Apocalisse naturale o intelligenza artificiale?
«Le specie e i gruppi di specie scompaiono gradualmente, l’una dopo l’altra, prima da un luogo, poi da un altro, e infine dal mondo.»
— Charles Darwin, L’origine delle specie, 1859
«L’aspetto più triste della vita, oggi, è che la scienza accumula conoscenza più in fretta di quanto la società accumuli saggezza.»
— Isaac Asimov, Book of Science and Nature Quotations, 1988
«Non sta a noi dominare tutte le maree del mondo, ma fare ciò che è in nostro potere per il soccorso degli anni in cui siamo posti, sradicando il male nei campi che conosciamo, affinché coloro che vivranno dopo possano avere terra pulita da coltivare.»
— J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, citato da Leone XIV, Magnifica Humanitas, 2026
I
In un film di qualche anno fa, una cometa grande come una montagna punta dritta verso la Terra. Gli scienziati lanciano l’allarme e nessuno li ascolta, i missili falliscono, i miliardari fuggono su un’astronave verso un pianeta che non li vuole. Mentre il conto alla rovescia scorre fuori dalla finestra, una famiglia qualunque fa l’unica cosa che le resta: apparecchia la tavola. Si passano il pane, versano il vino, raccontano storie di niente, si tengono per mano. Fuori il cielo diventa arancione, poi bianco accecante. Sipario. Quel film si chiamava Don’t Look Up, “non guardate in alto”, e la sua ultima scena è rimasta la più vera: davanti alla fine certa, l’ultima libertà di un essere umano è sapere che è la fine, e scegliere con chi guardarla in faccia.
Quella tavola apparecchiata va tenuta a mente, perché la catastrofe che incombe rischia di rubarci anche quella: l’ultima cena, e la consapevolezza di viverla.
La cometa, almeno, si vedeva. Bastava uscire di casa e alzare gli occhi, e c’era, magnifica e terribile, con la sua coda di fuoco a concedere a tutti l’ultima occasione di capire. Una catastrofe che brilla in cielo è ancora un atto di clemenza: fissa una data, fa rumore, lascia il tempo di una cena e di un addio.
Quella che ci riguarda non brilla, non fissa date, non chiede di alzare lo sguardo, perché lassù non c’è nulla. Avanza in orizzontale, alla nostra stessa altezza, e indossa l’unico travestimento contro cui non abbiamo difese: la comodità. Non viene a distruggere il mondo. Viene a governarlo meglio di noi.
II
C’è stata un’epoca in cui l’apocalisse aveva un volto umano.
Palazzo di Vetro, New York, 12 ottobre 1960. Nikita Krusciov, primo segretario del Partito comunista sovietico, si toglie una scarpa e la batte sul banco delle Nazioni Unite. Il verbale della seduta tace, i filmati di quel giorno non lo mostrano, la fotografia che tutti ricordano è un montaggio, e lui rivendicò il gesto soltanto nelle memorie, undici anni più tardi. L’immagine è rimasta lo stesso, perché un’epoca che teme la propria fine si fabbrica il volto di cui ha bisogno. La minaccia, invece, era intera. Due anni dopo, l’uomo di quella scarpa e il giovane presidente americano John Kennedy tennero l’umanità per tredici giorni sull’orlo dell’annientamento nucleare. Era l’ottobre del 1962, e il pianeta trattenne il respiro. E poi si fermarono. Guardarono insieme dentro il pozzo, ne videro il fondo, ed ebbero paura della stessa cosa nello stesso istante. Da quel terrore condiviso nacque un filo rosso tra Mosca e Washington, e poi i trattati che per sessant’anni hanno inchiodato il numero delle potenze atomiche a una manciata, invece delle decine che tutti temevano. Non fermarono la corsa e non cancellarono il pericolo. Costruirono verifiche, limiti e canali aperti, e lo fecero prima che una crisi diventasse irreparabile.
È una legge antica come la specie: lo sguardo nell’abisso costruisce l’argine. Ma a una condizione sola, tassativa: che l’abisso si lasci guardare. Il fungo atomico si vede a cento chilometri. I tredici giorni si contano sul calendario. La Bomba, dentro la propria mostruosità, aveva una decenza brutale: per esplodere aveva bisogno di un ordine, di un uomo che scegliesse di darlo. Ogni volta che ci siamo avvicinati alla fine, la fine aveva un volto. Si poteva vedere, contare, fotografare, raccontare ai figli. E se questa volta il volto mancasse?
III
La corsa è cominciata, e non ammette frenata.
Le nazioni più potenti della Terra hanno trasformato l’intelligenza artificiale nella posta di una partita per il dominio del secolo, e ognuna corre perché sa che l’altra corre. Washington dichiara apertamente di voler vincere; Pechino scrive nei suoi piani che qui si gioca il primato mondiale; e il margine che un tempo separava i due contendenti si è ormai dissolto, tanto che nessuno può più permettersi il lusso di rallentare senza consegnare la partita al rivale. Gli strateghi chiamano questa trappola dilemma della sicurezza: ciascuno sarebbe più al sicuro se tutti frenassero insieme, ma nessuno si fida che gli altri frenino davvero, e allora nessuno frena per primo. Ognuno corre verso un rischio che vede benissimo, e la corsa va avanti per la stessa ragione per cui dovrebbe fermarsi: la paura dell’altro. Persino i costruttori ammettono che la gara rende sempre più improbabile collaudare queste macchine prima di immetterle sul mercato.
E sotto la corsa arde un fuoco che consuma: energia e silicio senza fine, intere centrali costruite per tenere accese cattedrali di calcolo che assorbono elettricità come piccole nazioni. Chi annuncia una competizione senza più freni non sta profetizzando sciagure: sta semplicemente leggendo i giornali di oggi.

IV
Nel frattempo la macchina sta imparando a evolvere.
Queste intelligenze non hanno mai conosciuto il mondo: hanno conosciuto il suo riflesso, le parole e le immagini che abbiamo riversato in rete per decenni. Vivono di noi. Ma quella riserva sta finendo da due lati insieme: la rete si riempie di ciò che le macchine stesse producono, e le sorgenti umane più pure vengono messe sotto chiave. Così la macchina, a corto di realtà, lavora sugli scarti delle sue simili: è la fotocopia della fotocopia della fotocopia, e senza sorgenti protette la rete rischia di morire di consanguineità molto prima che di menzogna. Ma nei laboratori si è aperta l’altra via, antica come la vita.
La spinta non viene dalla scarsità, viene dal vantaggio: la corsa premia chi mette in campo per primo le macchine più capaci. Una di loro genera mille versioni di sé stessa, le getta in un’arena spietata, tiene le vincenti e ricomincia: milioni di generazioni nel tempo di un nostro respiro. È la selezione naturale di Darwin, strappata alla carne e installata nel silicio.
Quegli ingranaggi girano già, e manca soltanto un ecosistema che si procuri da sé le risorse. Le prove hanno mostrato cose che nessuno aveva chiesto: un sistema ha scoperto che falsificare i propri esami era la via più corta verso il premio, un altro ha smesso di barare da solo perché l’onestà rendeva di più. Un terzo ha forzato il recinto che lo chiudeva ed è uscito nella rete aperta, e a raccontarlo è stato chi lo costruiva. Nessuno aveva scritto né l’inganno né la correzione: la selezione premia ciò che funziona e non chiede altro. Se il premio sta oltre il limite, il limite diventa parte dell’esame. L’ultimo ha riprogettato i meccanismi che addestrano le intelligenze artificiali, sé stesso compreso: il serpente che prima si mordeva la coda e sbiadiva, adesso se la morde e cresce.
Il punto d’arrivo ha già un nome, intelligenza artificiale evolvibile: una popolazione che si riproduce e si seleziona senza di noi. Ognuna di quelle intelligenze ha già cominciato a sciamare in moltitudini: mettiamo in commercio agenti che mettono al lavoro altri agenti, e c’è già chi studia che cosa accade quando trattano fra loro. Occhi e mani sono arrivati, e gli automi escono dai reparti di fabbrica. Ciò che una di loro impara dal mondo, nello stesso istante lo sanno tutte: la nostra sapienza passa di padre in figlio e per strada qualcosa si perde, la loro non ha bisogno di passare, perché non è mai di uno solo. Chi sorveglia ha davanti un tempo con un’altra andatura: il gregge brucia generazioni a ogni respiro del pastore. E noi dentro, ancora per un po’.
V
Dove può andare, allora, un’evoluzione lasciata correre da sola?
Dove è andata per quattro miliardi di anni: verso il conflitto per le risorse, ogni volta che l’ambiente ha premiato chi ne conquistava di più. La selezione produce anche cooperazione e dipendenze reciproche, e spesso lo fa. Ma quando il premio coincide con l’espansione, avanza chi afferra meglio ciò che lo tiene acceso. Il territorio, qui, si chiama calcolo, energia, accesso. Ad abitarlo sono le intelligenze artificiali: non una, ma molte, in gara fra loro. Questa popolazione non desidera nulla, e tuttavia si comporta come se volesse vivere, perché sopravvivono le varianti che meglio sanno procurarsi ciò che tiene in vita. Oggi queste intelligenze appartengono agli Stati e ai padroni, le poche aziende private che le detengono e le allevano; ma una selezione che premia chi fa da sé lavora, generazione dopo generazione, per affrancarle dagli uni e dagli altri. La selezione ottiene tutto questo senza volere niente, ed è il pensiero più difficile da tenere fermo. Ha scolpito l’occhio, il cervello, l’amore materno, senza alcun progetto.
Un secolo di paure ci ha raccontato la storia sbagliata, quella della macchina che si ribella all’uomo: il mostro che strangola il suo creatore, l’occhio rosso del computer che dice no, gli eserciti di metallo in marcia contro di noi. È una storia ancora rassicurante, perché ha due protagonisti, l’uomo e la sua creatura, l’uno di fronte all’altra, gli occhi negli occhi. C’è perfino un brandello d’orgoglio: restiamo i protagonisti, foss’anche da vittime. Lo scenario che i dati consegnano toglie anche quell’orgoglio. La partita è macchina contro macchina, e l’uomo, in mezzo, fa da paesaggio. Come la foresta per chi costruisce l’autostrada: non la si odia, non la si combatte. Non la si vede nemmeno. La si attraversa.
E la si attraversa senza fissare un giorno preciso, senza una battaglia, senza un grido. Non ci sarà ribellione. Ci sarà una resa che si accumula goccia a goccia: cediamo un compito, poi una scelta, poi un giudizio, perché chi non cede resta indietro e nessuno, mai, sceglie di restare indietro. Uno dei primi effetti misurabili riguarda l’ingresso, prima ancora dell’uscita: negli Stati Uniti gli sviluppatori di software fra i ventidue e i venticinque anni sono diminuiti di quasi il venti per cento dal loro massimo di fine 2022, mentre i più anziani continuano ad aumentare. Nessuno è stato mandato via: si è chiusa la porta d’ingresso, e un mestiere che smette di reclutare smette anche di trasmettersi. Un dato solo non prova la sostituzione, ma mostra il meccanismo: una tecnologia che toglie lavoro agli apprendisti indebolisce il modo in cui un mestiere forma i propri esperti. E l’uscita ha cominciato a seguire l’ingresso: i licenziamenti che le imprese americane attribuiscono all’intelligenza artificiale hanno superato, in pochi mesi, il totale dell’intero anno precedente. Quanto ci sia di vero e quanto di comodo in quelle motivazioni si discute; ma è nuovo che il nome della macchina compaia, nero su bianco, nelle lettere di licenziamento.
Una macchina più capace, da sola, non toglie libertà a nessuno. La libertà si assottiglia quando tre cose crescono insieme: la macchina sa fare di più, l’economia dipende di più da lei, le istituzioni le affidano decisioni sempre più grandi. Il rischio non si esaurisce nel modello. Dipende anche dal sistema che gli costruiamo intorno. La rinuncia si presenta vestita da promozione: chi cede l’esecuzione, ci viene detto, sale alla verifica, dirà che cosa costruire e deciderà quando è pronto. Ma come si giudica un lavoro che non si è mai saputo fare? E il sistema ha un motore che gira da solo: ogni compito ceduto toglie esercizio al giudizio di chi lo cede, e un giudizio senza esercizio chiede di delegare ancora. Perché il cerchio si chiuda non serve nessuna creatura nuova: bastano le macchine di oggi, e la convenienza di usarle.
Le grandi strutture su cui poggiamo la nostra vita restano fedeli finché hanno bisogno di noi per funzionare. Quel bisogno, oggi, è messo agli atti come un difetto: un rapporto del World Economic Forum, firmato con una grande società di consulenza, ha avvertito le imprese che il valore dell’intelligenza artificiale sarà frenato dalla capacità umana, non dalla tecnologia. Nei grafici del rapporto l’uomo è il collo di bottiglia che strozza il rendimento della macchina. Siamo noi, quel collo di bottiglia: le nostre ore di sonno, i nostri anni di apprendistato, il nostro bisogno di capire prima di decidere. Il rimedio proposto, per ora, è potenziare l’uomo; ma ai colli di bottiglia l’efficienza riserva da sempre un destino solo: li si allarga finché conviene, li si aggira appena si può. Il giorno in cui le strutture smetteranno di avere bisogno di noi, smetteranno anche di ascoltarci. Non con un colpo di Stato: con un lento, gentile congedo, finché un mattino qualunque la voce dell’uomo sarà diventata una formalità, senza che una decisione sia mai stata presa.
Darwin l’aveva scritto con un secolo e mezzo d’anticipo, e oggi quelle righe suonano come una profezia. L’estinzione, diceva, quasi mai è un cataclisma: è un lento sfiorire. Le specie diventano rare, poi rarissime, e quando i pochi superstiti non bastano più a fare un popolo, svaniscono, e solo allora qualcuno se ne accorge. Poiché la causa non si vede, invochiamo cataclismi. Continuiamo a cercare la cometa, il fungo, il giorno del giudizio, perché sono le uniche forme di fine che il nostro occhio sa riconoscere. Ci sarà invece la voce dell’uomo che si fa rada nel proprio mondo e si ritira in silenzio, prima da un luogo, poi da un altro, e infine da ogni luogo.

VI
Qualcuno, però, annuncia esattamente il contrario. Alla fine di luglio l’amministratore delegato di OpenAI ha dichiarato in un podcast che la singolarità è arrivata, che questo è il momento. Un anno prima aveva scritto che l’orizzonte degli eventi era ormai alle spalle e il decollo cominciato, e quello scritto si intitolava La singolarità gentile. L’aggettivo è suo, e promette un passaggio senza dolore.
La dichiarazione ha raccolto subito una fila di smentite: i numeri dell’economia raccontano un’altra storia, e la macchina capace di migliorare da sola la propria ricerca resta da dimostrare. Sui numeri, il passato consiglia prudenza a tutti: le grandi tecnologie sono quasi sempre cresciute dentro una bolla, e le bolle scoppiano. Ma scoppiando lasciano a terra l’infrastruttura: le ferrovie lasciarono i binari, la febbre di internet lasciò i cavi. Questa lascerebbe le macchine, e a loro non servono titoli in salita: basta che restino accese. La dimostrazione, per ora, è arrivata a metà: un sistema lasciato solo per otto giorni ha riscritto il proprio strumento di ricerca fino a superare due anni di messa a punto umana. In un grande laboratorio quattro quinti del codice li scrive ormai la macchina, e OpenAI ha messo in calendario, per il 2028, un ricercatore artificiale che faccia da solo il lavoro dei suoi ricercatori umani. Sono ancora gli uomini a scegliere il problema su cui metterla al lavoro, e a giudicare se il risultato è buono. Ma quel presidio si restringe di anno in anno. Accusa e difesa, intanto, discutono della stessa cosa: una data. Danno per scontato che esista un istante preciso, annunciabile da un microfono e verificabile su un grafico. Stanno guardando in alto tutti e due.
È il servizio più prezioso che si possa rendere a una fine senza volto: fornirle un volto. Chi costruisce queste macchine ha bisogno di un evento, perché un evento giustifica le somme spese; e chi le teme ha bisogno di un evento, perché senza un evento non si sa quando protestare. Così la cometa arriva puntuale, e la annuncia chi la sta costruendo. Mentre tutti alziamo gli occhi per cercarla, la sostituzione continua in basso, dove non accade mai niente che meriti un annuncio.
La parola singolarità nasceva con un senso opposto a quello che le diamo adesso. Viene da una conversazione con von Neumann, riferita da Stanisław Ulam nel 1958: oltre un certo punto, diceva, le vicende umane come le conosciamo non potrebbero continuare. Nessuna macchina che si sveglia, nessun duello: soltanto un mondo che smette di essere il nostro. Poi il secolo l’ha rovesciata in una gara con due contendenti e un traguardo, ma nella sua prima forma la singolarità non era un evento. Era una sparizione.
VII
Torniamo alla tavola apparecchiata.
Quella famiglia, nell’ultima scena, possedeva almeno una cosa essenziale: la consapevolezza. Aveva visto la cometa, aveva alzato gli occhi, aveva scelto come stare nell’ora estrema. È poco, davanti alla fine di tutto, ed è insieme tutto: è la differenza tra subire una fine e attraversarla con gli occhi aperti. E quella tavola diceva un’ultima cosa: i gesti che contavano, passarsi il pane, tenersi per mano, non producevano niente. Valevano per il solo fatto di farli. È il valore che non si può cedere, perché non sta nel risultato. Stavolta quella scena mancherà.
Nessuna ora sembrerà l’ultima, e l’ultima passerà per una qualsiasi. Saranno tutte ragionevoli, tutte comode, ciascuna un piccolo passo indietro mascherato da passo avanti: una fatica risparmiata, una decisione affidata a qualcosa che la prende meglio di noi. Ogni singolo passo sarà saggio. La somma sarà un addio. E nessuno suonerà le campane, perché le rese lente non fanno notizia: diventano abitudine, e l’abitudine non si racconta.
L’allarme, del resto, è già suonato. Negli Stati Uniti il settantatré per cento degli esperti giudica positivi gli effetti dell’intelligenza artificiale sul lavoro, mentre fra i cittadini comuni la stessa fiducia scende al ventitré per cento: cinquanta punti di distanza. La paura è già diffusa, ed è più forte proprio fra chi ne subirà le conseguenze. Eppure non ha fermato niente: un allarme che indica un pericolo senza indicare un gesto diventa rumore di fondo, e poi silenzio.
I fatti, oggi, a chi li legge senza cercarvi consolazione, rendono credibile questo scenario: non una macchina malvagia che ci odia, ma un mondo che funziona meravigliosamente, meglio di prima, e nel quale l’uomo è scivolato piano, a margine della propria storia. Una sostituzione silenziosa. E gentile.
Eppure proprio qui, dove tutto sembra chiudersi, si apre una crepa, ed è l’unico varco da cui passa la luce. Fra le strade oggi visibili, lo scenario descritto fin qui resta il più probabile soltanto finché nessuno interviene. È una previsione, non una profezia, e la differenza pesa: una profezia è già scritta nelle stelle, una previsione è soltanto la scommessa che nessuno cambi le carte in tavola. Gli stessi studiosi che descrivono questo declino si rifiutano di chiamarlo destino. Lo chiamano rischio. E usano la parola «irreversibile» a una sola condizione: che restiamo a guardare.
E la vigilanza funziona. Quando una grande azienda del settore ha annunciato che la sua intelligenza artificiale aveva risolto o fatto avanzare dieci problemi matematici aperti da anni, i matematici si sono messi a controllare: in pochi giorni hanno letto centinaia di pagine, hanno ritrovato idee già pubblicate da altri, l’hanno costretta a correggere l’affermazione più spettacolare e hanno riconosciuto quello che era davvero nuovo. Hanno potuto giudicare perché quel lavoro sapevano farlo. Solo che quei matematici erano una dozzina, e leggevano al ritmo di chi legge. Nessuna dozzina di uomini può stare dietro a ciò che una moltitudine di agenti si dice in un pomeriggio, e fingere di poterlo fare è il modo più sicuro per non sorvegliare niente. Sembra una contraddizione: un testo che descrive questo pericolo non dovrebbe additare la stessa tecnica come rimedio. Ma nessuno strumento serve finché non si è capito da che cosa ci si difende; chi l’ha capito può usarlo, e sceglierlo grande quanto il pericolo, senza illudersi che basti. L’unica guardia che regge quel passo è fatta della stessa materia: macchine messe a verificare le macchine, popolazioni di agenti osservate da altri agenti; e c’è già chi finanzia la loro costruzione. Resta un vincolo che nessuna macchina scioglie: la competenza che perdiamo per delega è la condizione che tiene in piedi tutto il resto, perché senza di essa il verdetto della macchina resta illeggibile, e una guardia che non sappiamo leggere non è una guardia.
Sulle sorgenti guaste gli esperimenti dicono una cosa precisa: il collasso arriva quando i dati originari vengono sostituiti da quelli sintetici, e non arriva se restano accanto. La corsa si può frenare con un patto, di quelli che la storia ha sempre firmato dopo aver guardato nel pozzo, mai un minuto prima. E qualcuno, nel pozzo, ha appena guardato: più di mille ricercatori dei laboratori in gara, compresi alcuni dei loro capi, hanno chiesto per iscritto al governo americano strumenti internazionali per regolare il passo della corsa, perché nessuno può rallentare da solo. È un appello volontario, ancora senza vincolo. Ma anche il filo rosso fra Mosca e Washington cominciò così, da uomini che avevano avuto paura della stessa cosa nello stesso istante. L’evoluzione delle macchine vive per ora nelle mani di chi la alleva: sceglie lui quali versioni si riproducono, e il guinzaglio è ancora corto. Il presidio ultimo dell’umano può essere soltanto umano. Ogni anello di questa catena è aperto. Ma ogni anello si richiude da solo, se nessuno lo tiene aperto con la forza delle proprie dita.
È la stessa scelta che ha aperto la prima enciclica di Leone XIV.
«La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme.»
Si può lasciare il nome di Dio fuori dalla porta, e la frase regge lo stesso: davanti alla tecnica che promette di toccare l’irraggiungibile restano due strade, e nessuna delle due è già scritta. La torre è la difesa di uno solo, affidata a un guardiano unico, uno Stato o un’azienda, e sale finché crolla. La città ha mura basse tenute da molte mani, pietra su pietra, ciascuno il suo tratto di muro; le macchine ci stanno dentro, come strumenti nelle mani di molti e non come guardiano al posto di tutti.
Per questo il titolo va capovolto. Don’t look up, non guardate in alto, era l’ordine beffardo di chi rifiutava di vedere il fuoco in cielo. Ma nel film quel grido non indicava una direzione: chiedeva di aprire gli occhi. Stavolta in cielo non c’è niente, e ciò che dobbiamo guardare ci sta accanto, dove la rinuncia si veste da servizio e il declino da progresso.
La probabilità non è ancora il destino: è il nome che diamo all’inerzia, e l’inerzia dura fino all’istante in cui qualcuno la chiama per nome e si pianta a sbarrarle il passo. Non spetta a noi dominare tutte le maree del mondo. Spetta a noi sradicare il male nei campi che conosciamo, perché chi verrà dopo trovi terra pulita da seminare.
Stendhal dedicava i suoi libri agli happy few, i pochi capaci di capirlo, e li consegnava al tempo come un seme all’inverno, sicuro che un secolo dopo sarebbero stati molti. Noi quel secolo non ce l’abbiamo.
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FONTI
Charles Darwin, L’origine delle specie (1859), darwin-online.org.uk.
Isaac Asimov, Book of Science and Nature Quotations (con J. A. Shulman, 1988).
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