te lo ricordi Luis?

te lo ricordi Luis?

Te lo ricordi Luis? Quel giorno pioveva. Avevamo appuntamento in libreria. Ma c’era troppa gente a sentirti e così abbiamo fatto tardi. Dovevamo parlare di letteratura e impegno, per questo c’era bisogno di una birra e di un po’ di silenzio. Ma pioveva forte. Avevo un ombrello lasciato a gocciolare all’ingresso della libreria ma era sparito. Qualcuno se l’era preso. Tu allora hai detto che prendere un altro ombrello qualsiasi per andare al bar a bere una birra e parlare di letteratura era uno dei motivi per cui un ombrello meritava di vivere. E così ne abbiamo preso uno. A caso. Era nero come il cielo di questa giornata piena di sole che mi ha detto che non ci se più.        (Paolo Marcesini)

Luis Sepulveda ci ha lasciato.
La sua penna oggi ha smesso di “respirare” storie uccisa da quel maledetto virus che ti toglie il respiro. E tutti noi da oggi siamo un po’ più soli. Per ricordarlo pubblichiamo l’incipit de “STORIA DI UNA GABBIANELLA E DEL GATTO CHE LE INSEGNO’ A VOLARE”.
“Banco di aringhe a sinistra!” annunciò il gabbiano di vedetta, e lo stormo del Faro della Sabbia Rossa accolse la notizia con strida di sollievo.
Da sei ore volavano senza interruzione, e anche se i gabbiani pilota li avevano guidati lungo correnti di aria calda che rendevano piacevole planare sopra l’oceano, sentivano il bisogno di rimettersi in forze, e cosa c’era di meglio per questo di una buona scorpacciata di aringhe?
Volavano sopra la foce del fiume Elba, nel mare del Nord. Dall’alto vedevano le navi in fila indiana, come pazienti e disciplinati animali acquatici, in attesa del loro turno per uscire in mare aperto e poi far rotta per tutti i porti della Terra.
A Kengah, una gabbiana dalle piume color argento, piaceva particolarmente osservare le bandiere delle navi, perchè sapeva che ognuno rappresentava un modo di parlare, di chiamare le stesse cose con parole diverse.