Cinema italiano, la protesta degli autori: “Senza investimenti non c’è patria culturale”
“Patrioti, ma di quale patria?”. È la domanda al centro della lettera aperta firmata da registi, attori, sceneggiatori e lavoratori del cinema italiano, indirizzata al governo per protestare contro i tagli alle produzioni nazionali.
Il documento denuncia una riduzione delle risorse che, secondo i firmatari, rischia di colpire in modo strutturale l’intero settore audiovisivo. Non solo le grandi produzioni, ma soprattutto il tessuto più fragile del comparto: cinema indipendente, opere prime, sperimentazione.
Il cinema, ricordano gli autori, rappresenta da decenni uno degli strumenti principali attraverso cui il Paese costruisce e diffonde la propria identità culturale. Dai capolavori del dopoguerra come Roma città aperta fino ai film simbolo del boom economico come La dolce vita, l’industria cinematografica ha accompagnato e raccontato le trasformazioni sociali dell’Italia.
Secondo la lettera, i tagli rischiano di produrre effetti immediati sull’occupazione e sulla capacità produttiva: meno set, meno investimenti, meno opportunità per professionisti e nuove generazioni. A lungo termine, avvertono i firmatari, il rischio è una progressiva riduzione della pluralità culturale e della presenza italiana nel panorama internazionale.
Al centro della protesta c’è anche una critica politica. Il richiamo al patriottismo, frequentemente utilizzato nel dibattito pubblico, viene definito “incoerente” se non accompagnato da politiche di sostegno alla cultura. “Non si può parlare di difesa dell’identità nazionale senza investire nei suoi strumenti di espressione”, è il senso del messaggio.
La lettera chiede al governo un confronto urgente e misure concrete per garantire continuità al settore. Tra le richieste, il ripristino dei fondi e una strategia di lungo periodo per sostenere la produzione cinematografica italiana.
La mobilitazione arriva in un momento già complesso per l’audiovisivo europeo, stretto tra piattaforme globali e trasformazioni del mercato. In questo contesto, sostengono gli autori, il ruolo dello Stato resta decisivo.
La questione, tuttavia, va oltre il piano economico. Riguarda il ruolo che il cinema può e deve avere nella costruzione dell’immaginario collettivo. “Senza cinema — si legge tra le righe della protesta — non c’è racconto condiviso. E senza racconto, non c’è comunità”.