Liberazione è cooperazione

Cooperazione

“Oggi che è il 25 aprile penserei alla parola Liberazione non solo perché, pur con idee diverse, donne e uomini scelsero la Resistenza divenendo partigiani e liberarono l’Italia dal fascismo, fecero la costituzione e costruirono la democrazia. Ma anche perché questa parola ha avuto un grande significato nella storia successiva sia nel nostro paese sia nel mondo”.
Alfonso Maurizio Iacono, filosofo e docente di Storia della filosofia all’Università di Pisa, riflette sull’evento inatteso che è questa pandemia e gli effetti che ha sulla nostra vita. “Interrogando le domande giuste” è possibile trovare una via d’uscita. E i valori della Liberazione e della nostra Costituzione potranno essere una buona guida anche in questo momento difficile.

La pandemia ci sta imponendo l’esperienza del distanziamento sociale, del confinamento e la sospensione forzata delle nostre attività. Quali effetti lasceranno sul nostro vivere insieme agli altri?

Prima di questa domanda, ne porrei un’altra: quali conseguenze emotive e sociali ha portato lo stile di vita prima del virus? Se dimentichiamo il ‘prima’ rischiamo di non capire il ‘dopo’. Il tempo prima della pandemia ci divorava, producendo un malessere esistenziale diffuso. Siamo stati immersi in una sofferenza diffusa che non si è placata nemmeno in chi ha vissuto e vive nel cosiddetto benessere. Se avessimo un po’ di saggezza collettiva e la usassimo non solo in tempi di emergenza ma anche in quelli cosiddetti ‘normali’, dovremmo interrogarci, come qualcuno ha fatto e fa, se la soluzione possa mai essere un ritorno a quella ‘normalità’, visto che forse proprio quella ‘normalità’ era ed è il problema. D’altra parte, prima della pandemia, si diceva che eravamo isolati e connessi, isolati in mezzo alla folla, con il cellulare in mano, connessi con qualunque angolo nel mondo, ma distratti e incapaci di accorgerci del vicino, alle fermate dei bus e dei metrò, nelle stazioni e negli aeroporti, insomma in tutti quei non luoghi, come li chiama l’antropologo Marc Augé, attraversati dall’umanità in incessante movimento, sempre di passaggio, ma oggi deserti a causa della pandemia. Ma isolati e connessi anche a tavola a casa o nelle trattorie, pizzerie e nei ristoranti o nei bar dove con una mano si tiene lo smartphone e con l’altra una bottiglia di birra. Soli nella folla, connessi ma isolati. Vale la pena di ritornare a quella condizione? Senza con questo volere esorcizzare la connessione, che uso, come tutti, regolarmente nel lavoro e non solo, il fatto è che nel nostro modo di vivere perfino la grande potenzialità tecnologica della vita online non ci salva dall’isolamento, intendo quello che esclude la vicinanza dei corpi, il parlarsi tra vicini di casa e tra abitanti di quartiere, insomma quella dimensione umana, lenta e…inutile, che fa della vita una vita, anzi tende a sostituire i rapporti vicinali con i rapporti virtuali. Oggi, con la pandemia, siamo sì ancora isolati e connessi, ma in un altro modo. Non nelle stazioni e negli aeroporti, non alle fermate di bus e metro, ma a casa (almeno per coloro che non devono uscire. Sono oggi la maggioranza, ma il mio pensiero riconoscente va a tutti coloro che invece si stanno prodigando a costo di grandi sacrifici personali). Confinato tra le mura di casa mia, sto riscoprendo delle cose che vorrei portare con me dopo che quest’incubo sarà finito. Il senso della lentezza che mi fa pensare al modo convulso con cui le persone vanno al lavoro restando inghiottiti nel traffico, mentre vanno a passo d’uomo, al fatto che non abbiamo mai tempo, al punto che non avere tempo è diventato il nostro tempo, un po’ come il Coniglio Bianco di Alice nel paese delle meraviglie, per il quale: “è tardi, è tardi, è tardi ….”. Il senso della natura, che mi fa risentire, ora che è primavera, il cinguettio degli uccelli e l’abbaiare dei cani, il suono dell’aria e del vento non più sovrastato dal rumore delle auto, l’aria più pulita. Insomma tutte quelle piccole cose poetiche della vita che ne sono il succo e di cui oggi quasi ci vergogniamo. Cosa faremo? Ritorneremo alla vita di prima così, hic et simpliciter? Non lo vorrei, ma anche volendolo non sarà possibile e allora converrà approfittare di questo tragico evento per rivedere alcune, molte cose del nostro stile di vita.

La tutela della salute pubblica sembra imporre nuove forme di controllo sociale, facilitato dagli strumenti tecnologici. Stiamo assistendo ad una ridefinizione della libertà individuale?
Molto dipende dalla nostra capacità di autogovernarci. Cosa che sta avvenendo un po’ dappertutto. L’autogoverno e l’autodisciplina oltre che limitare il rischio di infezione può contrastare il rischio di atti coercitivi. Detto questo non credo allo stato d’eccezione, visto che in pieno neoliberismo democratico abbiamo assistito a dichiarazioni feroci nei confronti dei malati da parte di Boris Johnson, capo del governo britannico, poi vittima del coronavirus, il quale ringrazia i medici che lo hanno salvato, o alla corsa alle armerie degli statunitensi, pronti a sparare al vicino o anche alla polizia.

Il fatto è che viviamo nella confusione tra un’idea e una pratica di libertà che ha senso solo nel rispetto della libertà degli altri e un’idea e una pratica di libertà basata sull’individualismo, l’egocentrismo, la totale subordinazione ai propri interessi egoistici dell’esistenza degli altri. Bisogna fare un grande sforzo educativo per distinguerle, cioè per far sì che prevalga l’idea di cooperazione su quella, tanto osannata, della competizione, per stare dalla parte della solidarietà piuttosto che da quella della lotta per l’esistenza. Il coronavirus ci sta tragicamente facendo capire, contro Johnson, Trump e Bolsonaro, che è la solidarietà che ci può permettere di uscire da quest’incubo. Nel caso della solidarietà bisognerà attivare lo stato sociale, smetterla di configurare sanità e scuola come aziende che devono produrre il PIL, impedire che la società sia, come lo è oggi, un semplice mezzo per i fini e i profitti privati. Tutto ciò ha portato a diseguaglianze mai viste prima, diseguaglianze che dobbiamo combattere a maggior ragione ora che ci si prospetta una crisi economica (dove, sia detto per inciso, come nelle guerre, molti si impoveriscono, ma alcuni si arricchiscono).

Dall’emergenza sanitaria all’emergenza economica e, prima di tutto questo, ci stavamo confrontando con l’emergenza della crisi climatica. Esistono delle strade per uscire da questa situazione?
Mentre siamo colpiti dal coronavirus, facciamo poco caso al fatto che la temperatura dell’Antartico si è alzata a livelli mai raggiunti e, a parte ciò, forse il capitalismo è arrivato a un punto tale per cui non è più capace di fare ciò che sa fare meglio: modificarsi per restare se stesso. Infatti, faccio un esempio, vi sono già imprese che si stanno preparando a produrre oggetti che ora si fanno con la plastica, solo che ancora oggi la produzione di plastica non ha soste e forse, per la prima volta, il disastro ambientale causato da ciò sarà più grande e devastante dell’alternativa che si sta creando. In sostanza, il Coniglio Bianco che dice: “è tardi, è tardi, è tardi…”, vale per l’intero sistema capitalistico che sta stuprando la natura e portando verso un futuro catastrofico.

Nella commissione di esperti incaricati dal governo per progettare la fase 2 spicca l’assenza di filosofi, pedagogisti, scrittori, architetti e urbanisti, esponenti del mondo della cultura e dello spettacolo. Eppure l’Umanesimo dovrebbe avere un ruolo centrale per la ripartenza.
Diffido della cosiddetta ‘competenza’. Ne diffido pur avendone rispetto. Ai tempi di Chernobyl (che è tornata a bruciare, ahimé!) i cosiddetti competenti propugnavano centrali come quella che esplose. E la stessa cosa si è ripetuta con Fukushima. Bisogna accettare il fatto che anche la scienza include in sé l’incertezza. Ciò non toglie niente al suo valore conoscitivo, anzi; tuttavia essere consapevoli dei limiti della scienza (e lo stiamo vedendo ora con il coronavirus) è un fatto di ragionevolezza e di razionalità. In caso contrario finiremo con l’attribuire alla scienza un potere salvifico che è irrazionale tanto quanto l’atteggiamento antiscientifico. Di conseguenza dare alla competenza un valore salvifico è errato, perché ad essa si deve sempre accompagnare il valore della critica. Sono d’accordo che l’Umanesimo dovrebbe avere un ruolo centrale, ma in epoca di tecnologismo (che non è la tecnologia) e di bassa politica, l’esercizio della critica e la forza di orizzonti progettuali ampi non sono di questo mondo così disastrosamente puntato all’hic et nunc, al qui e ora.

“La vita non sarà più come prima”, è quello che tutti stiamo dicendo. Ma è nostalgia o attesa di qualcosa di diverso?
Da quello che finora ho cercato di dire, mi pare evidente che non soffro di nessuna nostalgia del tempo prima del coronavirus. Forse ne soffro per un tempo ancora prima, quando le cose erano meno convulse e, per le persone della mia generazione, possono ricordare come erano le città prima dell’inquinamento ambientale e di quello stradale. Se non siamo proprio istupiditi, come direbbe Kant, da coloro che pretendono di prendersi cura di noi e di dirci cosa si deve fare (cioè cosa è meglio per loro, dobbiamo guardare con autonomia individuale e collettiva in avanti, con l’esperienza del passato e la speranza nel futuro.

Oggi che è il 25 aprile penserei alla parola Liberazione non solo perché, pur con idee diverse, donne e uomini scelsero la Resistenza divenendo partigiani e liberarono l’Italia dal fascismo, fecero la costituzione e costruirono la democrazia. Ma anche perché questa parola ha avuto un grande significato nella storia successiva sia nel nostro paese sia nel mondo. Liberazione significò la lotta dei neri contro la discriminazione razziale. Liberazione significò e significa la lotta delle donne. Liberazione comporta non solo libertà per tutti e dunque una pratica che rispetti quella degli altri, ma anche l’affermazione della diversità di ciascuno di noi, che può essere realmente conseguita soltanto se vi è eguaglianza e la realizzazione dell’eguaglianza che ha senso soltanto se può assicurare la libera individualità di ciascuno di noi. Liberazione significa uno sguardo sul futuro che riscatta il passato e con esso i vinti, i dimenticati, gli offesi.

In apertura: Fernando Melani, Bandiera, 1979-80