L’estetica insostenibile del Me ne frego! di Donald Trump
“Me ne frego”! Lo ha detto e lo ha fatto. Uscire subito e di nuovo dall’Accordo di Parigi sul clima, aumentare la produzione di combustibili fossili in nome di una “emergenza energetica”, bloccare l’eolico offshore e cancellare le protezioni volute da Biden per gli ecosistemi fragili. Questi sono solo alcuni degli ordini esecutivi firmati da Donald Trump il 20 gennaio.
E così il medioevo del nostro malcontento torna ad oscurare le ambizioni e gli obiettivi di sostenibilità del pianeta con buona pace della numerosa accolita dei rancorosi montata prontamente sul carro del vincitore occupata a dire che in fondo il povero Trump fa le stesse cose di Biden e Obama. Le fa solo in modo più netto, chiaro, diretto, sincero e trasparente.
Perché la sostenibilità non è un problema, è semplicemente un bluff, una enorme invenzione delle oligarchie dei benpensanti troppo occupate ad affamare il popolo e fare affari in nome e per conto del nuovo ordine mondiale. Bisogna tornare subito indietro. “Drill, baby, drill”, ha detto, e le sue trivellazioni sembrano andare oltre lo sfruttamento del petrolio.
Se questa fosse una lettera inizierebbe più o meno così.
Egregio Presidente Donald Trump, mi rivolgo a Lei con grande preoccupazione e incredulo sgomento riguardo alla Sua posizione sulla sostenibilità e le politiche ambientali che ha deciso di attuare per il suo Paese. Lo aveva già fatto durate la sua prima Presidenza, lo ha promesso di nuovo durante la campagna elettorale, appena insediato ha fatto uscire gli Stati Uniti dal Patto per il Clima.
La sostenibilità non è solo una questione di scelte politiche, definisce una responsabilità morale del potere esecutivo verso le generazioni future e le condizioni di vita del genere umano. La sua più grande responsabilità è aver trasformato un tema che riguarda tutti in una sorta di malpancismo di alcuni all’insegna del tanto peggio tanto meglio. Essere sostenibili nella sua visione significa alimentare il disagio di un popolo costretto per questo a peggiorare le sue condizioni di vita. Il Green Deal è uno sforzo inutile, mistificatorio e dannoso. Il nostro impatto individuale o collettivo non alimenta il riscaldamento globale e il riformismo ambientale è diventato un nemico da abbattere in nome di una autarchia reazionaria e unilaterale.
La sostenibilità insomma è diventata improvvisamente una brutta parola, contro il progresso, contro la crescita, contro la felicità. La sostenibilità è regressiva, multilaterale e di sinistra (sic!) perché disegna una società incapace di definire i confini del desiderio come unico indice di fiducia e ottimismo. Se consumi oltre i tuoi bisogni costruisci il futuro, se disegni un equilibrio coerente tra bisogni e desideri sei contro il mercato. La sostenibilità è quindi una nuova pandemia globale il cui unico vaccino si chiama negazione. Lei Trump non è contro la sostenibilità come soluzione, Lei nega l’esistenza stessa della crisi climatica. E se una cosa non esiste perché sarebbe importante combatterla?
Il Suo Me ne frego! descrive l’ottimismo della superficialità contro chi minaccia il progresso e il benessere. Elon Musk che ha fondato la sua ricchezza sulla transizione energetica verso la mobilità elettrica contro quella termica alza il braccio destro e la saluta con commossa reverenza. Lei sembra ignorare il paradosso e risponde al saluto annullando un provvedimento del 2021 che mirava a far sì che il 50% delle auto nuove vendute entro il 2030 fosse elettrico. Ma il paradosso della Tesla sembra non scalfire l’abbraccio tecnocratico. Peter Thiel, inventore di PayPal, che sul carro c’è da sempre, ha affermato che: “La democrazia non è più compatibile con la libertà”.
Comunque questa non è una lettera.
Ma una fotografia che definisce le conseguenze di un momento storico.
Mentre molti Paesi si sforzano di ridurre le emissioni e investire in un futuro realmente “a misura d’uomo”, la posizione di Trump ha indebolito gli entusiasti e dato forza agli indecisi e i dubbiosi. La sostenibilità nella sua visione è di sinistra, la sua negazione è di destra, perseguirla è un comportamento elitario, fregarsene è da veri populisti. Il globalismo della crisi climatica viene negato dalla convenienza a breve termine del sovranismo e gli sforzi globali per fermare il cambiamento climatico sono inutilmente costosi, trivellare petrolio e produrre CO2 è sinonimo di indipendenza economica e ricchezza.
Ho passato gli ultimi anni a ripetere all’infinito in convegni, seminari, master e lezioni universitarie il ruolo decisivo del fondo di investimento BlackRock e Larry Fink nella definizione della sostenibilità come fattore competitivo, e oggi leggo che il più grande gestore patrimoniale al mondo, simbolo degli investimenti ESG, ha abbandonato l’alleanza globale di società di gestione che lavorano per raggiungere la neutralità carbonica, la Net Zero Asset Managers Initiative (Nzam) lanciata nel 2021 allo scopo di ridurre l’emissione di CO2. Si parla di Effetto Trump a cascata, una specie di malessere passeggero di stagione, un modo come un altro per “passare la nottata”, come avrebbe detto il nostro Eduardo De Filippo. Tireremo dritti sino alla prossima curva, ci ricorda la scritta di una maglietta nera del vecchio Grunf detto il Tricheco, meccanico del Gruppo TNT.
“Drill, baby, drill” ha urlato Trump. Ma noi preferiamo citare “Dream Baby Dream”, una vecchia canzone del 1979 del gruppo rock statunitense Suicide riportata al successo da Bruce Springsteen, uno che Trump non l’ha votato. Perché sognare è sempre meglio che trivellare.