Milano, Vinicio Capossela e il tram numero uno

Milano

Adesso vi racconto una storia di tram e canzoni a Milano che non so da dove viene e di una intervista a Vinicio Capossela che ho pubblicato ma che non ricordo di aver fatto perché potrei anche non averla fatta io.

Tutto chiaro?

La storia di tram forse l’ho presa proprio dal sito dei tram di Milano. Di sicuro le parole sono quelle di un video di Capossela che seduto al pianoforte nelle giornate del lockdown racconta il suo rapporto di meraviglia e stupore con il tram:

“Da molti anni mi sono impigliato in un incrocio nella prossimità del magnete della Stazione Centrale, questo grande edificio assiro-babilonese che in questi giorni tace. Tace, e i grandi mazzi di rotaie arrivano come rose recise alle sue banchine. E non la percorrono treni, è uno spettacolo insolito vedere tutte quelle alzaie, tutto quel mondo in cui si impigliano gli indecisi, quelli che rimangono alle banchine delle partenze senza mai partire. La stazione centrale sta lì erta, come una specie di tempio delle partenze, reso sacro dal divieto. Così come sono resi sacri, quasi, i tram, che però continuano a circolare. Questi tram meravigliosi di questa città. Ci sono alcune linee, come la 1, la 33, la 5 e la 9, in cui ci sono ancora queste straordinarie carrozze, ancora costruite nel 1928. Vere proprie carrozze a rotaie, che circolano per le strade come dentro un salotto.

Sono molto aristocratici i tram, hanno questo questo monocolo, quasi sul muso. E poi hanno un clacson che è il più discreto di tutti, perché quando lo suonano è come suonare il campanello degli alberghi per il portiere notturno. Sono arredati magnificamente, con queste panchine di legno, con queste abat-jour per illuminarli.

Ora i tram percorrono le strade vuote e deserte, e sono vuoti anche loro. Però compiono queste corse inutili, nel senso che sono fuori dal mondo dell’utile. Ma secondo me sono comunque utili: per ricordare a tutti che la città è viva e per ricordare proprio la civiltà del mezzo di trasporto pubblico, del vivere associato, delle buone maniere.Il tram di quel modello è proprio un invito alla galanteria, alle buone maniere, a una certa aristocrazia, a certa nobiltà d’animo che si conquista con biglietto piuttosto economico. Uno può agevolmente salire a bordo, ricevuto da un predellino che, con una mossa estremamente elegante, si porge al piede del passeggero. Si apre anche la porta, a mantice, come una fisarmonica, e sotto si apre questo gradino. Quasi per depositare senza traumi, quasi con un gesto massimo di accoglienza e anche di ripartenze passeggere.

Questi tram, che continuano a passare anche vuoti, a me ricordano un modo di prenderla la vita. Un modo civile. Soprattutto il tram al suo passaggio dà significato agli accessori: al pavè che viene solcato dalle rotaie, a questo reticolato di fili elettrici che gli consentono il viaggio. Un viaggio meraviglioso, perché quando il tram è fermo è come l’auto elettrica — però già di 100 anni fa — e non emette più rumore e non inquina. E dunque questi tram vuoti che continuano a circolare, dov’è che vanno a dormire? Perché uno è così aristocratico deve avere un ricovero degno. In effetti sono posti e luoghi molto poetici i depositi dei tram in questa città.

C’è una mia canzone, in un disco pieno di questo genere di cose, “Canzoni a manovella”. Una strofa dice: “Dov’è che vanno a dormire i tram”, soprattutto quando sono così pieni di rose invendute. Perché spesso il tram a tarda sera lo trovo pieno di tanti venditori di rose che ritornano alle periferie, con questi mazzi di rose invendute. Molto romantico vedere questi tram pieni di rose. Ora sono ancora più straordinari, perché vederli passare così a vuoto ci ricordano la loro funzione nel nostro vivere associato. E, allora, ecco una canzone, dove c’è la pioggia e i tram, e anche le rose invendute e gli accessori, i gemelli, gli ombrelli… Tutto quello che fa elegante la vita. Un’eleganza così…stradale.”

E parte una meravigliosa versione al pianoforte di “Nella pioggia” dall’album Canzoni a manovella (2000). E veniamo adesso alla vecchia intervista che ho pubblicato su MEMO dieci anni fa ma che non ricordo di aver fatto.  Si parlava di Milano. E il racconto iniziava proprio dal tram numero uno: “Lo sento sempre, è il tram che ho a contatto di orecchio. A San Francisco esiste un tram identico a quello di Milano, è interessante che dall’altra parte del mondo passi un tram uguale. Una chiusura del cerchio. Comunque amo molto le assenze che ho riposto in questa città, il fatto di viverci senza appartenerci veramente, di vivere in un quartiere fatto di arrivi e di partenze. È un luogo dove non avendo molto mi posso immaginare tutto. Questa città contiene quell’anonimato e quella personalità che permette alle idee di farsi spazio nella testa. I luoghi troppo belli non lo permettono perché si è intrisi e catturati dalla bellezza. Il niente che occorre perché tutto sorga”.

Adoro Vinicio Capossela, nato ad Hannover un po’ per caso, cresciuto musicalmente nella pianura padana emiliana, residente da sempre a Milano. L’ho conosciuto quando uscì il suo primo disco, All’una e trentacinque circa, da allora l’ho sempre ascoltato, incontrato, seguito.

Le sue parole per Milano sono parole d’amore: “Per certe stelle cadute che brillano nei marciapiedi di piazza Buenos Aires dove un tempo c’era un’edicola notturna, ma soprattutto per le stelline di Natale con cui si addobba il corso di Stazione Centrale”.

Difficile da raccontare il fascino di questa città: “Ti condanna a una solitudine reiterata, ti allontana da tutti senza darti una meta in cambio. Ma favorisce il mio disegno, mi regala clandestinità interiore e autoemarginazione. Non capisci mai se è un rifugio o una prigione. Ci sono dei posti che finisci per essere quei posti, tipo Bologna. Milano no, Milano è un vuoto da riempire, un teatro dell’assenza. Quando un posto non è bello, ti ci costruisci la tua geografia emotiva”.

Poi si spiega meglio: “Milano è in tutto quello che ho scritto, è per me “La Città”, le strade, la pioggia sul selciato, i cani a passeggio, la ferrovia. Sia in “Canzoni a manovella” sia in “Ballo di San Vito” è la mia geografia, la mia Mosca, o meglio la mia Moscova pensando alla via omonima. Il luogo in cui ho scelto di vivere fra ricordi e spettri, in un quartiere di assenze. Penso che sia una città che ti allontana dalle cose che fuggi. Condizione perfetta per indagare sulle zone oscure di me».

Di sé stesso Capossela ha detto: “Mi è sempre piaciuto andare avanti per nicchie, di armadietto in armadietto, da circoscritto. Ho bisogno di rinchiudermi, di concentrarmi, di limitare lo spazio, sono come il gas, mi espando finché ho spazio”. Ama farsi ritrarre con una maschera del carnevale barbaricino sardo a coprirgli il volto: “Parla di come gli uomini tendono a rassicurarsi per non affrontare la realtà. Mi ricordo una pagina in cui Simenon parla di suo padre ubriaco: nei suoi occhi vedeva una luce di beatitudine e sofferenza. Forse questi bagliori di beatitudine, la mia musica è nata per evocarli”.