#MEMOBook. Architettura Umanissima. Filippo Bricolo, tra disegni e parole.
Molte culture nella Storia hanno usato i disegni per raccontare storie legate all’uomo. Dagli uomini delle caverne, con le prime forme di narrazioni per immagini, alle civiltà antiche come gli Egizi, con i geroglifici e le pitture che narravano la vita quotidiana, i miti e i viaggi nell’aldilà, fino alle narrazioni illustrate delle vetrate medioevali, e poi Giotto, Masaccio, Michelangelo e Raffaello che, addirittura, creavano un tutt’uno tra architettura e narrazione pittorica. Nell’età moderna e contemporanea ci sono poi i fumettisti e gli illustratori per raccontare temi sociali, psicologici o autobiografici.
Pensiamo a Illustrazioni poetiche come quelle di Lele Luzzati per Le città invisibili di Italo Calvino, un unicum con la narrazione che cammina su due binari, dove l’immagine mette in luce le parole.
Illustrazione è parola dal latino che significa “splendore”, chiarimento, dare luce e, per estensione, dare alla luce quell’invisibile che sta tra le cose e le persone. Questo sono le “illustrazioni” di Filippo Bricolo che, da sempre, usa il doppio codice, parole e disegni, per parlare degli uomini, intorno ai quali è costruita l’architettura. Disegni che ritroviamo, in parallelo alle parole come binari che trasportano i pensieri e le riflessioni, nella sua ultima pubblicazione, edita da LetteraVentidue, “Architettura Umanissima”, un dialogo tra non detti. Pensieri stilizzati in figure che sono “persone” senza genere, ma che raccolgono l’umanità, e sulle quali Bricolo stende sempre una lieve pennellata di giallo/luce, una sorta di riflettore, per rendere luminoso il concetto, il valore, l’idea, la filosofia che si vuole evidenziare. Sempre umanissima.

Filippo Bricolo è interessato a ciò che accade quando un’opera costruita supera la gabbia dell’ordinario e i limiti disciplinari abitudinariamente legati alla professione per avvicinarsi agli aspetti più profondi dell’esistenza.
L’autore vede in quel superamento il gradiente che può permettere a uno spazio costruito di toccare l’animo e di raggiungere quella condizione speciale che può condurre a una architettura umanissima. Questo passaggio di livello porta a un territorio del progetto che non risulta facilmente definibile con la parola e, quindi, con gli strumenti più tradizionali della letteratura architettonica. Per risolvere questo stallo, Bricolo ha deciso di adottare un approccio insolito ponendo a confronto, pagina contro pagina, quelli che lui chiama disegni allusivi e quelli che appaiono come una serie di testi elusivi.

Filippo Bricolo è professore associato al Politecnico di Milano e co-fondatore dello studio Bricolo Falsarella con sede sulle colline moreniche del Lago di Garda. Le sue architetture umanizzanti si contraddistinguono per la ricerca di un forte radicamento al luogo e sono state ampiamente riconosciute e pubblicate su importanti riviste di architettura come Casabella o Abitare. Lo studio è stato insignito del Premio IN/architettura (IN/arch triveneto 2023), del Premio CarlottaXArchitettura (2025), della Medaglia dell’Architettura del vino (2024), del premio Rigenera (Festival Rigenera – piano B, 2025), del premio Architettiverona nel 2015 e nel 2021, della Menzione speciale per il Premio Architettura città di Oderzo PAO XIX (2024) e per il Premio Architetto Italiano (sia nell’edizione del 2022 che nell’edizione del 2024). Nel 2025 ha ricevuto il premio speciale per il Dedalo Minosse International Prize.

Scorrendo le pagine del libro si incontrano temi intimamente legati alla vita delle persone, ma spesso lasciati erroneamente a margine del discorso attuale sull’architettura, come il senso di appartenenza a un luogo, l’idea della permanenza, la radicalità intesa nella doppia eccezione di fondarsi al suolo e di agire in maniera libera dall’ordinario, l’immaginario poetico dell’Italia rurale e, conseguentemente, la riscoperta dell’imperfezione materica e, con essa, il mito della mediterraneità. E ancora, le possibilità date all’architettura dai meccanismi della narrazione, la suggestione di progettare il desiderio e l’attesa attraverso dispositivi critici in grado di innescare rallentamenti rivelanti, il confronto con la ciclicità della natura e con il mistero, l’incorniciare il paesaggio per suggerire nuovi sensi e ridurre il sentimento di eccessiva dispersione indotto dalla vastità, il dialogo toccante tra la penombra e la luce naturale quando si attardano silenziosamente su di un muro scabro.