Abitare è un verbo plurale. Torna a Carrara il Festival con-vivere
Abitare non è soltanto avere una casa, possedere uno spazio, riconoscere un indirizzo sulla mappa. È, prima di tutto, decidere quale posto occupiamo nel mondo e quale posto siamo disposti a lasciare agli altri. Abitare significa costruire una relazione con i luoghi che attraversiamo, con le persone che li condividono con noi, con ciò che ci sta intorno e che troppo spesso consideriamo soltanto uno sfondo. Una parola da ripensare. Non indica soltanto dove siamo, ma come scegliamo di esserci.
Possiamo abitare consumando oppure prendendoci cura, possiamo occupare oppure condividere, possiamo costruire muri oppure creare soglie, possiamo considerare la città una proprietà privata oppure un bene comune. Possiamo pensare al futuro come a qualcosa che arriverà comunque, oppure come a qualcosa che comincia nelle piccole decisioni con cui organizziamo il presente.
È da questa parola, così quotidiana e allo stesso tempo complessa da analizzare e rappresentare, che prende forma la XXI edizione di con-vivere Carrara Festival, in programma fino al 13 settembre 2026. Il tema scelto è proprio Abitare, con la consulenza scientifica dell’urbanista Elena Granata e la direzione di Emanuela Mazzi.
La domanda che attraversa il festival, però, non riguarda soltanto l’urbanistica, l’architettura o il mercato della casa. Riguarda il modo in cui stiamo al mondo e, soprattutto, il modo in cui possiamo continuare a starci insieme in un tempo nel quale gli spazi che consideriamo disponibili sembrano diminuire, mentre aumentano le tensioni, le solitudini, le disuguaglianze e la difficoltà di immaginare un futuro condiviso.
Perché abitare, in fondo, è un verbo plurale.
Non basta avere un tetto
Una casa può essere un riparo, ma non necessariamente un luogo in cui sentirsi a casa. Una città può essere piena di edifici e, allo stesso tempo, povera di luoghi nei quali incontrarsi. Possiamo possedere uno spazio e non avere alcuna relazione con ciò che lo circonda, oppure attraversare quotidianamente un quartiere senza sentirlo davvero nostro. Perché abitare significa trasformare uno spazio in un luogo e un luogo in una relazione. Secondo la curatrice, Elena Granata, parte dall’idea che significhi esercitare una forma consapevole di cittadinanza, prendendosi cura degli altri e dell’ambiente. Il mondo non è un contenitore neutro da occupare e consumare, ma una rete di relazioni e interdipendenze alla quale partecipiamo con le nostre scelte, anche quando non ce ne accorgiamo.
È una differenza tutt’altro che teorica, perché significa domandarsi chi può giocare in una piazza, chi può attraversare una strada senza paura, dove possono stare i bambini, quali spazi una città decide di conservare invece di costruire, dove possono crescere le piante, come vengono accolte le persone più fragili e persino quanto spazio siamo disposti a lasciare a ciò che non è umano. Abitare, allora, è anche una questione culturale, sociale e soprattutto politica.
Una città da vivere, non soltanto da attraversare
Il primo grande capitolo del festival guarda proprio agli spazi urbani, partendo dall’idea che una città non dovrebbe essere progettata soltanto intorno alla circolazione delle automobili, al valore degli immobili o alla densità degli edifici, ma anche a partire dalla vita che contiene e dalle relazioni che è capace di generare.
Da qui il tema dei bambini e delle periferie, quello del valore del vuoto, quello delle piante come infrastrutture viventi; e ancora il paesaggio, la città-mondo, il rapporto tra spazio urbano e conflitti. Uno spazio non è mai soltanto uno spazio. Una piazza racconta chi è autorizzato a fermarsi e chi invece sembra soltanto di passaggio. Un giardino racconta quanto valore attribuiamo alla vita non immediatamente produttiva. Un edificio racconta un’idea di società e persino un’area vuota può avere un significato, soprattutto quando decidiamo consapevolmente di non riempirla. La sfida dell’abitare significa considerare il vuoto non come uno spreco di spazio, ma come la possibilità di tornare a vedere nella città un organismo complesso nel quale ogni scelta individuale produce conseguenze collettive.
Quattro giorni per attraversare l’idea di abitare
Il programma di con-vivere Carrara Festival 2026 prova a restituire questa complessità attraverso quattro giornate nelle quali filosofia, urbanistica, ecologia, poesia, economia, antropologia e letteratura si incontrano senza essere costrette dentro un unico linguaggio. Dal 10 al 13 settembre Carrara diventa così il luogo nel quale discutere di città e periferie, di bambini e spazi pubblici, di paesaggio e biodiversità, ma anche di tecnologia, crisi ecologica, cura, solitudine e futuro.
Tra gli appuntamenti emergono le riflessioni di Elena Granata, Riccardo Bosi, Sarah Gainsforth e Paola Bonfante sul modo in cui costruiamo e condividiamo gli spazi urbani; il confronto sull’abitare il pianeta e sulla crisi ecologica con Laura Boella, Simone Pollo, Andrea Staid e Mariasole Bianco; e una parte più intima dedicata alla cura, all’identità e alla possibilità di “abitarsi”, nella quale trovano spazio anche la poesia di Beatrice Zerbini e le riflessioni di Stefano Zamagni e Stefano Laffi.
Il programma non si esaurisce però nelle conferenze: incontri, passeggiate, mostre, laboratori, spettacoli e musica contribuiscono a fare della città stessa una parte del festival, secondo un’idea particolarmente coerente con il tema di quest’anno. Se abitare significa infatti dare significato ai luoghi, allora parlare di abitare a Carrara significa anche uscire dalle sale, attraversare le strade, osservare gli spazi e provare a leggerli con occhi diversi.
Abitare il pianeta
Se la città è il luogo nel quale viviamo, la Terra è il luogo che condividiamo. Con-vivere allarga quindi il discorso dalla casa al pianeta e mette in relazione l’abitare con l’Antropocene, la crisi ecologica e il futuro. Possiamo continuare ad abitare il mondo come se fosse inesauribile? La risposta inevitabilmente è no, e proprio per questo diventa necessario ripensare il significato stesso della parola progresso. Forse non significa più soltanto costruire, espandere, consumare; forse significa imparare a convivere con una quantità maggiore di differenze: specie, paesaggi, culture, corpi, bisogni.
L’immagine scelta per questa edizione del festival è, non a caso, quella di un nido costruito da un uccello tessitore. Un intreccio di fili che diventa riparo, un gesto paziente attraverso il quale materiali diversi vengono trasformati in un luogo abitabile. Abitare è costruire connessioni.
La cura come architettura
C’è poi una terza dimensione, più intima, perché prima ancora di abitare una casa o una città dobbiamo abitare noi stessi, fare spazio alla nostra voce, alle nostre fragilità, alle nostre contraddizioni e alla possibilità di entrare in relazione con gli altri senza trasformare ogni differenza in una distanza. Il festival dedica alla cura una delle sue principali direttrici, arrivando dalla poesia di Beatrice Zerbini, con Abitarsi, fino alla riflessione dell’economista Stefano Zamagni sull’incompatibilità tra individualismo estremo e convivenza. Stefano Laffi, invece, ragiona sulla necessità di ritrovare esperienze e passaggi comuni capaci di restituirci la possibilità di immaginare un futuro insieme. Viviamo in un’epoca che ci ha abituati a pensare alla libertà soprattutto come autonomia: il mio spazio, il mio tempo, le mie scelte, la mia identità. Ma una società fatta soltanto di individui autosufficienti rischia di diventare una società nella quale nessuno sa più da chi dipende. E invece dipendiamo gli uni dagli altri, dai luoghi che attraversiamo, dalle persone che ci curano, dalle infrastrutture che non vediamo, dagli ecosistemi che rendono possibile la nostra vita e, inevitabilmente, dalle generazioni che verranno.
Carrara come laboratorio
Durante i quattro giorni della manifestazione, Carrara viene riletta attraverso conferenze, passeggiate, mostre, laboratori, spettacoli, musica e incontri; i luoghi della città vengono reinterpretati e utilizzati in modi diversi, fino a trasformare il festival stesso in una sorta di esercizio collettivo dell’abitare. È una scelta coerente con il tema, perché se abitare significa dare significato ai luoghi, allora un festival culturale non dovrebbe limitarsi a portare persone davanti a un palco. Dovrebbe aiutarle a guardare diversamente ciò che hanno intorno. Una strada può diventare un luogo di incontro, una piazza può tornare a essere un’agorà, un edificio può trasformarsi in uno spazio di ascolto. Una città può smettere, almeno per qualche giorno, di essere soltanto lo sfondo delle nostre vite e tornare a essere qualcosa di cui sentirsi parte.