Carnet di ballo. Perché il bello dei libri è che fanno paura

libri

(tracce di una miserabile autobiografia ispirata da qualche libro letto e da un racconto non altrettanto miserabile di Roberto Bolaño)

Mia madre che si metteva il vestito bello quando andavamo in libreria a comprare gli Oscar Mondadori.

Un unico libro? Tutto Simenon letto cercando il ritratto dell’uomo che non sono mai stato ed Eureka Street di Robert McLiam Wilson perché ho imparato che tutte le storie sono storie d’amore a patto che ci sia un nesso forte e vero tra la parola storia e la parola amore. Quindi poche storie sono storie d’amore. Forse solo una.

C’è un libro dimenticato nella libreria della mansarda, ritrovato per caso, dove c’è scritto il mio nome tante volte, per la precisione sedici. E c’è scritto solo Paolo, come in una cantilena sbiadita. Non è la mia scrittura. O almeno, non la riconosco. Non ho deduzioni da fare e non ricordo di averlo mai letto quel piccolo romanzo di Friedrich Dürrenmatt che non ha punteggiatura. Oppure forse quella è la mia scrittura andata perduta. Mah.

Cerco l’oggetto che racconta chi sono, quello che mi dovrebbe coccolare nei momenti tristi. L’amica al telefono è insistente. Lo devi trovare. Ho frugato in tutti i 256 metri quadrati della mia casa ma non l’ho trovato. Speravo  di trovarlo tra i libri. Invece no. Mi sono vergognato. Allora ho cercato nelle vetrine di un negozio un filo d’argento, l’ho messo al polso accompagnato da un bel sorriso e faccio finta che sia con me da tanto tempo. In attesa di altri “per sempre” che arriveranno.

Mi ritrovo spesso a pensare al tempo che passa. Sono cambiato fuori, ma non sono cambiato dentro. Maturo o immaturo? Peter Pan o Harry Potter? Improvvisamente salta fuori dalla memoria Il tamburo di latta di Günter Grass, libro proibito, regalato e censurato da mia madre quando di anni ne avevo solo  quattordici. Che emozione piccolo Oskar, mi ricordo benissimo di te.

Ho letto tutto Proust, Joyce, Mann, i romanzieri russi, le commedie di Goldoni, le novelle di Pirandello, lo Zibaldone di Leopardi. Non erano libri miei, li prendevo a prestito nella biblioteca comunale. Abitudine persa. Eppure quei libri che prendevo, leggevo e restituivo sono diventati più miei di quelli che ho ricomprato anni dopo.

Ricordo folgorante. Sono piccolo, mio padre mi porta dal barbiere, quello che aveva la poltrona fatta a cavallo a dondolo per alleviare il dolore e la paura  per l’imminente eliminazione drastica e definitiva del caschetto mosso e moro cresciuto troppo in fretta durante l’estate. La porta affianco era quella di una piccola biblioteca pubblica. Bisogna aspettare il nostro turno dal barbiere allora chiedo un libro alla porta affianco e inizio a leggerlo. Mi tagliano i capelli e continuo a leggerlo. Dopo chiedo a mio padre di rimanere sino alla chiusura del barbiere, e continuo a leggerlo. La bibliotecaria aveva un seno enorme e sorrideva. Mio padre torna a prendermi alle sette. Il libro era finito. Erano I ragazzi della Via Pal (o Paal?) di Ferenc Molnár. Ancora oggi lui non so chi sia, ma nei giorni successivi alla lettura di quel romanzo pensavo con insistenza a quanto fosse bello immaginare una storia così.

A diciassette anni avevo deciso praticamente tutto. Restava solo da capire “come” fare, ma “cosa” fare era già stato scritto.

Diciotto anni. In una sola notte mi regalano le poesie di Neruda, i libri di Bukowski, tutti i romanzi di Gabo e gli articoli di Hemingway. La festa è bella e forse bevo troppa birra. Sono pronto. Non so per fare cosa, ma sono pronto. C’è una mia foto con un enorme mazzo di fiori che qualcuno mi ha portato quella sera del 29 giugno.

Mi esercito. Le storie esistono solo se le sai raccontare.