Russia si Russia no: la Biennale nel mezzo della tempesta
C’è una domanda che aleggia sulla 61esima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, in programma dal 9 maggio al 22 novembre 2026, e che va ben oltre le polemiche di questi giorni: può uno spazio d’arte essere davvero neutro mentre una guerra è in corso? La risposta, a giudicare da quanto accade, non è affatto scontata.
Tutto comincia con un’operazione in apparenza banale. La Russia non è stata invitata alla mostra. La sua presenza deriva da una procedura ordinaria prevista dal regolamento della Biennale per i paesi che possiedono un padiglione ai Giardini: in questi casi basta una semplice comunicazione della volontà di partecipare. La Russia è proprietaria del suo padiglione dal 1914. Mosca ha comunicato. La Biennale ha preso atto. Ed è bastato questo, formalmente corretto e tuttavia politicamente esplosivo, per scatenare una crisi diplomatica e istituzionale che ancora non si è chiusa.
Il precedente e il ritorno
Nel 2022, dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina, il padiglione russo era stato chiuso al pubblico. Nel 2024 lo spazio aveva riaperto ospitando una mostra della Bolivia, paese che mantiene relazioni diplomatiche con Mosca. Ora, per il 2026, la Russia rivendica la propria presenza diretta. Il presidente della Fondazione Pietrangelo Buttafuoco — scrittore e intellettuale di destra, nominato nel 2023 dal governo Meloni — ha difeso la scelta sostenendo che la Biennale deve restare uno spazio di incontro aperto, anche tra paesi in guerra. Ha riaffermato il rifiuto di ogni forma di esclusione o censura dell’arte, sottolineando che Venezia rimane “un luogo di dialogo, apertura e libertà artistica, con la speranza duratura della cessazione dei conflitti”.
È una posizione difendibile in astratto. Il problema è che siamo nel concreto.
Il governo contro se stesso
La prima paradossalità di questa vicenda è tutta italiana. Il ministero della Cultura guidato da Alessandro Giuli ha ricordato in una nota che la decisione è stata assunta “in totale autonomia” dalla Biennale, “nonostante l’orientamento contrario del governo italiano”. In altre parole: un’istituzione culturale il cui intero consiglio di amministrazione è espressione della destra di governo ha preso una decisione che il governo stesso ha subito dichiarato di non condividere. Il CdA della Biennale è composto da Buttafuoco, dalla rappresentante del Ministero Tamara Gregoretti, dal sindaco di Venezia Luigi Brugnaro vicino a Forza Italia e dal presidente del Veneto Alberto Stefani della Lega.
La risposta di Giuli è arrivata il 12 marzo: il ministro ha chiesto le dimissioni di Gregoretti, sostenendo che non aveva informato il ministero né della possibile presenza russa né del suo voto favorevole, venendo così meno al “rapporto di fiducia”. È una mossa che colpisce una figura nominata dallo stesso governo, in un CdA scelto dallo stesso governo, per aver votato in un modo che evidentemente rispecchia l’orientamento di almeno una parte di quella coalizione. All’interno della destra italiana, del resto, le posizioni sulla Russia non sono mai state uniformi: mentre esponenti come Federico Mollicone si preoccupano del rischio diplomatico, il vicepremier Matteo Salvini difende l’idea di una cultura universale che non escluda nessuno.
L’Europa alza la voce
Fuori dall’Italia, le reazioni sono state più nette. La vicepresidente esecutiva della Commissione europea Henna Virkkunen e il commissario alla Cultura Glenn Micallef hanno condannato “fermamente” la decisione: “La cultura promuove e tutela i valori democratici, incoraggia il dialogo aperto, la diversità e la libertà di espressione e non dovrebbe mai essere utilizzata come piattaforma per la propaganda”. La minaccia è concreta: la Fondazione Biennale riceve una sovvenzione di due milioni di euro nell’ambito del programma europeo Creative Europe Media, e Bruxelles ha fatto sapere che ne valuterà la sospensione se la partecipazione russa dovesse comportare una violazione delle condizioni contrattuali.
Venti paesi dell’Unione Europea, più Norvegia e Ucraina, hanno firmato una lettera a Buttafuoco chiedendo di riconsiderare la decisione. Nel documento i firmatari — tra cui Austria, Francia, Germania, Polonia, Svezia, i paesi baltici e altri — sottolineano il “rischio significativo di strumentalizzazione” da parte di Mosca, interessata a “proiettare un’immagine di legittimità e accettazione internazionale” mentre la guerra continua. Il documento evidenzia anche “la natura politica del progetto associato al padiglione russo e i suoi sospetti legami con individui strettamente legati all’élite politica russa”.
La pressione viene anche dalla società civile: una petizione online contro la partecipazione russa ha raccolto migliaia di firme, tra cui quelle dell’ex presidente ucraino Viktor Yushchenko e dell’attivista Garry Kasparov. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha criticato direttamente l’ipotesi, mentre il collettivo femminista russo Pussy Riot ha già annunciato proteste.
La mossa di Buttafuoco: i dissidenti come via d’uscita
L’ultima parola, almeno per ora, è di Buttafuoco. In un intervento pubblicato sul Foglio, il presidente della Biennale ha annunciato due iniziative dedicate ai dissidenti: la commemorazione del cinquantenario della Biennale del Dissenso voluta nel 1977 da Carlo Ripa di Meana, con l’invito a cinque figure “scomode” ai rispettivi governi — dagli Stati Uniti a Israele, dalla Cina alla Russia fino all’Unione europea — e un ciclo di incontri dedicato al pensiero del filosofo russo Pavel Florenskij. Un gesto che vuole dire: apriamo la Biennale alla Russia, ma anche alle voci che la Russia mette a tacere.
È una mossa elegante, e non priva di una sua logica culturale. Ma difficilmente soddisferà chi chiede alla Biennale di non fungere, nemmeno involontariamente, da palcoscenico di legittimazione per uno stato che continua a bombardare civili.
La domanda che rimane
Al centro di tutto c’è una tensione autentica e irrisolvibile: quella tra l’autonomia della cultura e la sua responsabilità che non può fingere di essere cieca al contesto in cui agisce. La Biennale del 1977, quella di Ripa di Meana che Buttafuoco invoca, fu proprio un atto politico: dare voce ai dissidenti sovietici era una scelta di campo, non una neutralità. Oggi la situazione è diversa e per certi versi rovesciata: aprire al padiglione ufficiale di uno stato in guerra non è la stessa cosa che invitare le sue voci dissenzienti.