Perché mai l’arte visiva?

suono

Franco Mussida (Milano, 1947), musicista, compositore, didatta, filosofo-ricercatore, membro fondatore della PFM – Premiata Forneria Marconi con la quale realizza decine di album, se ne allontana nel 1984, fondando il CPM Music Institute (oggi parte attiva del MIUR), che inaugura e promuove la formazione Pop in Italia. Affascinato fin da giovane dalla comunicazione non verbale legata al mondo del suono e della musica, in età adulta promuove, sulla relazione suono – emozione, specifiche ricerche ormai più che trentennali.
Mostrare l’invisibile emotivo della Musica, i principi che trasformano il flusso musicale in emozioni, è il tema del suo ultimo libro, L’oro del suono, pubblicato da Nomos Edizioni. Legando un approccio scientifico antropologico alla pura arte visiva, il testo mostra una visione personale della comunicazione musicale e dei processi di relazione sonora. Una monografia a cura di Martina Corgnati che raccoglie e presenta la ricerca e la produzione di Franco Mussida nell’arte contemporanea.
Per gentile concessione dell’autore e dell’editore, pubblichiamo un estratto del libro.

di Franco Mussida

Non avrei voluto dover usare parole, ne usavo davvero pochissime da ragazzo, preferivo ascoltare. Come non avrei mai né voluto, né immaginato di dover usare immagini per raccontare un territorio che non le prevede. La Musica contiene sia le une che le altre in modo completo. Ma ci siamo votati all’intelletto per comunicare il nostro pensiero — e dunque al linguaggio verbale scritto — forse anche per provare a sbagliare sempre meno. Così come ci siamo legati al suono e alla comunicazione per immagini per provare a rispecchiare e rispecchiarci dentro e fuori. Si sa che con la parola scritta o parlata si può raccontare, rendere visibile tutto e il suo contrario, pensare, immaginare qualcosa e comunicare altro. Fake news di parole e immagini: menzogne. Ma se c’è qualcosa che non mente, mai, questa è la Musica, in quanto essenza del linguaggio dei sentimenti, del linguaggio del cuore che comunica in modo diretto, anche se non visibile, ciò che è davvero reale: le intenzioni emotive.

Così è successo che, nonostante il mezzo fallace della parola e dell’immagine, proprio per raccontare a me stesso prima di tutto ciò che non posso vedere ma che sento come “mistero della Musica”, non mi è rimasto che mettermi di lato rispetto a lei, e provare a darle un volto visibile. Mi sono trovato a cercare dentro di me parole e immagini visive che ritenevo più consone per raccontarla, sicuro che non ci sarei mai riuscito veramente. Ma la spinta è stata così forte che mi son detto: “vale la pena provare”. Se per la scrittura tutto sommato esperienza ed età hanno giocato un ruolo importante nel favorirla, molto diverso è per la realtà visiva. Credo sia per questo che mi è stato chiesto spesso perché mai a un certo punto, senza alcun preavviso, mi sia trovato a inoltrarmi in questo territorio per me poco usuale, un territorio non mio. Nel rispondere colgo l’occasione e provo ad avventurarmi alla ricerca di ciò che ha provocato quella scelta. Dovrò partire da lontano.

Non mi sono mai cimentato con la pittura, anche se mio padre e mio fratello ci si dilettavano, tantomeno con la scultura. L’unica cosa che le somigliava fu l’esperienza nei laboratori di aggiustaggio ai tempi delle scuole medie a indirizzo industriale. Oltre a qualche base di disegno tecnico, imparai a usare la lima per sistemare piccoli parallelepipedi di acciaio, che con squadra e blu di Prussia provavo a rendere perfettamente ortogonali, uniformandone e lisciandone le superfici. Non c’era nulla di artistico, era meccanica allo stato puro.

L’Arte contemporanea la incontrai che avevo poco più di quarant’anni. A presentarmela nel suo ruolo e spirito fu un amico caro, che con nostalgia porto nel cuore: Tino Stefanoni. Fu guardando le sue opere che iniziai a coglierne il senso, quell’intimo comunicare intellettuale che specifica il suo messaggio. La sua pittura sognante e immaginifica, quasi didattica, emergeva con grande chiarezza, incitava ad andare oltre colori e forme. Mi affascinava quel suo “sognare lucidamente”, quel portare gli oggetti su un diverso piano materico, un piano che ne espandeva la natura, ne alleggeriva la soggettività donando loro una dimensione quasi oggettiva, archetipica. Ricordo che l’immagine del “Sogno lucido” che abbinai al suo lavoro gli piacque molto: la prese e la portò con sé. Mi fu vicino fin dai primi momenti, mi dette consigli, fino a quando, sorpreso dalla mia voglia di esprimermi in un territorio che era la sua vita, alla vista delle mie prime opere mi guardò con quei suoi occhi buoni, ficcanti, veloci come i suoi pensieri, come il suo muoversi e mitragliare parole, e con fare ironico (del tipo “non sai dove ti stai cacciando”) mi disse: “Ma allora stai facendo sul serio, stai facendo scultura, sei diventato uno scultore…!”.

Mi schernivo dicendo che continuavo a essere un musicista, anche se in un modo diverso. Per dimostrarglielo, una volta completata l’idea della mia prima installazione esperienziale, feci il diavolo a quattro per realizzarla. Scelsi volutamente il Monte Titano, San Marino, luogo che fin dalle vacanze estive negli anni Cinquanta osservavo affascinato dal litorale riminese. Un’immagine che continuai a frequentare nella sua misteriosa alterità per una buona parte degli anni Settanta, agli albori della mia carriera musicale. L’avevo scelto anche in quanto Stato straniero. Credevo che quella terra amica — così vicina all’“Altro Mondo”, un nome ambivalente che lega la mia visione spirituale della Musica a quel famoso locale da ballo da cui partì il treno del Progressive in Italia — fosse disposta a darmi fiducia. Fosse disposta a considerare un valore il tradurre in opere d’arte ciò che avevo maturato intimamente nella mia prima vita da musicista. In quella mostra portai 17 teche nere, di acciaio, con impianti audio nascosti (Stazioni con vista sulla Musica), in cui avevo sospeso al centro oggetti simbolici ricoperti di patina d’oro, platino e rame. Una visione delle opere associata a suoni, a esperienze sonore intervallari. Per la prima volta i grandi giornali, la stampa, parlavano di me scordandosi della mia chitarra. Mi avevano accolto bene, non riportavano l’immagine di una delle tante celebrità che a una certa età provava a togliersi un capriccio giovanile. Ero partito. Aveva ragione lui, il Tino, stavo facendo lo scultore, il pittore. Ma da novizio assoluto qual ero, per il rispetto che dovevo e devo a gente che coltiva quest’arte fin da ragazzo, come è accaduto a me per la Musica, non me la sentivo di usare quei sostantivi.

Aiuti li ricevetti anche da altri amici come Domenico Bianchi, che mi indusse a riflettere sul senso del simbolo, sulla chiarezza del messaggio visivo, dandomi preziosi consigli su come mostrare l’Uomo Suono. Poi l’amicizia con Demetrio Paparoni, con il quale ci si imbarca spesso in duelli filosofici all’ultimo pensiero. E con Martina Corgnati, un critico d’arte che ha saputo leggere con generosa sensibilità e intelligenza emotiva le mie intenzioni rese materia spiegandole al mondo dell’Arte, cosa che non avrei saputo fare.

Detto questo però, per ritornare al tema del come mai mi sono trovato a cimentarmi con l’Arte visiva, se devo ripercorrere l’iter che mi ha portato a imboccare una strada, ricercare la causa prima di quella scelta, mi sento costretto a cambiare prospettiva, a partire da un mio difetto. Dalla mia limitata memoria di nomi, date, fatti accaduti.

Non credo di essere l’unico che si concentra solo su ciò che davvero lo interessa. A me interessa quanto sta dietro ciò che appare. Seguo bene senza fatica la logica di chi mi parla. Mi viene però naturale concentrarmi sulle intenzioni, su ciò che muove quelle parole, più che sulla qualità delle parole scelte. Non a caso provo grande affetto e simpatia per chi si esprime in dialetto.

Come accade a molti, specie a persone che hanno una natura fortemente malinconica come la mia, mi trovo molto spesso da solo in mezzo a tutti. Solo, in compagnia di continue percezioni, sensazioni, e ovviamente in compagnia del loro riassunto: i pensieri.

Ci sto bene, ma loro, i pensieri, rispetto a ciò che mi accade attorno, per via della mia propensione sognante, stanno spesso un passo avanti o un passo di lato; diciamo quindi che mi estraneo dal presente con una certa facilità. Un atteggiamento di natura infantile, che ho mantenuto da adulto, che mantengo tuttora.

Sono portato a credere che la ragione per cui mi sono trovato ad abbracciare l’esperienza dell’Arte visiva sia proprio da attribuirsi a precise qualità del pensiero. È certamente lui, insieme al nostro sentire, l’artefice, l’orientatore delle nostre azioni. È lui a indicare possibili direzioni, mentre sono il nostro piacere e la nostra volontà a realizzarne i propositi. Nel mondo dei pensieri siamo liberi, o almeno crediamo di esserlo. In realtà non lo siamo per niente. Immagini, sensazioni, emozioni — che si condensano in una forma-pensiero che l’intelletto può accogliere — ci arrivano da ogni parte: da noi stessi, dal nostro corpo e da fuori.

Credo di poter dire per mia esperienza diretta che siamo spesso scelti, siamo indotti ad agire dal lavoro occulto, dai pensieri che produciamo in modo inconscio, istintivo, altro che libertà. Perfino uno stesso proposito, uno stesso pensiero può apparire, abortire, presentarsi in infiniti modi dipendenti dalle qualità delle correnti etiche che ci vivono dentro. Non va dimenticato infatti che correnti a carattere francescano o hitleriano scorrazzano liberamente dentro di noi, provano a mettere tonache o elmetti ai pensieri che trovano in giro per le strade del cuore e della mente.

Detto questo, di pensieri ne sorgono di diversi tipi. Pensieri per guidare azioni che realizzano progetti già immaginati. Pensieri che aiutano a eseguire bene ciò che va eseguito. Che somigliano a sogni, a proiezioni verso un possibile futuro di soddisfazioni, gioie, preoccupazioni. Pensieri ricordo, che pescano nel passato, nella grande cisterna mnemonica di ciò che è stato fatto e vissuto, che si è realizzato o che è rimasto sospeso, ineseguito. Pensieri che ci invadono, che colpiscono a caso, che arrivano come orde di Unni a disturbare, a sbattere di qua e di là la nostra coscienza.

Conosco questo sentirsi preda di perseguitanti folate di pensieri invasori. L’ho vissuto per anni, prima di dedicarmi alla meditazione. Così iniziai a seguirli uno per uno, questi pensieri, feci loro vedere che li osservavo, che non me ne scappava nessuno, e che quindi non potevano andarsene in giro dentro di me come volevano loro.

Alla fine l’hanno capita. Scoperti, hanno smesso di perseguitarmi. E io ormai da tempo, acquisita l’attitudine al silenzio interiore, i pensieri tendo ad andarmeli a cercare al bisogno, a provocarli e sceglierli tra ciò che vive, che emerge dalle profondità della dimensione istintiva. Cerco di aprire la porta a quelli più utili, non solo al momento, ma in generale. Non che l’istinto nei meccanismi di relazione non faccia più sorgere in me pensieri involontari. Certo, accade ancora, ma fortunatamente me ne accorgo e cerco di correre ai ripari se sono di natura distruttiva.

Mi soffermo su questo punto perché penso che la scelta di abbracciare qualcosa che è lontana anni luce dalla mia formazione scolastica sia da collegarsi alla capacità di attrarre pensieri che si può dire non siano nostri, che ci arrivano da fuori, diversi da quelli che eruttano dal vulcano dell’inconscio, da una realtà altra che appare e scompare, di cui si ha contezza solo pochissime volte nella vita. Apparizioni tanto più frequenti quanto più matura è la capacità di strutturare un “pensare armonico”.

Un pensare che ha relazione con princìpi musicali.

Del resto, se si osserva un pensiero ragionato, articolato, frutto di un procedere intellettuale consequenziale, ci si accorge che corrisponde perfettamente a un principio musicale. Un’energia che si applica nell’atto di produrre una nota dopo l’altra: che sia suonata da uno strumento o cantata da una voce, risponde a un principio musicale: il terzo, tra i cinque princìpi progressivi del Codice Musicale, quello legato alla dimensione melodico monofonica. La melodia musicale procede anch’essa come procede un discorso, un racconto che, parola dopo parola, struttura una storia. Che sia una nota dopo l’altra, o una parola dopo l’altra, poco importa; l’energia che si utilizza, sia nella dimensione verbale che in quella musicale, è identica. Non a caso i bravi oratori si distinguono per la loro sensibilità al suono.

Io stesso, non avendo frequentato scuole classiche, quindi deficitario di nozioni di analisi logica, ho dovuto imparare a orecchio a formare il mio linguaggio verbale ascoltando persone per me speciali, che sentivo piene, piene di cose da dire, ma con un dire diverso che sentivo andare oltre le parole. Per cui non ascoltavo solo i contenuti, non sceglievo solo belle parole, bei modi di dire da mandare a memoria, percepivo il modo, il tono, l’abilità di accostarle in stringhe di pensieri proprio attraverso il suono, attraverso un racconto melodico musicale. Assimilavo quindi non solo il senso dei loro discorsi, il processo logico — visto che non si trattava di matematica o di geometria pura, ma di comune struttura del linguaggio —, bensì la scelta sonora delle singole parole, quelle che insieme costruivano una melodia che risuonava bene dentro di me. Una melodia del discorso che rivestiva nozioni, informazioni e opinioni con immagini emotive, con ricchezza di vita. In fondo fu come esercitare un pensare armonico musicale.

Per “pensare armonico” intendo un approccio che somma il pensare melodico consequenziale, che si lega a catene di parole e pensieri il cui insieme fa cogliere l’immagine precisa di ciò che si vuol comunicare, al senso di un’armonia emotiva che avvolge quell’immagine. Qualcosa che non interessa solo noi, il singolo piacere o dispiacere, ma tocca un sentire universale che ci riguarda tutti, riguarda il tuo simile. Credo si possa dire che è allora che si entra in una dimensione etica del pensare.

Credo sia questo tipo di pensiero che finisce per formare una sorta di giaciglio spirituale adatto ad accogliere quei pensieri speciali che non nascono da dentro, ma che mi piace immaginare attraversino lo spazio fino a raggiungerci per creare il nuovo, l’inaspettato. Quell’atmosfera ispirativa figlia di un pensiero armonico in cui si manifesta l’intuizione funge così da elemento traente, che incentiva l’arrivo di regali in grado di dare direzioni diverse a una vita. Intuizioni, ispirazioni, sono infatti pensieri sorprendenti, in cui è incastonato il dono di una possibile soluzione a un problema.

Per quanto mi riguarda, a creare quel giaciglio spirituale in grado di sollecitare l’accendersi di una sorta di energia, di raggio traente, di stargate che collega qualcosa del macrocosmo al nostro microcosmo individuale, penso sia stata la mia natura malinconico-ossessiva. Un carattere iper riflessivo che mi fa girare spesso attorno a una molteplicità di pensieri simili con diverse sfaccettature ma con una stessa matrice etica.

Fu così che quel raggio di provenienza ignota si manifestò un bel giorno d’autunno lasciando su quel giaciglio un dono. Una sorta di uovo dorato, un’intuizione tanto nuova e affascinante che non si poteva che accogliere con gioia. Arrivato, l’uovo d’oro si schiuse subito da solo mostrandomi la nuova opportunità; non mi rimase che nutrirla, accudirla, farla crescere e orientarla al meglio. Penso sia un processo che vale anche per la dimensione creativa. Tanta della Musica che ho scritto mi è arrivata così. A volte in forma assolutamente pura, nessun bisogno di modifiche; giungeva in forma completa, comprendeva melodia, armonia, arrangiamento e orchestrazione, non mi rimaneva che trascriverla o registrarla.

Quali sono quei pensieri multipli, ossessivi, penetranti, che riguardavano il mio rapporto con la Musica? Quell’ossessione che ha costituito il giaciglio emotivo, l’atmosfera ispirativa adatta a suggerire l’invio di un’intuizione? L’elenco sarebbe lungo, sono pensieri che mi frequentano ancora, da cui è partita però un’azione compensativa, un fare propositivo che mi appaga, mi consola.

– Tra questi segnalo il mio essere spesso preda di sentimenti a cavallo tra la rabbia e l’indignazione per come la Musica viene maneggiata, percepita e vissuta oggi.

– Accorgersi che la Musica viene maneggiata quotidianamente non da musicisti ma da ascoltatori senza alcun vero talento musicale. Da ascoltatori che del suo Codice colgono solo le opportunità commerciali offerte dai suoi preziosi poteri emotivi e comunicativi.

– Osservare come la Musica venga usata per abitudine in modo superficiale. Il che vuol dire anche usarsi in modo superficiale, in quanto la natura che la caratterizza è lo specchio di noi stessi.

– Non accorgersi che è attorno alla nostra intima natura vibrante e invisibile che si forgia, si plasma l’abito della nostra corporeità.

L’urgenza di mostrare il fenomeno sonoro

Affermazioni e domande profonde, in cerca di risposte che non può dare una sola persona, necessitano di un risveglio della collettività. Domande che richiedono anche parole pesanti: come mistero, sacralità, vibrazione vitale, energia emotiva, fonosintesi. Sono queste le parole che cercano modi con cui trasformarsi in immagini visive, forme, materia per raccontare l’invisibile della Musica. Quella Musica dell’origine che sta prima di ogni forma, che crea le forme. Quella Musica dell’origine, fatta di materia vibrante e vitale, che nasce insieme a noi, e che proprio noi abbiamo trattato, organizzato, umanizzato, come abbiamo fatto per ciò che di essenziale e primario ci serve: che sia acqua, aria, roccia, materia biologica come terra e legno. Immagini e forme capaci di generare quell’atmosfera ispirativa che anche l’Arte sa creare.

Ricordo bene il momento in cui mi arrivò l’intuizione. Da tempo non ne potevo più di girare attorno a quelle ossessioni. Ero alla disperata ricerca di qualcosa che mi aiutasse a superare quel disagio forte. Sentivo che non era attraverso il comporre e suonare Musica che potevo raccontarne la dimensione magica, ciò che della sua natura si lega a tutti noi. Che suonando non sarei riuscito ad abbattere la barriera delle ovvietà che la circondano per mostrarla come mistero ancora tutto da decifrare. Che non sarei riuscito a provocare, a far nascere in ascoltatori sempre più angosciati e persi in un mare di mediocrità lo stimolo per fare un passo in avanti in termini di coscienza riguardo ai fenomeni emotivi che coinvolgono Musica e persona.

Certo, potevo farla vivere emotivamente, ma non raccontarla, ribadire intellettualmente il suo immenso valore. Da troppo tempo non sapevo dove sbattere la testa.

Fu un lampo, un fermarsi improvviso del tempo, fisico ed emotivo. Stavo seduto su uno sgabello, in cucina. Trafficavo su un computer poggiato su un piano di legno collegato al piano cottura. Lì tutti i giorni mangio, in compagnia di quell’amazzone sensibile e battagliera che è mia moglie Loredana. In preda a quel magma emotivo, pensavo ai ragazzini americani che con Garage Band producevano una Musica che sarebbe stata dimenticata di lì a qualche mese ma che fruttava milioni di dollari. In Italia conosco invece tanti musicisti geniali che faticano a sbarcare il lunario. Un pensiero si fece strada: “Cosa c’è di sbagliato? Perché queste immagini così diverse tra loro?”. Da un lato giocare a sfruttarla guadagnando una fortuna. Dall’altro provare a servirla, facendo fatica a campare.

Ricordo che mi prese un forte moto di rabbia che trattenni. Una tempesta emotiva inespressa, ma che si bloccò subito. Poi un silenzio, quello che precede sempre una scoperta; una dimensione sospesa, trattenni il fiato non so per quanto. In quel silenzio totale, in quel clima di calma irreale, a muoversi furono soltanto gli occhi. Non lo sapevo ma stavo cercando la Musica con gli occhi. Furono loro i soli a muoversi quella sera di novembre del 2011, a frugare l’aria, a scandagliare lo spazio che mi stava attorno.

Occhi che osservavano, si guardavano in giro in cerca di qualcosa che fosse affine al clima interiore. Qualcosa a cui ancorare quel pensare armonico pieno di immagini.

Cercavano un oggetto capace di salvarmi dal tormento. Infine si fermarono. Si sgranarono alla vista di una padella di rame appesa al contrario, per il manico, mostrando la parte in cui prende il fuoco. Un oggetto comune, eppure magico, alchemico, nelle cui convessità si trasformano le sostanze, se ne modifica lo stato. Il solido in liquido. Il liquido in aeriforme.

Tutto perfettamente visibile tranne l’effetto primo che genera i mutamenti: il calore, che rimane un elemento invisibile. “Lì, in quell’oggetto metterò ciò che mi servirà per raccontare cosa nasconde in sé la Musica”. Fu la mia stessa voce a far vibrare in modo potente quelle parole dentro di me.

Non avevo idea di cosa mi sarebbe accaduto, delle difficoltà che avrei trovato iniziando a percorrere la strada che mi avrebbe portato a disegnare, scolpire, dipingere, creare apposite simbologie visive. Dovetti inventarmi tecniche che forse fanno inorridire chi con quei materiali ci lavora da sempre.

Ma a me interessava poter parlare di questi aspetti, generare incanto, curiosità, meraviglia, tradurre le immagini emotive del linguaggio musicale in linguaggio visivo. Generare incanto visivo, un incanto carnale, da toccare con gli occhi prima che con le mani.

Ero consapevole di essere sempre stato un asino in disegno, di avere zero esperienza con l’uso dei materiali. Ma ormai l’uovo d’oro si era dischiuso: non mi restava che nutrirlo. Inventare ciò che mi serviva per raccontare quello speciale codice vibrante che avevo isolato attraverso un’esperienza di trent’anni, molti dei quali passati in luoghi dolorosi dove vive gente che non paga l’affitto ma paga con la non libertà, con la frustrante, mortificante prova della reclusione, una vita spesso sconvolta dall’incapacità di controllare gli impulsi che fuoriescono nefasti dalla terra delle emozioni. Quella terra che la Musica sa lavorare e bonificare così bene, se si prova a usarla in modi appropriati, utilizzando le sue virtù umanistiche. Quel lato della Musica che non sa solo liberare movimenti di danza o alleggerirci con sorrisi o pianti che durano attimi. Ma sa far volare l’anima oltre ogni muro, oltre quei muri. Sa farsi sentire così in profondità da bloccare correnti buie e distruttive per restituire una luce che in quei luoghi è fondamentale. Una luce che illumina il valore della dignità. Non quella dei mafiosi che la legano alla dimensione del potere,
del comando, ma la dignità della persona, del rispetto per la vita propria e degli altri.

Avevo 64 anni quando arrivò quel lampo, quello sprone, quella voce interiore ultimativa che puoi solo seguire senza farti domande.

Le conseguenze

Di quel tempo non posso scordare l’energia ingenua, bambina, che seguì la visione intuitiva. Mi usciva da tutte la parti facendomi sentire felice e leggero come una piuma. Fu un periodo in cui le quattro correnti emotive essenziali che ci vivono dentro agirono in perfetta armonia, libere da ogni vincolo d’abitudine. Correnti che si possono tradurre nel cercare con curiosità fuori da noi stessi grazie all’entusiasmo; nel riflettere interiormente su ogni cosa e pensiero grazie alla forza della malinconia; nell’utilizzare al meglio l’energia del fare, del realizzare con fermezza nel presente con gusto; nel lasciarsi andare alla contemplazione, rigenerarsi con le energie del riposo e della calma flemmatica.

Provavo una sensazione strana. Una parte di me si sentiva Don Chisciotte e insieme Alice nel Paese delle Meraviglie. La seconda pensava e rifletteva su come trasformare in simbologie alcuni princìpi essenziali della comunicazione emotiva, degli effetti della Musica sulla natura affettiva della persona; quel lavoro sperimentato e compreso in tanti anni, il frutto di esperienze con tanti ragazzi che si sono distrutti con l’eroina e molte altre sostanze. Iniziai a trovare una definizione che tenesse dentro i diversi princìpi della forza emotiva che operano sull’uomo definendoli “Codice Musicale”. Fu il primo passo. Una terza parte ancora si sforzava di cercare, di selezionare materiali per realizzare l’incanto, per accendere in chi vede curiosità e meraviglia.

Avevo a che fare non più con il suono, ma con un mezzo di comunicazione del tutto sconosciuto: la luce, che ha nell’immediatezza e nella massima velocità realizzabile sul piano fisico la sua specificità. Una velocità imparagonabile rispetto a quella del sentire, dell’assimilare il suono.

La Musica non la considero solo “l’Oro del suono, la materia più preziosa che siamo riusciti a estrarre dal mondo vibrante”. La considero il regalo più bello che potessimo mai farci, quello di maneggiare un mistero: il mistero che trasforma lei stessa, la Musica, in emozioni.

Agire passando per il senso della vista, poter mostrare, impressi nella materia, aspetti di questo mistero, è lo scopo primo di tutto il mio lavoro visivo.

suono

Franco Mussida, L’oro del suono, a cura di Martina Corgnati, Nomos Edizioni, 2021.