forest

 

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20 giugno, “Divulgazione”

di Chiara Lupi – Direttore Editoriale casa editrice Este

La diffusione dell’informazione, affidata per millenni a supporti di varia natura, pietra, papiri, carta, ha subito una rivoluzione con l’avvento di Internet e la pandemia si è rivelata un potente acceleratore: l’audience online è cresciuta nella prima settima di marzo del 61% secondo i dati Audiweb.

Cosa implica oggi la divulgazione? Affidarsi alla rete è diventato indispensabile ma per fruire di contenuti attraverso il web è necessario approfondire la comprensione dei mezzi che abilitano la divulgazione. I knowledge workers hanno intensificato l’utilizzo di piattaforme digitali per diffondere conoscenza e i fruitori si sono abituati ad accedere a webinar e a sfogliare versioni digitali di libri e riviste: un esperimento di apprendimento collettivo che ha arricchito entrambi.

Il divulgatore non può limitarsi a raccontare e al fruitore non basta leggere, o ascoltare. I meccanismi che governano le piattaforme plasmano il contenuto e l’esperienza di fruizione è subordinata alla familiarità che l’utente ha con la piattaforma stessa. La parola ha perso la fisicità data da inchiostro e carta e ha acquisito una nuova dimensione virtuale, amplificando la possibilità di entrare in relazione con altri contenuti e costruire inedite connessioni.

Al lettore la capacità di intercettarle.

Libro consigliato: Francesco Varanini, Macchine per pensare, Guerini e Associati, dicembre 2015

 

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20 giugno, “Abbraccio”

Nel chiostro dell’Abbazia di Chiaravalle (MI) si trova la colonna ofitica, da ophys, serpente in greco; è composta da quattro colonne annodate in modo inestricabile. È simbolo di perfezione del cosmo, armonia degli elementi e unione. E sembra a tutti gli effetti un abbraccio, anche se non è tra due esseri viventi.

Gli abbracci che abbiamo sognato durante il Covid, così necessari, vitali, invocati non sono stati esperiti come avremmo voluto nemmeno con il nostro partner, quello che ci dormiva accanto. Il distanziamento fisico, imposto e necessario, ci ha segnati indelebilmente, non v’è dubbio, e così abbiamo trasformato una manifestazione corporale d’affetto, di perdono e di fratellanza, presente sin dai primordi, benefica tanto da aumentare i livelli di ossitocina ed abbassare la pressione sanguigna, in una azione virtuale: Facebook ha addirittura sentito l’esigenza di inserire un nuovo emoji a simboleggiare l’abbraccio, e noi, avari di questo gesto fisico non permesso dall’emergenza sanitaria, ci siamo fatti in quattro per inoltrarlo, condividerlo, utilizzarlo; insomma, lo abbiamo reso contagioso, virale… ma solo in senso digitale, non temete!

Libro consigliato “Dieci Donne” Marcela Serrano – Feltrinelli