Ma tu lo sai cos’è la verità?

verità

Cresciuto in provincia di Siena, Walter Mariotti si è laureato in filosofia teoretica all’università della sua città. Ha proseguito gli studi prima in semantica e storia delle idee a Louvain e poi ad Harvard, dove come Special student ha condotto ricerche sui concetti di valore e formazione delle classi dirigenti. Trasferitosi a Milano, diventa giornalista professionista e inizia il percorso d’ideazione e direzione di magazine. Lavora per Classeditori, RCS , il Gruppo 24 Ore e Mondadori. Nel settembre 2017 è nominato Direttore Editoriale di Domus con responsabilità d’ideazione, direzione e sviluppo del Sistema Domus.
MEMO pubblica questa sua riflessione che, attraverso la Storia, la religione e la letteratura, parla del presente. Di questo tempo sospeso e disperso in cui la politica non si chiede più che cos’è la verità.

Ma tu lo sai cos’e la verità?
di Walter Mariotti

“E verrà il regno della verità? Sì, egemone – rispose convinto Jeshua.
Non verrà mai! – gridò ad un tratto Pilato, con voce così terribile che Jeshua barcollò”.
Michail Bulgakov, Il Maestro e Margherita.

La distanza aiuta. Non la freddezza. Non l’egoriferimento. Non il distacco. Ma la passione temperata dalla distanza. La lezione di questo tempo atroce è come la luce dell’aprile malato di Eleonora Duse. Accende l’orrore della politica che incapace di librarsi nella visione si riduce sempre a campagna permanente, animal sprits, tecnocrazia. Mancando la domanda per cui è nata: Quid est Veritas? Che cosa è la verità?

Viviamo un dirigismo sovietico senza soviet, l’altra faccia di un agnosticismo che teorizza il modo come un oggetto, le nazioni come uno spazio, i popoli come consumatori. O nel caso italiano “un volgo disperso che nome non ha” (Manzoni, Adelchi, Atto Terzo, Coro).

Nella caduta verticale che prende il nome di attualità, l’élite postliberale inneggia al mercato finché soddisfa il basso ventre salvo rifugiarsi nello Stato quando le cose piegano al brutto. S’illude così di sostituire i riti e i miti col dirigismo finanziario, ma basta un giro di danza del caso per vedere come la segregazione senza programma sia nulla rispetto alla cancellazione del mito.

Alla luce del lock-down imposto da un Comitato di Salute Pubblica che è la triste parodia di quello di Robespierre – il quale sapeva che per fare la rivoluzione cambiare il nome i mesi è più importante che tagliare le teste – Pilato riemerge come il paradosso insoluto della politica che oggi come ieri non sa risolvere l’equazione tra l’ottusità del male e la stupidità del mondo.

L’orrore del Santo Seplocro deserto, la Via Crucis e la Pasqua desertificate sono il ritorno di Ponzio Pilato, figura tragica che solo “La passione di Cristo” di Mel Gibson è riuscito ad avvicinare in un film ancora difficile per l’intellighenzia.

Gibson traduce magistralmente l’empasse esistenziale di Pilato, che piange senza lacrime di fronte alla moglie Claudia Procula. Non è riuscito a salvare Cristo nemmeno ricorrendo all’epistemologia e rispondendo a chi dice di essere la verità: “Che cosa è la verità?”.

Pilato è il simbolo del dramma sconosciuto alla politica di oggi, la tragedia di vivere sospesi tra il diritto, l’habeas corpus e i sepolcri imbiancati che ieri come oggi minacciano sempre di sollevare il popolo.

Povero però un popolo che non ha bisogno di eroi, potremmo dire rovesciando Bertold Brecht. Perché si rassegna a un tempo in cui il secolarismo senza miti non può che produrre la fine del pensiero e delle emozioni.

Ps.
Devo questa riflessione a Gianni Bonini, intelligenza fiorentina verticale che mi ricorda come nel “Procuratore di Giudea” Anatole France racconti come Pilato anni dopo dimenticherà Cristo, mentre nel “Il Maestro e Margherita” Bulgakov usa l’escatologia ebraica e l’impossibilità di comprenderla da parte della razionalità come sfondo della Crocefissione.

Il mio amico fiorentino rilegge Tertulliano e racconta come Pilato venne inquisito da Tiberio che propose al Senato di decretare il Cristianesimo “religio licita”, ricevendo un rifiuto. Io ho sempre preferito Tacito e non lo ricordavo.

Poco importa. Alla distanza il punto resta aperto. Lo spazio della politica, il quid della verità, si gioca nel tentativo di ogni Pilato di salvare la vita a ogni Cristo che si scontra con l’ostinata determinazione di ogni sinedrio di volere la sua morte, che per legge solo Roma può eseguire.

Un paradosso che senza mito nessun politico può sciogliere. Una tragedia che Gibson risolve con la poesia dell’impossibile latino dei soldati romani, in realtà provenienti dalla Calabria, che dopo la flagellazione respingono il linciaggio della folla per eseguire la pena.

Una scena che vale mille articoli di giornale e discorsi di preti e politici.