ApritiModa, dieci anni dietro le porte del Made in Italy
Una scarpetta di velluto con la suola ricavata da un copertone di bicicletta. Un feltro che attraversa oltre cinquanta passaggi, quasi tutti a mano, fino a diventare il cappello di Humphrey Bogart. Un ricamo che per un solo abito da Oscar ha richiesto 1.690 ore di lavoro. In dieci anni ApritiModa ha mostrato al pubblico tutto questo. Storie che in genere restano dietro una porta chiusa. Il 24 e 25 ottobre in tutta Italia quelle porte si riaprono per la decima edizione.
Da quattordici indirizzi a tutta Italia
L’idea è della giornalista Cinzia Sasso, era entrata per caso in uno di questi luoghi e ne era uscita conquistata. E così ha pensato che tutti dovessero poterlo fare. Nel 2017 a Milano aprivano quattordici aziende. Oggi le aperture sono un centinaio, dal Friuli alla Sicilia. In tutto, quasi quattrocento realtà hanno accolto i visitatori, e anche il pubblico è cresciuto. I sedicimila visitatori del debutto sono diventati oltre cinquantamila richieste nell’ultima edizione. Nel fine settimana si osservano da vicino le lavorazioni e si incontrano i maestri del mestiere, si scopre come nascono un occhiale, un profumo, un nastro. Le visite sono gratuite, ma serve prenotare sul sito ufficiale.
Le novità per il decimo compleanno
Quest’anno entra in scena il mondo della sposa. Aprono alcuni atelier specializzati, tra cui quelli di Antonio Riva e Poesie Spose. È una tradizione che continua a rinnovarsi con uno sguardo di oggi. Alla Giudecca debutta Hydro Mirò, il cantiere che realizza le tappezzerie delle gondole. È un mestiere che esiste solo dentro la storia della laguna che si mostra al pubblico. A Napoli apre per la prima volta Mario Talarico, l’ombrellaio della casa reale inglese. A Milano Leu Locati racconta come è nata la borsa scelta da Elisabetta II. Ogni debutto aggiunge un pezzo a una mappa che si allarga anno dopo anno.
Grandi maison e piccole botteghe
Accanto ai debutti tornano gli amici di sempre. Ci sono le realtà legate a Giorgio Armani, Brunello Cucinelli e Dolce&Gabbana. Ma ci sono anche i ricami di Pino Grasso, custode di un archivio di oltre dodicimila campioni. Ci sono i guanti dell’Omega, cuciti nel Rione Sanità sulle vecchie Singer. E c’è l’Antico Setificio Fiorentino, dove i telai seguono un disegno attribuito a Leonardo da Vinci. È questo l’equilibrio che rende unica la manifestazione. Il marchio celebre e la bottega di quartiere stanno sullo stesso piano. L’uno non esisterebbe senza l’altra.
Il valore che non si vede
Per l’industria creativa il senso dell’iniziativa va oltre la visita. Un abito sul red carpet è solo l’ultimo gesto di una filiera lunga. Prima vengono il tessuto, il bottone, la cerniera, la passamaneria. E soprattutto le persone che li realizzano, quasi sempre lontane dai riflettori. Negli anni il percorso ha toccato anche le sartorie teatrali, dalla Scala alla Fenice, e piccoli musei dedicati alla paglia, all’ombrello e alla seta. In una passata edizione i visitatori hanno potuto sfogliare trentamila campioni di pelle, quasi tutti nati dagli scarti dell’industria alimentare. Mostrare questo lavoro significa dargli un valore pubblico e ricordare che quei saperi vanno conosciuti per essere custoditi. «La moda non è un capriccio per pochi, è un patrimonio condiviso», dice Cinzia Sasso. Dieci anni dopo, aprire una porta resta il modo più semplice per difenderlo.