Le mascherine e le maschere

mascherine

Torneremo alla vita di prima? Spero proprio di no. Le cose da cambiare sono molte di più di quelle da tenere. E tutte importanti. Le più importanti, anzi. Ma il punto è che non abbiamo alcuna voglia di cambiarle. E, dunque, temo che non torneremo “come” ma “peggio” di prima.

Saremo più poveri, più stanchi e ancora più arrabbiati. Molto più arrabbiati.
Perché non vediamo l’ora di riprenderci quello che ci hanno tolto. Il tempo, certo. Amici, shottini, selfie e sprizzini. Ma, soprattutto, quella condizione che noi chiamiamo “benessere” ma il resto del mondo, guardandoci e invidiandoci, chiama “ricchezza”. Una ricchezza che, mentendo, spergiuriamo di non possedere e che, invece, possediamo eccome, come dimostra il fatto che temiamo così tanto di perderla: nessuno teme di perdere qualcosa che non ha.

Il futuro ci fa paura. Più del presente. Perché la paura di perdere è più forte della gioia di vincere. “Ci stanca avere tutte queste cose che ci mancano se non le abbiamo più”, cantava Lucio Dalla. Aveva ragione.
E questa paura, unita alla voglia di riprenderci il maltolto, il più velocemente possibile, ci renderanno ancora più avidi. E più spietati. Sempre più convinti del fatto che “mors tua” è davvero “vita mea”.
Ci illudiamo se pensiamo che questa emergenza stia tirando fuori il meglio di noi. Non lo fa. Né lo farà. Ha, semplicemente, messo in “stand by” il peggio. Che è sempre lì, in agguato, come un centometrista ai blocchi di partenza pronto a scattare, appena sentirà la pistola dello “starter”. Ma non è un centometrista: è un animale in gabbia. Una belva che medita vendetta.
Occhi iniettati di sangue e bava alla bocca, non vede l’ora che il cancello si apra, per schizzare fuori e riprendere la caccia.
Questa è la realtà. Realtà che nascondiamo dietro la vacua e stucchevole retorica dell’inno nazionale, dei tricolori appesi alle finestre (sono decenni che predichiamo un nuovo Risorgimento che non parte mai), de “L’italiano” di Toto Cutugno, cantato a squarciagola dai balconi (una delle canzoni più brutte mai scritte, con quell’oscena litania di luoghi comuni sull’italianità più deteriore), degli applausi, ipocriti, a medici e infermieri (gli stessi medici e infermieri che, fino al giorno prima dell’emergenza Coronavirus, insultavamo e aggredivamo a calci e pugni nei pronto soccorso dei nostri ospedali: allora “stronzi”, oggi “eroi”, domani di nuovo “stronzi”). Una volta sull’altare, mille volte nella polvere.

Una retorica indecente, che diventa ogni giorno più insopportabile. Perché è falsa. Come solo i più falsi di noi sanno essere. Sparito il virus, sparirà anche lei. Senza lasciare alcuna traccia. Prima o poi, ci toglieremo la mascherina, è vero. La maschera, però, rimarrà al suo posto, a nascondere un volto più torvo che mai: ghigno rabbioso, parole d’odio assiepate sulla punta della lingua – pronte a far tremare le pareti delle “camere d’eco” che amiamo tanto – complottismo a go-go, e “vaffanculo” sempre in canna, per fare fuoco e “asfaltare” chiunque non la pensi esattamente come noi.
Non siamo “buoni”. Neanche un po’. Anche se ci piace pensarlo. E, ancora di più, farlo credere agli altri. Una “strategia dell’ipocrisia”, più efficace e persino più pericolosa della “strategia della tensione”. Perché ancora più subdola. E infinitamente più diffusa. Un’arte nella quale noi italiani non siamo secondi a nessuno. Più siamo “cattivi”, più ci mostriamo “buoni”. Per due ragioni su tutte. Prima: il gusto – irresistibile – di puntare il dito contro gli altri. “Si sa che la gente dà buoni consigli, sentendosi come Gesù nel tempio – cantava De Andrè – si sa che la gente dà buoni consigli, se non può più dare cattivo esempio”. Seconda, e ben più importante: l’idea di fregare meglio l’altro.

Non a caso, il primo comandamento che i genitori italiani danno ai loro figli è: “Fatti furbo!”. E, finché quell’espressione non verrà bandita dal nostro “lessico famigliare”, non diventeremo un paese civile. Mettiamoci l’anima in pace. Tradotta, infatti, significa: “Frega l’altro, prima che l’altro freghi te. E non farti scrupoli, tanto gli altri non se ne fanno di certo. Dunque, se tu non freghi loro, loro fregheranno te”. “Chi colpisce per primo, colpisce due volte”. Colpite, dunque.
E, così, di padre in figlio, ci tramandiamo l’idea che “buono” significhi “fesso”. E, dato che nessuno vuole passare per “fesso” – “Ccà nisciuno è fesso”, recita una saggezza antica – nessuno ci tiene a essere “buono”. Sfido chiunque a trovare un solo personaggio di un qualunque film italiano che pronunci la classica battuta dei protagonisti dei film americani: “Sono un contribuente: ho il diritto di sapere!”. Nessun italiano si sognerebbe mai di dire una cosa del genere. E non tanto perché non è poi così facile trovare dei veri contribuenti (11 milioni su 44 – il 25% – evadono) quanto per il fatto che nessuno – evasore o no – ci tiene a passare per fesso. “Sempre sia lodato quel fesso che ha pagato”, recita la vox populi italica.
Alla fine del suo primo anno di lavoro in Inghilterra, mia figlia ha ricevuto dal “fisco inglese” una breve lettera. Un foglio: due facciate. Sulla prima, c’era scritto quanto aveva guadagnato quell’anno, e quanto doveva di tasse: 802 sterline. Sulla seconda, c’era scritto, voce per voce – con tanto di grafico a torta, valori assoluti e percentuali – per cosa il governo di Sua Maestà aveva speso quelle 802 sterline. Io lavoro in questo paese da 40 anni, ormai, e non ho mai ricevuto una lettera del genere. E voi?

Per la maggior parte dei figli di questo paese, “buono” significa, dunque, “coglione”: uno che “non ha le palle”, che non si fa rispettare, che è incapace di imporre l’unica legge che conti davvero: “io sono io e voi non siete un cazzo!”. Ce lo insegnano, ogni giorno, serie tv come “Gomorra”, “Romanzo criminale” o “Suburra” o i loro contraltare nel mondo dell’alta finanza, da “Billions” a “Diavoli”. Dai bassifondi agli “altifondi”, c’è un solo monoteismo che trionfa nel terzo millennio: quello del Dio-Denaro. Lui sì che è davvero onnipotente. In pochi decenni, ha spazzato via tutti gli altri Dèi e, in cambio di sacrifici umani mai visti prima (1 abitante della Terra su 2 vive con 5,5 dollari al giorno), ha reso immortali poche decine di iper-ricchi, (ne bastano 26 per mettere insieme tanta ricchezza quanta quella di quasi 4 miliardi di persone) i quali, con le loro briciole, fanno sorridere la nuova casta di Gran Sacerdoti (le classi dirigenti), perché tengano al guinzaglio la gente comune, concedendole solo le briciole delle briciole e impedendole, con ogni mezzo, di “disturbare il conducente”.
L’io, dunque, è tutto; il noi, niente. Peggio: una minaccia per l’io, che – ha ragione Scalfari – “è una gran brutta bestia […], ti morde il cuore, ti becca il cervello”. Per l’io, la società è un ingombro, un ostacolo, un limite, un peso, un danno: un nemico. Ecco perché la democrazia è così fragile. E i suoi avversari sono così tanti e così agguerriti. Costa troppo. E, soprattutto, è troppo rischiosa. Un rischio che il Potere non può certo permettersi.

Essere cattivi, dunque, è bene; essere buoni, invece, male. Il rovesciamento dei valori si è compiuto. Solecismo astuto e devastante. Complimenti. Per completare la “damnatio nominis” del bene, è bastato inondare la dialettica quotidiana con il dispregiativo “buonista”. Al quale, per accrescerne la capacità di penetrazione, si affianca un efficacissimo “complemento di materia”: “di merda!”. Bene e male si sono scambiati di posto. E l’immoralità è diventata morale comune. “Così fan tutti”. Da qui una corruzione devastante, che non risparmia niente e nessuno e, come un cancro, uccide ogni cellula del corpo sociale. Molto più che ai tempi di Tangentopoli. Allora, in pochi si spartivano maxi-tangenti miliardarie. Oggi, decine di migliaia di persone, nuotano in un oceano di tangenti, piccole, medie, grandi, grandissime. Tutti fanno la cresta su tutto. Dagli appalti multimiliardari alle mascherine chirurgiche. Nella classifica di Transparency International relativa ai livelli di corruzione di 180 paesi del mondo, l’Italia è al 51esimo posto! Tanto per rendere l’idea, ecco dove si collocano alcuni paesi con i quali abbiamo quotidianamente a che fare: Danimarca 1, Finlandia 3, Svezia 4; Norvegia 7, Olanda 8, Germania e Lussemburgo 9; Australia, Austria, Canada e Regno Unito 12; Belgio 17, Irlanda 18; Francia e Stati Uniti 23; Portogallo e Spagna 30. Peggio di noi, in Europa, solo la Grecia: 60.
Capite perché sono pochi quelli che si fidano di noi? Diciamoci la verità: al loro posto, ci fideremmo di un Paese come il nostro?
Ieri i corrotti erano l’eccezione. Oggi sono la norma. L’eccezione sono i pochissimi che non si lasciano corrompere. “Fessi” che “non stanno al gioco”
e vengono, prontamente, emarginati dal “sistema”. Non solo sono d’intralcio, ma danno anche il “cattivo esempio”! E, dato che il “sistema” coincide, praticamente, con la società, finiscono col restare fuori anche dalla società.
Usciremo da questa quarantena più cattivi di prima. Lo dice la scienza? No: la logica. Se non eravamo “buoni” prima, quando le cose non andavano poi così male (siamo, comunque, la nona economia del pianeta) e, comunque, non male come adesso, come possiamo illuderci di diventare “buoni” domani, quando le cose andranno molto peggio di oggi?

Negli Stati Uniti, nell’ultimo mese, si sono persi 22 milioni di posti di lavoro.
Ventidue milioni! Una catastrofe di proporzioni apocalittiche, che suscita almeno tre domande: ma che razza di posti erano, se sono spariti da un giorno all’altro? Possiamo considerare la prima economia del mondo, un’economia nella quale 22 milioni di posti di lavoro possono sparire da un giorno all’altro? Cosa succederà da noi, che non siamo la prima economia del mondo?
“Se qualcosa può andar male, lo farà”, recita la prima legge di Murphy. E così sarà, dunque, dato che mancano troppe cose. E tutte fondamentali. Di cosa parlo? Coscienza, intelligenza, conoscenza, onestà, dignità, integrità, rispetto, solidarietà, lungimiranza. E dove credete che abitino tutte queste cose? Nella classe politica? (Parlo sia degli “eletti” che dei loro mandanti: gli “elettori”). Nella classe dirigente? Nella pubblica amministrazione? Nella grande impresa? Nella piccola e media impresa? Nel commercio? Nel turismo? Nei “beni e servizi”? Nelle partite iva? Nei co-co-co, co-co-pro & Co? Nei call-center? Negli eserciti di lavoratori in nero? Tra colf e badanti? Negli stagionali schiavi dei caporali? Centinaia di migliaia di lavoratori in nero, tanto preziosi, quanto invisibili e bestemmiati. Quegli stessi lavoratori che, davanti alle telecamere, urliamo che devono essere rispediti “a casa loro”, perché ci “rubano il lavoro”, e, subito dopo, a telecamere spente, imploriamo di restare (in nero e sottopagati, naturalmente), per prendersi cura delle nostre case, dei nostri malati, dei nostri vecchi e della nostra terra, perché noi siamo troppo impegnati a goderci la vita e non vogliamo rotture di coglioni? No, signori: coscienza, intelligenza, conoscenza, onestà, dignità, integrità, rispetto, solidarietà, lungimiranza o abitano dentro di noi, o non abitano da nessuna parte. E, dato che basta guardarsi intorno per rendersi conto del fatto che non abitano più dentro di noi da un pezzo, significa una cosa sola: non abitano da nessuna parte.
I valori fondamentali sono “homeless”. Li abbiamo sfrattati decenni fa. Sbattendo loro la porta in faccia e urlando che non si facessero più vedere, perché non c’è posto per loro in una società – la nostra – nella quale, se non sei cacciatore, sei preda e nessuno vuole essere preda. (Quanto può durare – viene da chiedersi – un mondo di soli cacciatori? Non finiranno, prima o poi, per darsi la caccia, diventando gli uni le prede degli altri? Tant’è).

Più di tutti questi valori, però, manca il detonatore in grado di attivarli: il senso di responsabilità, “figlio primogenito” della coscienza. La parola che ci fa più orrore in assoluto. La temiamo mille volte più del coronavirus. Se non altro per il fatto che, se siamo fortunati, il coronavirus non ci tocca. La responsabilità, invece, ci tocca ogni giorno, in ogni ambito della nostra vita. E noi cerchiamo, in tutti i modi, di scansarla, per evitare che ci costringa a fare quello che sappiamo benissimo di dover fare ma che non abbiamo alcuna intenzione di fare. E, allora, le tiriamo il martello, come Pinocchio al Grillo Parlante. La responsabilità, però, è una Fenice, non un grillo: risorge dalle sue ceneri, e non smette mai di torturarci, con il suo frinire stridulo, incessante, insopportabile, insostenibile. E, allora, non ci resta che scaricarla. Sport nel quale i figli di Mameli, gli stessi che cantano dai balconi “siam pronti alla morte” (senza avere la minima idea di cosa stanno dicendo), sono Campioni del mondo, da molto prima che quell’inno venisse scritto e che un’“espressione geografica” si inventasse nazione. Non dimentichiamo come ci descriveva Machiavelli, uno che ci conosceva bene: «ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori de’ pericoli, cupidi di guadagno». L’assunzione di responsabilità è un pericolo grave e, dunque, noi la fuggiamo. La responsabilità non è nostra. Non lo è mai stata. E mai lo sarà. È sempre di qualcun altro. Dai genitori ai fratelli, dai compagni di scuola agli amici ai professori che ce l’hanno con noi; dai colleghi, al capufficio al datore di lavoro; dalla moglie/marito alla suocera/o. E, naturalmente, dal vigile urbano al sindaco, dal presidente della provincia a quello della regione, al capo del governo, all’Europa, all’America, alla Russia, alla Cina, sempre più su fino ai “poteri forti”: la finanza internazionale, il Gruppo Bilderberg, i Savi di Sion, il complotto demo-pluto-giudaico-massonico che – lo sanno anche i sassi – decidono le sorti del mondo.

Andrà tutto bene? Niente affatto. Sconfiggeremo il coronavirus? Certo. Prima o poi, troveranno un vaccino e l’emergenza cesserà. Quella sanitaria, però. Non quella morale. Per quella il vaccino esiste da quando esiste l’uomo. È un prodotto naturale, e non di laboratorio. Non avvelena nessuno e non arricchisce le case farmaceutiche. Si chiama coscienza. Ed è stata distribuita a tutti. Gratis! Non bisogna nemmeno iniettarsela: basta ascoltarla.

«Ora dobbiamo percorrere una lunga e difficile strada. Dobbiamo appunto ricostruire. Cominciamo di qui. Rimettiamoci tutti a fare con semplicità il nostro dovere. Chi ha da studiare, studi. Chi ha da insegnare, insegni. Chi ha da lavorare, lavori. Chi ha da combattere, combatta. Chi ha da fare politica attiva, la faccia, con la stessa semplicità di cuore con la quale si fa ogni lavoro quotidiano. Madri e padri attendano a educare i loro figlioli. E nessuno pretenda di fare meglio di questo, perché questo è veramente amare la Patria e l’umanità».

Sono parole di Aldo Moro. Le scrisse nel 1944. Forse abbiamo letto male: Moro dice che non dobbiamo pretendere di fare di più, non che possiamo tranquillamente fare di meno. Dice che non c’è bisogno di fare di più, perché, “il nostro dovere” è tutto. Ma, se il nostro dovere è tutto, fermarsi un metro prima, vale a dire venire meno al proprio dovere, è niente. Chiaro. Semplice. Inequivocabile. È questo il bivio di fronte al quale ci troviamo. Ogni giorno. Prima, durante e dopo il Coronavirus. La domanda è: tolta la mascherina, toglieremo anche la maschera?
Ora, aiutatemi a ricordare: che fine ha fatto Aldo Moro?