Il manifesto della verità

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“La verità è più importante adesso che mai”. Recita così una recente campagna pubblicitaria del New York Times. Il tema della verità è diventato decisivo nel definire il rapporto tra domanda e offerta, tra produzione e consumo, tra vendita commerciale e cliente. Le aziende oggi raccontano i loro prodotti, i loro servizi, la loro mission utilizzando elementi identitari come sostenibilità, qualità, trasparenza, territorio, coesione. I bilanci di sostenibilità sono il nuovo orizzonte del marketing identitario. Questo paradigma di verità cresciuto nel tempo sappiamo bene che è “utile” e “necessario” perché ci offre la possibilità di scegliere prodotti per un consumo sempre più consapevole e rispettoso dell’ambiente e soprattutto aiuta le aziende a posizionarsi meglio sul mercato, a sedersi dalla parte giusta del tavolo.

Se rompi questo equilibrio, sei fuori gioco.

La verità invece è diventata merce rara nell’informazione e nella comunicazione politica che, mai come oggi, si nutrono di emotività, falsità, distorsioni, ripetizioni, ambiguità, mancanza di verifica, chiacchiericcio, talvolta vera e propria disinformazione.

Su Il Fatto Quotidiano, Repubblica e i Tg (che di solito leggono in video notizie lette sui giornali) ci hanno raccontato ad esempio che in Corea del Sud ci sarebbe stato un nuovo lockdown. Ora in Corea del Sud, al momento, non c’è mai stato nessun lockdown e sarebbe stato sufficiente leggere su Facebook i commenti increduli e infastiditi di alcuni italiani residenti in quel Paese per sapere che si trattava di una bufala. C’è l’obbligo di usare le mascherine sui trasporti pubblici e basta.

Il terrorismo mediatico del nostro sistema di informazione che in queste settimane ha permesso tutto e il contrario di tutto in nome dell’emotività andrebbe analizzato e studiato per cercare di capire la lontananza tra la comunicazione, il diritto/dovere di informare ed essere informati, la verifica di quello che si vuole comunicare e la verità che, mai come adesso, avrebbe dovuto guidare le scelte personali, collettive e istituzionali.

Stiamo parlando della verità, quella vera, sia chiaro, non quella astrazione filosofica che attribuisce e restituisce significati personali al nostro modo di vedere le cose, ma quella definita dai “fatti separati dalle opinioni” (quanto ci manca la lucidità divertita di Lamberto Sechi), che invece di guidare il sistema dell’informazione ormai è diventata una somma di opinioni senza nessun fatto. Alcune settimane fa il primario del San Raffaele, Alberto Zangrillo, ha definito in diretta tv il Covid-19 “morto dal punto di vista clinico” e nessuna domanda ulteriore è stata fatta dalla conduttrice Lucia Annunziata che si è accontentata dell’ennesima caciara mediatica di accuse e smentite.

Per non parlare della politica.

4 persone su 10 non riescono più a pagare il mutuo. Il 30% dei ristoranti non riaprirà. Il turismo e l’ospitalità sono al collasso e vivono nell’incertezza più totale. La cassa integrazione straordinaria è diventata la normalità. Il lavoro stagionale è scomparso. Città come Firenze, Venezia, Roma stanno pensando di lanciare fondi di investimento per chiedere aiuto al mondo perché il mondo rischia di perdere la tutela della loro bellezza.

Abbiamo desertificato le nostre strade, messo a rischio recessione la nostra economia, detto al mondo che l’Italia è sinonimo di paura e di malattia, instaurato uno stato di polizia che ci ha impedito di uscire di casa, di passeggiare, di pedalare, di parlare. Abbiamo multato persone che andavano a fare la spesa in un supermercato sbagliato, si sedevano su una panchina sbagliata, camminavano lungo una strada sbagliata, guidavano nel posto sbagliato o in un orario sbagliato. Ma soprattutto abbiamo definito distanziamento sociale la necessità di un semplice, momentaneo e necessario distanziamento fisico.

Sarebbe cambiato tutto se avessimo scelto le parole giuste. Abbiamo scelto le parole sbagliate.

Abbiamo alzato bandiere tricolori, cantato dai balconi, raccontato e applaudito i nostri nuovi eroi degli ospedali dimenticando che un infermiere guadagna 1100 euro al mese e che la precarietà anche nella nostra sanità è una regola sinonimo di privatizzazione.

Di tutta questa grande retorica restano le macerie di una comunità solidale ma impaurita che dopo mesi di sofferenza scopre che lavarsi le mani e mettersi una mascherina era sufficiente a continuare a fare (quasi) tutto quello che si doveva e poteva fare. Adesso sappiamo che mettere il Paese in lockdown è stato un gesto di cui non abbiamo compreso sino in fondo le conseguenze. Forse erano sufficienti la prudenza e la responsabilità. Ma hanno pensato che siamo tutti imprudenti e irresponsabili. Meglio agire sulla paura e l’emotività. È più facile. Ed è molto facile anche parlare con il senno di poi. Ma credo sia utile farlo.

Soprattutto perché la politica ha abdicato al suo ruolo per lasciare alla scienza la responsabilità della crisi economica e sociale più grave dal dopoguerra. La scienza che, intanto, ha dimostrato di essere divisa, litigiosa, banale e talvolta incoerente. Decine di virologi che si sono accampati in tv 24 ore su 24 non sono stati in grado di dire con certezza nemmeno se dobbiamo mettere una mascherina sul naso oppure no. Ci hanno invece trasmesso la distanza abissale tra le parole dette e quelle che sarebbero servite, tra l’emotività e la razionalità: una orrenda sceneggiatura scritta male che ha recitato a soggetto improvvisando pur di nascondere l’impossibilità di prendere decisioni realmente costruttive.

Oggi ti misurano la febbre e questo è lo spartiacque tra entrare o restare fuori, partire o restare, tra il prendersi cura o restare indifferenti, lavorare o restare a casa, salire su un treno o rimanere in stazione, entrare in un pronto soccorso o rimanere chiuso nella tua camera da letto. La febbre è l’unica matrice digitale del benessere. Tutte le altre malattie sono sparite e con loro sono spariti tutti i rischi. Misurati la febbre, lavati le mani, metti la mascherina.

Tutto il resto, semplicemente, non esiste.

La politica, però, non ha dimenticato la verità con l’arrivo del Covid-19. L’aveva già dimenticata da un sacco di tempo.

Ha abdicato alla realtà da anni e lo ha fatto in nome e per conto della conquista del consenso. Un consenso spesso fine a se stesso e senza “visione” che produce una politica di nessun valore civile, morale, etico, finalizzata esclusivamente alla conservazione dell’esistente senza alcuna programmazione.

Se mi votano ho ragione io.

Da tanto tempo, quando ascoltiamo chi ci governa, non riusciamo più a distinguere il vero dal falso. Sappiamo anche perché succede tutto questo.

Meglio credere a una bugia invece di lavorare per la verità. La bugia è fiction, la verità è quello che accade. Basta azzeccare la bugia giusta e sei a posto. In altre parole, abbiamo scelto di legare il consenso non alle buone pratiche del governare e dell’amministrare, ma alle quasi infinite possibilità offerte dai mass media di comunicarle. Oggi il web, le ads, i social e i sondaggi hanno trasformato l’attività politica in una campagna elettorale permanente. Se a questo aggiungi l’emotività e la retorica, il gioco è fatto. I desideri, così come i dissensi, si anticipano. Gli algoritmi servono a questo. E talvolta si costruiscono. Perché i dissensi trasformati in paure vincono e vinceranno sempre. Le buone notizie, invece, sono un inciampo all’indignazione.

Ormai ci governa solo chi sa usare bene, o meglio di altri, Google.

In questo contesto mentire è un’opzione accettata.

Ma come ogni social media manager sa bene, servono continuamente nuovi contenuti da mettere in rete capaci di creare nuovi flussi di consenso. Il termine “engagement” è la nuova divinità del marketing politico. A qualsiasi costo. E il fenomeno delle fake news e degli hashtag di successo rispondono in pieno alla definizione di “qualsiasi costo”.

Lo storytelling, uno strumento meraviglioso capace di raccontare al meglio servizi e prodotti, è diventato l’ennesimo strumento al servizio della distrazione di massa. Non è più interessante il contenuto di una proposta politica, ma solo la sua narrazione. Avrete sentito dire spesso negli ultimi anni che chi ha perso le elezioni non ha saputo creare una narrazione efficace. E chi lo dice, spesso anche in buona fede, non capisce la bestialità di quello che sta dicendo.

La verità, insomma, è diventata radical chic.

La ricostruzione del Paese deve iniziare dal recupero del concetto di VERITÀ che deve tornare a essere impegno, regola, visione, progetto, manifesto.

MEMO vuole percorrere un viaggio alla ricerca della verità.

Perché la verità costruisce il futuro.

E il futuro è l’unica cosa di cui abbiamo davvero bisogno.