Imparare da Cosenza.

Cosenza

Forse per via delle proteste di piazza a Cosenza, fatto sta che una troupe del Tg3 va a intervistare il generale Cotticelli, commissario ad acta, nominato – con quella tipica prosopopea comunicativa – da Giulia Grillo, ministra della Sanità del governo Conte 1.

L’intervista del Tg2 sembra un “candid camera” del grande Nanni Loy, mentre il generale Cotticelli sembra un’imitazione del generale Buttiglione, pezzo pregiato di Alto Gradimento dell’immarcescibile Renzino Arbore. L’intervista oltre a scatenare un’uragano di risate, fa scoppiare la bufera sulla Sanità calabrese, bufera di cui il generale Cotticelli è la prima vittima sacrificale: è stato licenziato con tweet e già sostituito. Dunque, il paese scopre che in Calabria la Sanità pubblica è allo sbando. Ma non lo sono i calabresi.

Tra tutte le proteste che sono divampate in occasione dell’ultimo Dpcm, quella che si è fatta notare per lucidità politica è avvenuta a Cosenza.

C’era sicuramente rabbia e rivendicazione, ma non disperazione, come invece abbiamo visto a Napoli e a Torino. Propongo questo distinguo non per fare bassa sociologia, ma perché se da un lato ci sono state forme di esasperazione, comprensibili al netto delle infiltrazioni, tra l’altro ben identificate e identificabili, nel caso di Cosenza la novità, se così possiamo chiamarla, è stata la chiarezza degli obiettivi.

Il disastro della sanità pubblica è un disastro cronicizzato dal punto di vista organizzativo e storicizzato da quello politico, indotto da decenni di politiche liberiste, – interpretate di volta in volta dal centrosinistra e dal centrodestra -, coalizioni che si sono avvicendate al governo della Calabria, ma che hanno avuto in comune l’idea di spolpare la Sanità, vuoi per farne bancomat utile al risanamento dei buchi di bilancio, vuoi per appetiti illeciti, col risultato di ridurla a carcassa.
Il risanamento non c’è stato, e l’impatto dell’emergenza Covid non poteva non essere violento, vista la debolezza strutturale delle istituzioni sanitarie.

Per questo, l’istituzione della “zona rossa” è risultato essere di nuovo un modo per fare pagare due volte l’epidemia ai cittadini calabresi: una volta come soggetti depredati del diritto alla salute, una seconda come unico argine al contagio, argine costruito soltanto sulle limitazioni individuali, sulla perdita di fatturato e di salario di cui si dovrebbero far carico i cittadini, vittime designate della distruzione sistematica della Sanità pubblica calabrese.

Non c’è dubbio che questo approccio dovrebbe essere il modo più corretto e nitido di mettere la questione, perché il disastro non è solo calabrese, basti pensare alla Lombardia, che vanta il terrificante primato italiano di vittime, in una regione in cui almeno il trenta per cento delle risorse pubbliche sono state date ai privati.

Il licenziamento folkloristico del commissario straordinario in Calabria non risolve nulla. Neppure la richiesta delle dimissioni di uno sprovveduto assessore alla sanità o di un arrogante presidente di Regione, basterebbero a risolvere il vero problema.

La Sanità pubblica deve essere immediatamente ripristinata non solo in Calabria; il vero “ristoro” non è solo quello degli aiuti, ma del ripristino immediato del diritto alla Salute.

Ecco quello che ci ha insegnato la protesta di Cosenza: il vero ristoro è quello dei diritti, della democrazia. Che non sopporta più il liberismo.