Covid-19 vs Libertà di Stampa

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Il virus uccide anche la verità. Proprio quando in Europa e in Italia arrivano le prime dosi di vaccino, si viene a sapere che in Cina è stata condannata a quattro anni di carcere Zhang Zhan, 37 anni, la blogger che con i video fatti con il suo telefono aveva documentato, un anno fa, l’emergere della pandemia a Wuhan e la lotta della città per contenerla. Zhang aveva mostrato crematori e ospedali sovraffollati di pazienti sottoposti a ossigenazione, e intervistato commercianti disperati per la scomparsa del loro lavoro. Dopo un processo durato solo tre ore, Zhang è stata ritenuta dal tribunale di Shanghai colpevole di aver “raccolto litigi e provocato problemi”, creando notizie false quando ancora in città si parlava solo di una polmonite misteriosa. Zhang, in carcere da maggio 2020 con l’incriminazione, pubblicata e resa nota solo il 16 novembre scorso, di aver inviato “false informazioni tramite testo, video e altri media attraverso mezzi quali WeChat, Twitter e YouTube”, di aver accettato interviste di media stranieri quali “Radio Free Asia” e “Epoch Times” e infine avanzato “ipotesi maligne” sull’epidemia di Covid-19 di Wuhan, fa parte di quel + 35% (rispetto al 2019) di giornaliste donne che, secondo il Rapporto 2020 di Reporter sans Frontieres (Rsf), da febbraio a novembre 2020 sono state arrestate e sono oggi detenute arbitrariamente in carcere. La maggior parte delle giornaliste donne recentemente detenute si trova in Bielorussia (quattro), il Paese che “ha visto una repressione senza precedenti dalle contestate elezioni presidenziali dello scorso agosto” e in due dei paesi in cui la crisi del Coronavirus “ha portato un marcato aumento della repressione – Iran (quattro) e Cina (due).”

Il Covid-19 è stato utilizzato dai Paesi con governi autoritari come una scusa in più per ostacolare la libertà di stampa, già molto precaria, se pensiamo che, sempre come riporta Rsf, oggi nel mondo sono 400 i giornalisti detenuti, uomini e donne, di cui 54 trattenuti come ostaggi. Altri numeri del 2020: quattro giornalisti sono scomparsi, 50 sono stati uccisi. Spesso barbaramente: fatti a pezzi, tranciati col machete o bruciati vivi.

Intanto molte nazioni hanno censurato le informazioni riguardanti il Coronavirus. È il caso, specifica il Rapporto Rsf, della Cina (al 177esimo posto su 180 Paesi del mondo nel ranking della libertà di stampa) e dell’Iran (173esimo). Allo stesso modo, in Iraq (162esimo) le autorità hanno revocato per tre mesi la licenza all’agenzia di stampa Reuters per aver pubblicato un articolo interrogandosi sulla veridicità delle informazioni ufficiali fornite sui contagi.

I governi autoritari hanno utilizzato l’emergenza sanitaria per attuare quella che Rsf chiama ‘dottrina dello shock’. Cioè sfruttare il disorientamento dei cittadini per imporre misure impossibili da attuare in tempi normali, e fra queste, quelle volte a impedire ai giornalisti di svolgere il loro lavoro. È proprio per tutelare i reporter che il vicedirettore generale della divisione Comunicazione e informazione dell’Unesco, Moez Chakchouk, ha sottolineato l’importanza di garantire loro sicurezza durante la pandemia. “Sono gli Stati – ha spiegato il dirigente – a dover porre i giornalisti in condizioni tali da poter lavorare sulla crisi sanitaria e sulle sue implicazioni sociali senza correre rischi, in conformità con le norme internazionali sulla libertà di espressione”.

“La violenza del mondo continua a essere inflitta ai giornalisti”, ha detto inoltre il segretario generale di RSF Christophe Deloire. “Alcuni potrebbero pensare che i giornalisti siano solo vittime dei rischi della loro professione, ma i giornalisti sono sempre più presi di mira specialmente quando indagano o trattano argomenti delicati. Ciò che viene attaccato è il diritto di essere informati, che è un diritto di tutti”.

Un diritto a cui a volte non pensiamo, soprattutto quando leggiamo, senza reagire, l’ennesima, stupida, fake news (e talvolta ci permettiamo persino il lusso di crederci).