Impara la (street) arte e mettila da parte
Forse però dovremmo porci la domanda da un altro punto di vista. Se un opera, anche se un’opera di arte urbana, è diventata patrimonio della comunità ridefinendo il panorama urbano in cui è inserita, per un qualche motivo rischia di andare perduta perché il muro su cui è stata realizzata banalmente è destinato alla demolizione, non dovrebbe essere necessario “salvarla”, magari esponendola in una galleria d’arte? Un po’ come fecero gli egiziani alla fine degli anni ’60 dello scorso secolo (servendosi tra l’altro delle competenze dei cavatori di marmo di Carrara) quando traslocarono il tempio di Abu Simbel per non farlo inondare dal bacino della diga di Assuan?
In questi giorni si è parlato molto, sui giornali e sui social, del gesto del writer Blu (secondo il Guardian uno dei 10 street artist più significativi al mondo) che ha deciso di cancellare alcuni dei suoi murales bolognesi più famosi seppellendoli sotto strati di vernice, dando così la sua personale risposta alla questione, in opposizione alla mostra “Street Art – Banksy & Co. L’arte allo stato urbano” (Museo Pepoli, fino al 26 giugno), e ai suoi organizzatori colpevoli di aver staccato dai muri alcune opere nel tentativo di voler “museificare” un’arte nata in strada e per la strada. A sentire i curatori invece l’intento era tutt’altro. Con le 250 opere in esposizione, si è voluto solo “proteggere e conservare questa forma d’arte e portare le attuali politiche culturali a riconoscere l’esigenza di una ridefinizione degli strumenti d’intervento nello spazio urbano perché i graffiti – oggi più di ieri – influenzano il mondo della grafica, il gusto delle persone, l’Arte intera di questo secolo”.
La questione rimane quindi aperta, in maniera un po’ banale e didascalica si potrebbe dire “ai posteri l’ardua sentenza”.
Nel frattempo per coloro che volessero cogliere l’occasione, Bansky & Co. permette di ammirare, raccolti in un unico luogo, i Rats di Bansky, opere dello stesso Blu, i personaggi dalla pelle gialla dei gemelli brasiliano Os Gemeos, i protagonisti dei vecchi videogiochi arcade di Space Invaders, ma anche lavori di Black le Rat, Dran, Ron English, Shepard Fairey aka Obey, Swoon e Daim, per non dimenticare le opere di Keith Haring John Fekner e Don Leitch. Comunque la si pensi, questa mostra è un evento irripetibile.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_gallery type=”nivo” interval=”3″ images=”1903,1902,1901,1900,1899,1898,1897,1896″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row]
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