“I giovani vogliono lavorare per vivere, non vivere per lavorare”
Le imprese devono iniziare a comprendere il fenomeno: «I giovani vogliono lavorare per vivere, non vivere per lavorare», questa la sintesi di Footprints. Young People: Expectations, Ideals, Beliefs, ricerca che ha coinvolto oltre novemila giovani tra i 18 e i 29 anni in nove Paesi di quattro continenti – Argentina, Brasile, Filippine, Italia, Kenya, Messico, Regno Unito, Spagna e Stati Uniti – mettendo in relazione lavoro, partecipazione civica, spiritualità e qualità della vita.
Il progetto, avviato nel 2022 dalla Pontificia Università della Santa Croce in collaborazione con l’istituto di sondaggi Gad3, si fonda sull’ascolto continuo dei giovani per comprenderne valori, aspettative e speranze. Si tratta di un’indagine pluriennale e multifase che coinvolge istituzioni accademiche partner su quattro continenti.
Ne emerge il ritratto di giovani attraversati da fragilità e incertezze, ancora alla ricerca di un equilibrio tra stabilità materiale, qualità della vita e bisogno di senso.
Quasi un giovane su due dice che rinuncerebbe anche a un lavoro stabile e ben retribuito di fronte a un ambiente percepito come tossico. Tra le donne la percentuale supera il 50%. Il salario resta importante – quasi un terzo degli intervistati lo considera ancora la priorità principale – ma non basta più a trattenere il talento. Accanto alla componente economica emerge quello che i ricercatori definiscono «stipendio emotivo»: qualità dell’ambiente lavorativo, benessere psicologico, relazioni, possibilità di tenere insieme vita privata e professione senza esserne consumati.
Alla domanda sul significato del lavoro, il 15% dei giovani indica al primo posto la «passione», seguita dalla «carriera professionale» (14%), dalla «necessità» e dalla «responsabilità» (entrambe al 13%). Significativo è il legame tra vocazione e benessere: il 55% di chi dichiara di avere una vocazione professionale si dichiara felice, contro il 27% di chi non la percepisce.
Su questa trasformazione pesa anche la precarietà. Oltre la metà degli intervistati indica nella mancanza di opportunità il principale ostacolo all’ingresso nel mercato occupazionale, con percentuali ancora più alte in Argentina e Kenya. Eppure la formazione continua a essere percepita come decisiva: l’87% considera l’università uno strumento importante soprattutto per accedere a lavori migliori. Ma le competenze ritenute davvero decisive non sono soltanto quelle tecniche: contano soprattutto lavoro di squadra, capacità comunicative, relazioni umane.
C’è poi la fatica di dover restare continuamente performanti anche quando le energie sembrano finite. Il 90% considera il riposo essenziale per una vita equilibrata, ma oltre il 60% racconta di sentirsi spinto a restare produttivo anche quando è stanco. Il 71% ha esperienza di lavoro o studio da remoto: la flessibilità viene percepita come un vantaggio, ma il 40% denuncia isolamento sociale e un peggioramento della comunicazione nei gruppi di lavoro.
Il quadro italiano presenta una specificità: i giovani italiani associano il lavoro alla «passione» più di qualsiasi altro Paese del campione (22%), mentre la «carriera professionale» scende al 9%. Eppure solo il 32% ritiene che le opportunità di lavoro saranno migliori in futuro, contro una media globale del 60% e percentuali superiori al 70% in Kenya, Filippine e Brasile.
La ricerca tocca anche la dimensione del senso più profondo. Per don José María Díaz-Dorronsoro, coordinatore del progetto, molti giovani credenti cercano nel lavoro «non solo un reddito, ma un significato», vedendolo come «uno spazio in cui esercitare responsabilità, costruire relazioni, partecipare alla vita della società». Tra i credenti, oltre il 60% afferma che il proprio lavoro possiede anche un significato spirituale, mentre il 54% lo considera uno spazio di espressione o di ricerca spirituale.
I risultati indicano, nelle parole della nota di presentazione del rapporto, «una trasformazione profonda delle aspettative delle nuove generazioni, che chiedono al mondo del lavoro e alle istituzioni non solo opportunità, ma anche riconoscimento, ascolto e significato». È questa la sfida che le imprese non possono più rimandare.