La Gaberiana, perché abbiamo ancora bisogno del Signor G
«La libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione». Quando citi Giorgio Gaber non fai mai un esercizio di memoria ma continui a interpretare il presente. A più di vent’anni dalla scomparsa, il suo lavoro continua a
interrogare il nostro tempo con una forza sorprendente. Non soltanto per le canzoni che hanno segnato una stagione della musica italiana, ma soprattutto per quella straordinaria capacità di mettere in scena le contraddizioni dell’uomo contemporaneo e il rapporto tra individuo e società, la libertà e le sue ambiguità, la politica e le sue trasformazioni, il bisogno di partecipazione e la fatica di sentirsi parte di una comunità.
È proprio da questa consapevolezza che nasce La Gaberiana, il festival dedicato a Giorgio Gaber che porta incontri, musica, spettacoli e riflessioni per restituire al pubblico la complessità di un artista unico nel panorama culturale italiano. Un progetto nato con la direzione artistica di Andrea Scanzi, giornalista, scrittore e autore teatrale che da anni racconta Gaber sui palcoscenici italiani attraverso il suo spettacolo E pensare che c’era Giorgio Gaber. La Gaberiana non è solo una celebrazione ma, al contrario, un tentativo di riportare al centro un pensiero ancora capace di disturbare, mettere in discussione, aprire domande. Perché Gaber non è stato soltanto un cantautore, né soltanto un uomo di teatro. È stato un interprete della società italiana, un osservatore capace di cogliere prima di altri le trasformazioni profonde del Paese.
La sua idea di libertà, del resto, non era mai una condizione individuale isolata, ma una responsabilità collettiva. In quella frase diventata simbolo del suo percorso artistico c’è una delle chiavi per comprendere tutta la sua opera: l’uomo non è libero quando si sottrae al mondo, ma quando sceglie di prendervi parte.
Per questo oggi abbiamo ancora bisogno di Giorgio Gaber.
Il programma della quarta edizione
La quarta edizione de La Gaberiana torna a Firenze dal 20 al 23 luglio, nel quartiere dell’Isolotto, tra Piazza Giorgio Gaber e la Nuova Piazza dell’Isolotto. Ad anticipare l’inizio della manifestazione sarà una serata speciale nel cuore della città: lunedì 13 luglio, alle 21.15, sull’Arengario di Piazza della Signoria, Andrea Scanzi dialogherà con Giorgio Panariello, in un incontro che inaugura idealmente il percorso del Festival 2026.
Quattro serate, tre incontri ciascuna, tutte a ingresso libero e senza prenotazione. La prima giornata, lunedì 20 luglio in Piazza Giorgio Gaber, si apre alle 20 con il saluto delle autorità locali; seguono il dialogo tra Scanzi e Marino Bartoletti, il confronto con Fiorella Mannoia — che riceverà il Premio La Gaberiana 2026 — e infine l’incontro con Simona Molinari. La seconda serata, martedì 21, si sposta nella Nuova Piazza dell’Isolotto con Moni Ovadia, Alessandro Benvenuti e Brunori Sas. La terza giornata, mercoledì 22, apre con lo spettacolo-concerto inedito I cani sciolti di Setak e Massimo Germini, per proseguire con Tosca e con Giorgio Montanini. L’ultima serata, giovedì 23, chiude il festival con Walter Veltroni, con Pif e con un «super ospite a sorpresa» che riceverà il secondo Premio La Gaberiana 2026, il cui nome sarà svelato solo una settimana prima dell’inizio della programmazione — lo scorso anno il riconoscimento era andato al procuratore Nicola Gratteri e al cantautore Samuele Bersani.
Ad accompagnare tutte e quattro le serate saranno gli intermezzi musicali di Letizia Fuochi e di ‘Frank’ Cusumano, mentre tutti gli incontri saranno coordinati dallo stesso Scanzi. Il Festival gode del patrocinio della Fondazione Giorgio Gaber; in caso di maltempo, gli appuntamenti si terranno regolarmente al Teatro La Fiaba, in via delle Mimose 12.
«Giorgio Gaber è stato uno dei più grandi artisti italiani del Novecento», scrive Andrea Scanzi presentando La Gaberiana. «Unico, irripetibile, libero e non etichettabile». E aggiunge una definizione che forse restituisce meglio di molte analisi il senso della sua opera: Gaber «ti faceva ridere, ti faceva arrabbiare, ti faceva pensare». È proprio questa la sua eredità più importante. Gaber non cercava consenso. Cercava il confronto. Non offriva soluzioni facili, ma metteva lo spettatore davanti alle proprie responsabilità. Il suo teatro-canzone, costruito insieme a Sandro Luporini, nasceva dalla convinzione che lo spettacolo potesse essere contemporaneamente intrattenimento e strumento di conoscenza, leggerezza e profondità, ironia e pensiero.
Iniziative come La Gaberiana hanno un valore culturale che va oltre il tributo a un grande artista. Servono a ricostruire un rapporto tra memoria e futuro. Perché ricordare Gaber non significa soltanto tornare a un repertorio straordinario, ma recuperare un metodo: quello di guardare la realtà senza accontentarsi delle risposte più semplici.
Il festival nasce proprio con questo spirito. Negli anni ha portato sul palco artisti, musicisti, intellettuali e protagonisti della cultura italiana accomunati non soltanto dall’ammirazione per Gaber, ma dalla volontà di confrontarsi con il suo universo. La scelta degli ospiti segue una regola dichiarata dallo stesso Scanzi: essere bravi ed essere gaberiani. La forza di Giorgio Gaber è stata quella di non appartenere mai completamente a una categoria. Era un artista popolare ma profondissimo, capace di arrivare a pubblici diversi senza rinunciare alla complessità. Ha attraversato la televisione, la musica, il teatro, la cultura politica italiana, scegliendo poi di abbandonare progressivamente gli spazi della grande esposizione mediatica per dedicarsi al palcoscenico, luogo nel quale il rapporto con il pubblico diventava più diretto e autentico.
Il suo percorso rappresenta anche una lezione sul ruolo della cultura. Una cultura che non deve soltanto raccontare il mondo, ma aiutarci a leggerlo. Che non deve necessariamente rassicurare, ma anche mettere in crisi. Che non deve limitarsi a conservare il passato, ma renderlo utile per comprendere il presente.
Per questo La Gaberiana è qualcosa di più di un festival dedicato a un artista scomparso. È un luogo del pensiero, per usare un’espressione cara allo stesso universo gaberiano. Uno spazio dove la musica incontra la parola, dove il ricordo diventa discussione e dove una generazione può incontrarne un’altra attraverso domande ancora vive. Il motivo per cui abbiamo ancora bisogno di Giorgio Gaber è semplice: perché aveva capito che la libertà non è mai una condizione acquisita una volta per tutte. È un esercizio quotidiano, una responsabilità, una ricerca.
E forse oggi, in un tempo in cui tutto sembra chiedere appartenenza immediata e giudizi definitivi, abbiamo ancora bisogno di qualcuno che sappia ricordarci che pensare è un atto profondamente rivoluzionario.
Anche per questo il Signor G continua a mancarci.
E continua a parlarci.