Historia magistra vitae?
Diciamoci la verità: nasciamo tutti “fascisti”. Non nel senso storico né ideologico del termine, ovviamente. Nasciamo fascisti nel senso più elementare e viscerale della parola: convinti che il mondo esista per soddisfare i nostri bisogni. Gli altri? Si arrangino. Senza allargarsi, naturalmente. Altrimenti…
Il nostro programma politico è elementare: “Io so’ io e voi non siete un cazzo!”. Il neonato che è in noi non negozia. Non condivide. Non tollera niente e nessuno. Tantomeno i limiti. Pretende. Urla. Sbraita. Scalcia. Vuole occupare tutto lo spazio disponibile. Di certo, non viene al mondo con l’idea dell’altro, il rispetto per minoranze e diversità, la tutela della libertà di pensiero, di parola, di dissenso. E, soprattutto, non ha alcuna intenzione di limitare la propria libertà per garantire la libertà di qualcun altro.
La domanda è: quanti di noi riescono a “crescere”? Quanti arrivano a capire che l’altro ha le nostre stesse pretese e che, se non vogliamo passare la vita a menare le mani (con il rischio, prima o poi, di prenderle) dobbiamo trovare almeno un punto di equilibrio? Il buon vecchio “la mia libertà finisce dove comincia la tua” è morto. Da decenni, ormai, il mondo si muove al grido: “la mia libertà comincia dove finisce la tua”. Dunque: meno ne lascio a te, più ne avrò per me.
La democrazia non è naturale. Per niente. Al contrario: è contro-natura. Una conquista. Culturale, educativa, morale. Lunga, lenta, faticosa, dolorosa, costosa. Di certo, non un punto di partenza. Quando va bene, se va bene, un punto di arrivo. Labilissimo. L’istante dopo che l’abbiamo raggiunto, lo rimettiamo subito in discussione. Una vita per conquistarla, un istante per perderla.
Gli autocrati, di qualunque bandiera, hanno gioco facile perché parlano al fascista che è in noi e gli dicono una cosa sola: tranquillo, pensiamo noi a toglierti dalle palle la democrazia!
Più che sul nostro istinto di sopravvivenza, sul mors tua vita mea che anima il neonato che è in noi, fanno leva su un’algebra elementare: pensare a noi, rende; pensare agli altri, costa. Il nodo è tutto qui.
Essere “fascisti” paga. Essere democratici, no.
L’egoismo è chiaro, facile, veloce, redditizio. L’altruismo è oscuro, complesso, lento, costoso. La civiltà stessa è costosa. E dà pochissime soddisfazioni. Quasi tutte “morali”, tra l’altro, dato che in tasca non ce ne viene niente. L’inciviltà, invece, costa zero. E le soddisfazioni, soprattutto nell’immediato, sono tante, tangibili e inebrianti. L’odio non si mangia. Ma alimenta. E chissenefrega se, prima o poi, il conto arriva. Tanto, come diceva Keynes, nel lungo periodo siamo tutti morti.
Culto della tradizione, rifiuto del modernismo e della ragione, culto dell’azione per l’azione, diffidenza verso il pensiero critico, paura della differenza, appello alla frustrazione, ossessione del complotto, bisogno del nemico, guerra come condizione naturale, disprezzo per i deboli, machismo, capo come unico interprete della volontà popolare, rifiuto della complessità e neolingua come strumento di lobotomia collettiva.
Sono questi i 14 ingredienti della ricetta della felicità che qualunque autocrate degno di questo nome ha sempre promesso e continuerà a promettere. Li ha individuati e descritti Umberto Eco nel suo pamphlet Il fascismo eterno, definendoli i tratti ricorrenti dell’Ur-Fascismo: il “fascismo eterno”, appunto. Non un’ideologia coerente e sistematica, ma una sindrome. Una costellazione di pulsioni profonde, vischiose, resistenti a qualsiasi vaccino culturale, che non hanno bisogno di essere tutte presenti contemporaneamente per fare il loro lavoro. Ne basta una. A volte mezza. Dis-valori universali e immortali, perché parlano una lingua che ogni essere umano comprende istintivamente: la lingua facile delle scorciatoie.
Il Mediterraneo è ridotto a un immenso cimitero in mare aperto? Semplice: impediamo ai migranti di prendere il mare e il problema è risolto! Il caporalato è una piaga? Semplice: se non lasciamo entrare gli immigrati, nessuno li sfrutterà! Le donne vengono discriminate sul lavoro? Semplice: se ne restino a casa. Niente lavoro, niente discriminazione! Le ragazze vengono stuprate? Semplice: che escano di meno e si coprano di più! Gay e lesbiche vengono picchiati per strada? Semplice: che non facciano porcherie in pubblico. Se se le vanno a cercare, avranno quello che si meritano!
Ha ragione Eco: il fascismo è eterno, perché incarna la risposta semplice, chiara, immediata e forte alle pulsioni animali del neonato che vive dentro di noi e che si rifiuta di crescere, perché crescere significherebbe dover rinunciare a quelle pulsioni, ammettere che tutti i neonati sono uguali e titolari dei medesimi bisogni e dei medesimi diritti.
Dato che “non c’è per l’uomo pensiero più angoscioso che quello di trovare al più presto a chi rimettere il dono della libertà con cui nasce questa infelice creatura.” (Dostoevskij), “la libertà non viene affatto desiderata, per la buona ragione che, se gli uomini la desiderassero, l’otterrebbero.” (Étienne de La Boétie).
Libertà: parola benedetta e maledetta al tempo stesso. La più alta e la più bassa, a seconda di chi e perché la pronuncia. C’è libertà e libertà, infatti. C’è la libertà da: dalla tirannia, dall’oppressione, dal potere arbitrario. Una libertà rarissima e preziosissima, che si conquista lentamente, dolorosamente, spesso a prezzo della vita stessa. È la libertà democratica. Quella che richiede leggi, Istituzioni, contrappesi, rinunce. Quella che protegge tutti. Persino chi non la merita.
E poi c’è la libertà di. Di fare quello che si vuole. Di ignorare l’altro. Di occupare tutto lo spazio disponibile. Di dire “me ne frego”. È la libertà del neonato che urla dentro di noi e non vuole sentire ragione. Costa niente. Vale niente. E non costruisce niente.
Il capolavoro retorico di ogni autoritarismo è sempre stato questo: spacciare la seconda per la prima.
Nessun autocrate dirà mai: “Vi toglierò la libertà”. Non è mica stupido. Dirà: “Vi libererò dai vincoli che vi opprimono: burocrazia, giudici, élite, Europa, poteri forti, tasse, immigrati”. Gli stupidi siamo noi, che continuiamo a dare retta al neonato che vive dentro di noi. Un neonato che, come tutti i neonati, si beve qualunque cosa gli venga propinata.
Siamo noi che ci lasciamo sedurre da promesse impossibili. E non importa che la Storia abbia dimostrato mille volte che quelle promesse, oltre che folli, sono irrealizzabili. Ogni volta, il neonato che è in noi abbocca con tutte le scarpe.
Un problema tutt’altro che marginale. Alle elezioni europee del 2024, le tre famiglie della destra radicale, nazional-conservatrice e sovranista – Patriots for Europe, ECR ed Europe of Sovereign Nations – hanno raccolto, complessivamente, 187 seggi su 720, circa il 26% del Parlamento europeo: più di un eurodeputato su quattro. E il dato nazionale è ancora più eloquente. In Francia, il Rassemblement National ha vinto le europee 2024 con circa il 32% e, secondo gli ultimi aggregatori disponibili, resta attorno al 35% nelle intenzioni di voto. In Germania, l’AfD è prima attorno al 27-28%, con una crescita di oltre sei punti rispetto alle elezioni del febbraio 2025. Nel Regno Unito, Reform UK è attorno al 27%, davanti ai laburisti di governo, fermi sotto il 20%. In Austria, l’FPÖ guida i sondaggi al 37%. In Spagna, Vox è stabilmente tra il 17 e il 18%. In Ungheria, Orbán ha governato ininterrottamente per sedici anni, fino alla sconfitta elettorale dell’aprile 2026. In Olanda, Finlandia e Svezia l’estrema destra è al governo o determinante per la sopravvivenza dei governi in carica.
Non siamo più davanti a frange nostalgiche o minoranze rumorose. Siamo davanti a un blocco politico continentale che intercetta, ormai stabilmente, tra un quarto e un terzo dell’elettorato in molti Paesi europei.
Il neonato che è in noi ha votato. E sa benissimo per chi.
Come se ne esce? Non se ne esce o ne saremmo già usciti da un pezzo!
La democrazia è un sistema di coesistenza pacifica fondato sull’autolimitazione. Autolimitarsi significa rinunciare. E rinunciare non piace a nessuno. Piuttosto, preferiamo rinunciare alla democrazia. Ed è esattamente questo il momento nel quale l’autocrate di giornata bussa alla porta.
“Hai ragione”, sussurra nelle orecchie del neonato che è in noi. “Hai dato. Hai lavorato. Hai rinunciato. Hai pagato. Più degli altri. Molto più degli altri. E lo sai. Non lo dico io: lo dice la tua vita. Ascoltala. Ascolta quella voce, piccola e ostinata, che hai imparato a zittire, perché ti hanno insegnato che non stava bene ascoltarla. Ebbene: quella voce aveva ragione. Ha sempre avuto ragione. Sei tu che hai torto a non darle retta. La generosità è una virtù nobilissima. Ma funziona solo se è reciproca. E tu sai benissimo che non lo è. E, se non è reciproca, allora non si chiama generosità: si chiama ingenuità. Si chiama debolezza. Si chiama, diciamolo, stupidità. Io non ti chiedo di essere cattivo. No. Ti chiedo solo di smettere di essere stupido. Di smettere di pagare per chi non ha mai pagato. Di smettere di cedere a chi non ha mai ceduto. Di smettere di abbassare la testa per chi non l’ha mai abbassata. E tu questo lo chiami egoismo? Io lo chiamo giustizia, amico mio. Giustizia! Guardati: è arrivato il tuo turno. Te lo sei guadagnato. Riprenditi la tua vita, prima che lei si riprenda te. Cosa devi fare? Niente. Penso a tutto io. Tu devi solo fidarti di me. Solo questo. La libertà? Te la restituisco io, quella vera. Non la pagliacciata che ti hanno rifilato fin qui: regole, vincoli, rotture di palle, sacrifici senza fine. Quella non era libertà: era una gabbia. Le sbarre sembravano d’oro ma erano di ferro arrugginito. È ora di liberarsene. E liberarsi. Io aprirò la gabbia e finalmente sarai libero: vedrai!”
E così il neonato sorride, felice. Per la prima volta, qualcuno lo capisce, lo ascolta, gli dà ragione. Aprirà la gabbia, lo farà uscire e lui sarà finalmente… schiavo.
Historia magistra vitae?
Stronzate.