Solo un “porto sicuro” è un porto che abbraccia

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In questo momento di emergenza pandemica i porti italiani sono chiusi perché dichiarati “non sicuri”.  Vittorio Alessandro, ammiraglio della Guardia Costiera, ora in congedo, una vita sul mare, spesso a gestire situazioni di crisi, come l’emergenza ambientale in Libano nel 2006, la situazione di Lampedusa nel 2011 e, in qualità di Comandante delle relazioni esterne, la vicenda della Costa Concordia nel 2012, ci racconta che un porto chiuso è una realtà che ci impoverisce, anche sul piano culturale e dei valori di riferimento.
Alessandro, che è stato presidente del Parco nazionale delle Cinque Terre, dal 2013 al 2017, racconta a MEMO che cosa pensa davvero di questa decisione un uomo di mare perché, come ci spiega:

“la solidarietà in mare affonda le proprie radici soprattutto nelle comunità marinare e non ha confini verso l’orizzonte e le diverse nazionalità: averla limitata e sezionata, ancorando nei nostri moli la regola dell’ostilità verso il naufrago, ha reso ‘non sicuri’ soprattutto noi stessi”.

In questi ultimi anni i porti sono entrati nel dibattito pubblico del nostro paese soltanto con una accezione negativa legata alla loro chiusura. Anche nell’emergenza sanitaria di queste settimane. Facciamo un po’ di chiarezza.
Il decreto interministeriale dello scorso 4 aprile, ad oggi non ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale, in piena continuità con le norme emanate in materia dal primo governo Conte, individua fuori dai porti la barriera di contenimento dei migranti e concentra in mare la strategia di limitazione, negando di fatto il soccorso alle persone che rischiano di perdersi in mare. Fin qui, la risposta dello Stato alla questione migranti aveva ondeggiato tra la chiusura (i decreti “Sicurezza” e, prima, l’isolamento di Lampedusa operato dal governo Berlusconi) e la dissipazione di soldi pubblici, per esempio con la campagna Mare Nostrum, strategicamente avventata e ridondante; con l’affidamento incauto della rete di accoglienza; con le milionarie trattative intrecciate con oscuri interlocutori libici: scelte, queste ultime, che offrirono buoni argomenti a chi considera ingiusto l’obbligo costituzionale di soccorrere ed accogliere. Usando l’argomento della pandemia, il governo ha ora incredibilmente compiuto l’uno e l’altro errore dichiarando, per un verso, i nostri porti luogo non sicuro ai sensi della convenzione di Amburgo (la chiusura), e, per un altro, noleggiando grandi navi per la quarantena (lo sperpero). In deroga al decreto del 4 aprile, si è poi contraddittoriamente consentito – per confuse ragioni umanitarie, anche qui in continuità col passato – lo sbarco dei naufraghi soccorsi.

Quali sono dunque le conseguenze del dichiarare i porti italiani come “non sicuri”?
Il nuovo decreto mirerebbe ad evitare la diffusione del coronavirus ma, in effetti, essendo tale norma esclusivamente rivolta alle unità di bandiera straniera che abbiano soccorso al di fuori dell’area SAR nazionale (le navi Ong, seppur mai nominate), esclude dalla regolamentazione gli sbarchi “autonomi”, diminuendo così la tracciabilità delle persone e la possibilità di sottoporle al necessario trattamento. Il tema immigrazione richiederebbe, invece, risposte complessive e coerenti che la diffusione pandemica non può negare o rimandare. Essa, anzi, insieme ad altre storture del nostro modello di sviluppo, ha messo in evidenza l’incapacità di affrontare, senza pericolosi allarmi e scorciatoie ideologiche, i rischi e i vantaggi della mobilità delle persone, intrattenibile quanto quella delle merci. Il declassamento dei porti, per decreto ministeriale, a “luogo non sicuro” ha conseguenze devastanti sotto il profilo culturale e dei valori fondamentali.

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L’ammiraglio Vittorio Alessandro.

Ora è al centro la tutela della salute pubblica. Ma l’emergenza potrebbe far scivolare in secondo piano alcuni principi del nostro quadro di riferimento democratico e costituzionale?
Possiamo già riscontrare alcuni segnali della sottovalutazione delle regole di libertà e di informazione in alcuni episodi di questi giorni. Il primo riguarda i 146 migranti trasbordati dall’Alan Kurdi alla nave Rubattino, fuori dal porto di Palermo. Dopo i dieci giorni di inutile attesa trascorsi a bordo della nave soccorritrice, essi hanno dovuto ricominciare sul traghetto la quarantena, e le notizie sul trattamento e il loro stato di salute sono tardive e stentate. Nulla è trapelato pubblicamente, poi, sulla sorte di cinque barchini lasciati alla deriva per giorni: si contano dodici annegati, sulla cui morte si assiste a un triste scaricabarile fra Frontex (l’Agenzia Europea della Guardia di Frontiera), Italia, Malta e Libia, che tutti sapevano delle imbarcazioni alla deriva. Sergio Scandura di Radio Radicale ha segnalato, ancora, che, proprio a partire da quest’ultima vicenda, su disposizione del “governo europeo” sono improvvisamente scomparsi dalla piattaforma FlightAware i tracciati degli aerei di Frontex impegnati nella ricerca nel Canale di Sicilia. Nel silenzio ormai consolidato delle fonti istituzionali, l’analisi delle rotte aeree e marittime restava l’unica possibilità di capire cosa succede in quel tratto di mare. Ora non sapremo più, e con ciò viene meno uno spazio importante di informazione e di libertà delle idee.

Che cosa si sta facendo per garantire la Fase 2 delle operazioni di salvataggio in mare e dell’accoglienza?
La pandemia sarà ancor più una tragedia se non avremo colto l’opportunità da essa offerta per rivedere i nostri modelli di vita e di sviluppo. Nulla si è finora detto sulla Fase 2 della strategia migratoria, che sarebbe il momento giusto per assumere iniziative che spostino le regole di contenimento dal mare alla terra: in mare si salva, e basta: lo dicono convenzioni e principi universali. Bisognerebbe attrezzare i luoghi di frontiera dal punto di vista organizzativo e della sicurezza (anche sanitaria) non solo dei migranti, ma soprattutto dei cittadini di quelle città, ultime, nelle classifiche nazionali, per qualità della vita. Non devono chiudersi i porti dei luoghi di frontiera, se ne deve piuttosto migliorare la qualità della vita con il rafforzamento di sanità, scuole, vita sociale. Da quei luoghi la civile accoglienza emergerebbe, a quel punto, spontanea. Da lì, invece, la gente ripara all’estero in cerca di lavoro, e non certo a causa dei migranti. Infatti, non soltanto le statistiche dell’immigrazione sono preoccupanti, ma anche quelle dei nostri migranti, un terzo dei quali in possesso di diploma o di laurea. Esploso il contagio, quei giovani sono tornati in fretta, e di loro hanno parlato i giornali. Erano figli che tornavano alla propria terra a migliaia: uno dei dolorosi paradossi del virus.

I porti sono una realtà effettivamente chiusa rispetto al luogo in cui sorgono. Come si possono rendere aperti non solo verso il mare, ma anche verso il territorio, come fattore di scambio, di crescita culturale e di coesione per tutta la comunità?
Il “porto chiuso” è un ossimoro, i porti sono strutturalmente braccia aperte e Iuogo di rifugio, polmone di economia e di cultura: lo sanno bene le comunità che vivono sul mare. Con le navi, con le merci e gli uomini, esse hanno visto anche molti naufraghi accorrendo ad abbracciare, scrive Stefano D’Arrigo in Orcynus Orca, salvati e soccorritori, anche a rischio del contagio. Purtroppo, la nostra società ha girato le spalle al mare. In un tempo di spostamenti veloci, esso – dove tutto è lento e il rapporto con la natura continuo e diretto – sembra essere rimasto soltanto un luogo di vacanza. Perfino la fortuna delle navi da crociera nulla deve al fascino della navigazione: a bordo, tutto sembra far dimenticare il baratro d’acqua che scorre sotto. Il mare è stato tradito con la cementificazione selvaggia delle coste, con la creazione di approdi inutili e costosi, costruiti spesso in concorrenza con moli vicini in barba alle più elementari regole di equilibrio costiero. In un paese come il nostro, è indispensabile ridare vita ai porti e alla vita marinara, facendo in modo che le città guardino e rispettino il proprio mare e chi lo affronta per vita o per lavoro: possedere un orizzonte e presentire terre oltre quello, e le persone che sognano di superarlo, è una grande fortuna.