Guarda le mani del filosofo
di Gianni Vattimo
Il gioco che viene subito in mente, leggendo i «motti» e guardando le foto dei «filosofi», è quello di sostituire gli accoppiamenti in modo casuale, come mettendo tutto, motti e foto, su un tavolo e comportarsi come con un puzzle – che però non ha una soluzione prevista, ma può dar luogo a un imprevisto disegno «finale» che ci svela il nostro – di noi filosofi? Di noi nostri contemporanei – volto. Quel che forse si può dire, prima di mettersi al lavoro per condurre il gioco, è che nel disegno finale, quale che esso sia risultato, non sembrano esserci elementi «tragici»: ciò che diceva in vari modi Heidegger in Essere e tempo, il «ne va di noi» (con tutto lo spirito kierkegaardiano che spira da questa frase) non si trova qui. Nessuno degli esiti del puzzle ci comunica qualcosa del genere. Dovremmo probabilmente riconoscere alla fine che la filosofia, nella mente dei vari cultori che qui sono rappresentati, ha svolto davvero la funzione terapeutica di cui parlava Wittgenstein. Una terapia di cui non dobbiamo dimenticare la tecnica specifica, quella della fotografia e la mano del fotografo. Il rapporto instaurato tra il fotografo e il soggetto, l’analizzando, è, in un senso anch’esso tutto da scoprire, un analogo della relazione analitica. Meglio: il volto fotografato, insieme al motto scelto, è davvero ben più che un analogo della relazione analitica.
Quasi tutti i volti-motti che leggiamo sembrano figure – facce e pensieri associati – di gente che ha compiuto (non subìto) – con buon esito, diremmo – un percorso psicoanalitico. Il successo della cura sarà stato in loro definibile nei termini freudiano-lacaniani del motto (ancora un motto) «wo Es war, soll Ich werden»? Là dove per ciascuno era l’Es, è avvenuto l’Io? Oppure: l’Io che si credeva tanto importante è andato (a finire) nell’Es? Dunque un’altra versione del gioco potrebbe essere alla fine: riconoscere che il puzzle dà luogo a un grande naufragio dei nostri – e dei loro – Io nel mare dell’Es? Non è poi tanto inverosimile che «il volto dell’Io» sia la sua sia pur relativa «cancellazione» in qualcosa di altro. Ritroveremmo qui anche le ragioni dell’insoddisfazione che ci provoca spesso il volto dei nostri conoscenti che sono stati «curati» dall’analisi: vediamo il loro sorriso come una sorta di maschera, una immagine del «successo» della terapia. Ci domandiamo che cosa verrebbe fuori se, giocando un po’ con le nostre convenzioni linguistiche, rispondessimo al puzzle come al telefono: «Pronto, chi parla? E D io?».
Nella fotografia in evidenza, da sinistra verso destra, Salvatore Veca, Umberto Galimberti e Giovanni Reale.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”1496″ img_size=”medium” alignment=”right”][/vc_column][vc_column width=”1/2″][vc_column_text]Il volto dell’IO.
Cinquanta ritratti della filosofia italiana.
Armando Rotoletti, Gianni Vattimo, Francesco Parisi
Prezzo: Euro 20.00[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]