“Infodemia”, il nuovo virus in cerca di un vaccino

infodemia

Durante le fasi più cruciali della pandemia, purtroppo un’altra emergenza ci ha assaliti, intrecciandosi in modo subdolo e perciò molto pericoloso con quella sanitaria. Si chiama infodemia, con un neologismo nemmeno troppo convincente, per il suo avvolgere nella malattia un concetto così importante e anche nobile come quello di informazione. In sostanza, secondo la definizione che ne dà la Treccani, per infodemia (dall’inglese infodemic, termine che l’Oms adotta nei suoi documenti ufficiali) si intende la “circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili”.

Ora, che questa pandemia sia stata accompagnata da una grande confusione sul piano dell’informazione, è stato abbastanza evidente a tutti. Mascherina sì, mascherina no, e poi quale mascherina usare? Distanziamento di 1,80 m, poi 1,50, poi un metro è sufficiente, ma invece sono 2 se qualcuno corre, 4 se vai al ristorante oppure nessuno. I guanti sono necessari, anzi no, peggiorano la situazione. Gli asintomatici non sono contagiosi, anzi sì, ma dipende dalla carica virale individuale che è un fattore molto soggettivo. E così via.

Chiunque abbia cercato di seguire le indicazioni che venivano fornite per proteggersi e partecipare con la propria condotta responsabile al contenimento del coronavirus, spesso è stato preso da sincero sconforto.

Certo non si può dire che anche l’Oms non abbia dato segnali discordanti nel corso del tempo, probabilmente da ricondurre alle ricerche in corso e al dibattito scientifico che ne consegue. Né si può affermare che la comunicazione istituzionale ai vari livelli sia riuscita sempre a seguire le regole codificate per la comunicazione di crisi, che si svolge in un contesto in cui lo stato d’animo delle persone  a cui è indirizzata ha un peso rilevante e pertanto deve mirare a ridurne, e non ad amplificare, il coinvolgimento emotivo.

Tuttavia, la Commissione europea ci sta dicendo una cosa molto preoccupante e cioè che una considerevole quota di queste informazioni discordanti, contraddittorie e spesso con effetti desolanti per chi le riceve, sono state intenzionalmente diffuse sulla base di un disegno che voleva essere destabilizzante dei nostri equilibri democratici.

Nei mesi più acuti della pandemia “vi sono state operazioni di influenza e campagne di disinformazione mirate, intraprese nell’Ue, nei paesi vicini e a livello globale da soggetti stranieri e da alcuni paesi terzi”, si legge nel documento che l’Ue ha approvato lo scorso 10 giugno per rilanciare la propria lotta alla disinformazione, soprattutto digitale.

È la vicepresidente della Commissione europea con delega alle Politiche sui valori e sulla trasparenza, la ceca Vera Jourovà, a fare esplicitamente i nomi dei responsabili dell’“ondata massiccia di informazioni false o fuorvianti, compresi tentativi da parte di soggetti stranieri di influenzare i cittadini e i dibattiti pubblici nell’Ue”, e cioè Russia e Cina, specificando che  “la task force East StratCom del SEAE ha individuato e denunciato sul sito web EUvsDisinfo più di 550 narrazioni di disinformazione provenienti da fonti pro-Cremlino.”

Giusto per esserne consapevoli, l’Italia è stata proprio “tra i Paesi che sono stati più colpiti dall’infodemia, perché la disinformazione si alimenta di paure e ansie e perciò si concentra sui Paesi più colpiti dal coronavirus e quindi sulle società più vulnerabili”, ha rivelato Vera Jourova al Fatto quotidiano. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, poi, l’esponente politica europea ha denunciato e ribadito come gli articoli di disinformazione che durante la pandemia hanno avuto più seguito si riferissero proprio al nostro paese. E li ha citati. Il primo, pubblicato da Sputnik Italia, che ha ricevuto 112.800 like, condivisioni e commenti su Facebook, Twitter, Pinterest e Reddit, “sosteneva falsamente che la Polonia non aveva permesso a un aereo russo con a bordo aiuti umanitari e un team di medici diretto in Italia di sorvolare il proprio spazio aereo”; mentre il secondo più diffuso, con 94 mila interazioni, è stato pubblicato in inglese su orientalreview.org e “sosteneva che il coronavirus non è una vera pandemia, che l’Italia avrebbe lasciato l’Ue e che Trump e Putin devono fermare le élite e i banchieri dal dominare il mondo”.

“L’Ue è un’unione di Stati che è scomoda per alcuni attori stranieri”, ha affermato senza troppi giri di parole la Commissaria, quando ha presentato la Comunicazione sulla lotta alla disinformazione legata al Covid. “Soprattutto la Russia usa la propaganda per disturbare la nostra stabilità e democrazia e vengono prodotte in modo sistematico fake news finalizzate a sfruttare l’ansia e la paura delle persone e indebolire la fiducia nelle istituzioni”. Si tratta di strategie raffinate che si avvalgono di tecniche molto diverse che vanno dalla disinformazione, diffusione pianificata di notizie false, che spesso suscita la polarizzazione delle opinioni, all’occultamento mirato di notizie vere, mescolandosi alla fisiologica “misinformazione”, ovvero la diffusione involontaria di notizie non vere, e agli inevitabili rumori di sottofondo. Senza contare che a questo si è  aggiunta una disinformazione di natura economica rivolta a molti consumatori per indurli ad acquistare a prezzi eccessivi prodotti inefficaci o addirittura pericolosi.

La denuncia, molto circostanziata e precisa – e anche dirompente sul piano delle relazioni diplomatiche internazionali – descrive un quadro allarmante. Essere alle prese con una malattia pressoché sconosciuta, che sta mietendo migliaia di vittime a tutte le latitudini, mentre il dibattito scientifico alimenta, come spesso succede, diatribe anche aspre, e mentre le misure di contenimento dispiegano i propri effetti collaterali con gravi conseguenze sul piano economico e sociale; mentre tutto questo drammaticamente sta accadendo, prendere consapevolezza che siamo anche bersaglio di una aggressione che minaccia la nostra tenuta democratica e istituzionale, diventa davvero motivo di grandissima preoccupazione.

La questione è così grave da interrogare con urgenza sia il mondo della comunicazione istituzionale, chiamata a svolgere il proprio compito di informazione e accompagnamento del cittadino con rinnovata consapevolezza della propria funzione, sia il mondo dei mass media che per salvaguardare la loro autorevolezza e il ruolo di sentinelle della verità e della democrazia devono tornare alla verifica professionale delle fonti e ridurre la spettacolarizzazione emotiva delle notizie.

Per dimostrare come l’UE e le sue società democratiche affrontano la sfida della disinformazione. “Per un’UE più forte e più resiliente occorrono comprensione, comunicazione, cooperazione, trasparenza”, si legge nel documento della Commissione europea, che chiede anche di rafforzare la collaborazione delle piattaforme digitali nell’esercitare un ruolo attivo di verifica delle informazioni che diffondono. Precisando che “garantire la libertà di espressione e il pluralismo del dibattito democratico è un aspetto centrale della risposta europea alla disinformazione”. Ma soprattutto la risposta è questa: “fornire strumenti ai cittadini, sensibilizzarli e rafforzare la resilienza della società significa consentire ai cittadini di partecipare al dibattito democratico salvaguardando l’accesso alle informazioni e la libertà di espressione e promuovendo l’alfabetizzazione mediatica e la cultura dell’informazione dei cittadini, compresi pensiero critico e competenze digitali.”

Certo è che nessun cittadino europeo può essere lasciato solo di fronte ad una pandemia a cui si sovrappone la minaccia ibrida di una disinformazione ingannevole. E che l’informazione libera, seria, autorevole, consapevole, responsabile e verificata è il solo vaccino che abbiamo già tutti a disposizione per distruggere questo nuovo e devastante virus.