#Controcanto. Alessandro Bergonzoni, il mago delle parole
“Non sempre chi si ferma è perduto: alle volte è semplicemente arrivato”. Prendere una parola, un modo di dire, un luogo comune, e agitarlo, scomporlo e rovesciarlo fino a scoprire cosa nasconde. “Il tempo vola e noi no. Strano sarebbe se noi volassimo e il tempo no. Il cielo sarebbe pieno di uomini con l’orologio fermo.” Alessandro Bergonzoni non è un comico che gioca con le parole, semplicemente le usa per raccontare il senso del mondo e, facendolo, ha costruito, in oltre quarant’anni di palcoscenico, un metodo prima ancora che uno stile. “Io sono per la chirurgia etica, bisogna rifarsi il senno”, ha scritto. E ancora, parlando di sé: “Tra i credenti e i non credenti, io scelgo gli incredibili”.
“A mio modesto parere, che peraltro condivido.”
Per il suo teatro rifiuta da sempre l’etichetta più facile, quella di “spettacolo sulla parola”. Perché la parola, dice, “è il mattone per costruire la casa. Uno non direbbe mai, ma che bei mattoni!”. Quello che gli interessa non è il materiale, ma l’edificio, non l’effetto sonoro del calembour, ma la stanza di senso che apre e costruisce. Si definisce “altrista”, non artista, perché il suo lavoro è sempre “legato al tema dell’altrui, dell’altrove”. Il teatro, per lui, è “il te-altro, perché è altro da te”, una parola che porta dentro anche una “r’esistenza”, con l’apostrofo, capace di prescindere da ogni logica sociologica o da ogni like. Non stupisce che si tenga volentieri fuori dai social e lontano dalla televisione: “La televisione non si sceglie, si subisce. Il cinema si sceglie, la radio si sceglie. La televisione è una grossa fatica. Io credo che la televisione vada guardata ma non accesa”. Per questo “non ho e non voglio un lavoro in tv”, dice, “la mia ultima apparizione è con Enzo Biagi”. Ha scelto la radio, i teatri, le pagine dei giornali.
Sul presente, la diagnosi è impietosa quanto una delle sue migliori invenzioni lessicali. Parla di un “genio-cidio”, l’uccisione sistematica della parte più poetica della mente umana. “Una volta uccisa quella”, avverte, “nulla ci fa più paura, neanche 70mila morti. Siamo diventati dei digeritori di qualsiasi cosa”. Bergonzoni è così, un militante dell’urgenza etica mascherata da giochi di parole, esempi di linguaggio che diventano materia viva. “Propongo un’asta dei pensieri, al miglior (s)offerente”. E aggiunge una frase che vale come dichiarazione di poetica: “Ciò che scrivo, che penso non mira a intrattenere il pubblico, il teatro necessita di un’onda di vibrazione. Più del successo, mi interessa far succedere”. E mentre lo ascolti, succede sempre qualcosa. Tra i suoi riferimenti letterari cita il Finnegans Wake di James Joyce, “un libro infinito, che mi ha fatto conoscere cose che non conoscevo e non vedevo”, insieme ai versi di Dylan Thomas e a due poeti degli anni Ottanta che considera decisivi per la sua formazione, Edoardo Sanguineti e Roberto Roversi, a cui portò il suo primissimo testo poetico. Sul tema della pace, che attraversa buona parte del nuovo spettacolo, ha rivendicato l’idea di un “mondo amato, non armato” e ha chiuso quella conversazione con il pubblico con una frase che riassume l’intera sua ragion d’essere sul palco: “la realtà dobbiamo alimentarla con l’utopia, sennò non ci sarebbe stato Leonardo Da Vinci”.
Capolavorare
C’è una parola, coniata anni fa e ancora oggi centrale nel suo lessico, che vale la pena isolare: “capolavorare”. “Capolavorare significa impegnarsi a lavorare ad arte”, ha spiegato in un’intervista. “Se per il ponte Morandi avessero capolavorato, Genova non avrebbe vissuto quella tragedia”. Non è un gioco di parole fine a sé stesso, ma un criterio etico applicato a qualunque mestiere, tecnico o artistico che sia. “Noi siamo opere operanti e operabili”, ha aggiunto, “e prima vengono l’arte e la poetica, poi arriva l’etica che nasce da un concetto artistico”. Ha raccontato di aver avvicinato, in un’installazione, l’immagine del corpo di Stefano Cucchi sul tavolo dell’obitorio a un quadro di Giotto o Cimabue, “per fare vedere che cosa non capiamo dell’opera d’arte essere umano”, e ha coniato, per l’occasione, un’altra parola-chiave del suo vocabolario: “congiungivite”, il contrario della congiuntivite, perché non appanna la vista ma è “la capacità di vedere davvero”.
Alessandro Bergonzoni non è un caso isolato. Appartiene a una linea di scrittori e artisti che hanno usato la deformazione del linguaggio non come virtuosismo ma come strumento conoscitivo. In Italia questa linea passa da Achille Campanile, il primo grande smontatore di frasi fatte e luoghi comuni del teatro e della narrativa novecentesca, ed Ennio Flaiano, entrambi ricordati dagli studiosi del “gioco di parole” come i maestri italiani dell’invenzione linguistica accanto a nomi internazionali come Groucho Marx. Su un versante più pedagogico e civile si colloca Gianni Rodari, che nella Grammatica della fantasia teorizzò la deformazione delle parole attraverso l’aggiunta di un prefisso, un lapsus trasformato in racconto, come esercizio di libertà dell’immaginario prima ancora che comica. Più vicino nel tempo, Stefano Benni ha fatto dei neologismi e delle parodie di stile la propria firma satirica sulla società italiana.
Nel mondo, la stessa vena scorre da Lewis Carroll, il cui nonsense è un gioco linguistico rigorosissimo che sovverte i principi di identità e di logica del senso comune, fino a James Joyce, di cui lo stesso Bergonzoni si dichiara debitore, e ai francesi dell’OuLiPo (da Raymond Queneau a Georges Perec, fino a Italo Calvino), che hanno fatto della “letteratura potenziale” (regole formali capaci di generare significati imprevisti) un intero programma di ricerca. Ciò che distingue Bergonzoni da molti di questi riferimenti è l’innesto esplicito tra gioco linguistico e impegno civile. Dove il nonsense di Carroll resta, per sua stessa natura, autoreferenziale, e l’OuLiPo lavora soprattutto sulla forma, Bergonzoni piega sistematicamente ogni deformazione verbale verso un bersaglio civile preciso: le carceri, la guerra, l’indifferenza, il potere. È un umorismo che non si esaurisce nel gioco verbale ma rovescia il mondo per mostrarne il suo contrario. E spesso è un contrario che coincide con la verità.
“Arrivano i Dunque”
È in questa cornice che si colloca il suo ultimo spettacolo, Arrivano i Dunque (Avannotti, sole Blu e la storia della giovane Saracinesca), prodotto dal Teatro Carcano. In scena, un solo elemento, un tavolo, attorno al quale Bergonzoni corre per quasi due ore, come se il tempo per pensare fosse ormai scaduto: “i tempi sono colmi, i Dunque stanno arrivando”. Quel tavolo è insieme una scrivania, una cassa con coperchio che ricorda un’arca, una “scatola cranica” e, come ha scritto un critico, “un letto di Procuste per stiracchiare la nostra coscienza sgualcita”. Sotto quel piano Bergonzoni ha nascosto una pila di libri, che tira fuori uno dopo l’altro nel corso dello spettacolo. Non per leggerli, ma per attribuire ai loro autori frasi che non hanno mai scritto. Al centro della messinscena c’è quella che lui chiama “Crealtà”, non la realtà che ci è data, ma quella che dobbiamo reinventare giorno per giorno perché quella che abbiamo “non ci basta più”.
Il camice bianco che indossa in scena non è quello di un medico ma di un “guaritore della mente”, capace di restituire una visione di “corpo-mente-spirito, non corpo che mente allo spirito”. Tra i libri che apre e sfoglia sul tavolo, un’antologia di citazioni apocrife attribuite a Dante, Steinbeck, Hemingway (“rigorosamente inventate, eppure plausibili”), rivendicando di praticare non lo “scrivere dei libri”, ma lo “scrivere nei libri”: un’inversione minima che ribalta il rapporto tradizionale tra autore e testo, come se l’opera non fosse un contenitore da riempire ma un luogo dentro cui intervenire, correggere, contraddire chi ha scritto prima di lui. Sulla stessa falsariga rilegge il verbo “capitolare”, che nel suo vocabolario non indica più una resa ma un “entrare nei capitoli”, un varcare fisicamente la soglia del libro, farsi personaggio del proprio stesso discorso. Ovviamente non mancano affondi satirici che non risparmiano nessuno: il Parlamento diventa un “asilo politico”, il codice della strada un pretesto per proporre di andare “a 30 allora” invece che “a 30 all’ora”. Non manca l’accostamento più spiazzante, quello tra Cristoforo Colombo e Julian Assange, entrambi accusati di aver “scoperto l’America”.
Ma sotto la cascata di parole si svela la sua vera cifra stilistica, il motivo che lo spinge tutte le sere a salire sul palco: i suicidi in carcere, contati e denunciati uno per uno dal palco; i bambini in guerra; la domanda spiazzante su “perché dovremmo morire un giorno”, quando forse potremmo decidere di continuare a vivere anche oltre. Lo spettacolo invita il pubblico a “sbellicarci”, con un rimando scoperto al latino bellum, la guerra, rovesciato in un gesto di riso pacifista, e a “non coprire la distanza, ma scoprire la vicinanza; non infrangere le regole, ma rifrangere nuove regole”.
È forse questo, in fondo, il vero bersaglio polemico di tutto il teatro di Bergonzoni: “Preferiamo apparire anziché esserci. Preferiamo la comunicazione alla conoscenza”, ha detto una volta. Contro l’apparire, la sua parola scomposta e ricomposta; contro la comunicazione vuota, la conoscenza che si guadagna solo ridendo. E, ridendo, pensando.