Daniele Novara: “Ora è il tempo dei bambini”

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Nella Fase 2, quella della ripartenza, mentre si discute su come riaprire l’Italia, giustamente preoccupati per la crisi produttiva ed economica che ci ha investito dopo quella sanitaria, c’è un’altra crisi che attraversa il Paese. Fa meno rumore, o per meglio dire è quasi avvolta nel silenzio perché i protagonisti non hanno un peso economico da quantificare (almeno in tempi brevi), ma è altrettanto, se non più, preoccupante, soprattutto per i suoi risvolti futuri. Si tratta della crisi educativa, che vede l’assoluta paralisi delle istituzioni dedicate. Sono poche le voci che si stanno levando a difesa di un mondo che nessuno sta guardando con la dovuta attenzione.

Daniele Novara, pedagogista, fondatore del CPP (Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti), ideatore del metodo maieutico nell’apprendimento e nella relazione d’aiuto, e docente del Master in Formazione interculturale presso l’Università Cattolica di Milano, è stato fra i primi ha cogliere i potenziali pericoli di un rinvio a tempi migliori di tutte le questioni relative all’educazione e all’istruzione dei nostri bambini e ragazzi. Perché, fatte salve le esigenze di protezione e tutela della salute, il loro tempo di vita non può e non deve essere sospeso.

I bambini escono da un lungo periodo di lockdown per trovare una “nuova normalità”, in cui il contatto con gli altri dovrà essere limitato. Le chiederei subito come possiamo concretamente sostenerli in questo passaggio.
L ’importante adesso è che i bambini possano uscire, perché l’eccesso di permanenza in casa, in un contesto molto materno, li può spingere a ridurre le loro autonomie e addirittura ad adottare anche comportamenti regressivi. Tre mesi di vita casalinga possono fare molto male ai bambini. Quindi uscire è senz’altro la prima e più urgente cosa da fare. Si possono costruire con i genitori piccoli gruppi di bambini per favorire dei momenti di gioco, soprattutto di gioco motorio, molto importante dopo tre mesi di blocco. Necessariamente non sarà tutto come prima, ma ora è importante “tirarli fuori” di casa.

Lei ha rivolto un appello al governo per la riapertura a giugno dei luoghi per l’infanzia, dagli Asili Nido alle scuole dell’infanzia ai centri estivi, “creando le giuste alleanze fra il mondo della scuola, della pedagogia, dell’educazione e quello della salute, della medicina e della sanità”. La sfida è coniugare le misure di sicurezza con una rinnovata proposta educativa?
Qua c’è un problema, anzi il problema. Il Ministero non si è dotato di un team di tecnici per gestire questa situazione complessa. A suo tempo avevo lanciato l’idea di una task force per la riapertura della scuola. Ne erano presenti già 22, e nessuna su questo tema. Ma l’idea, subito raccolta dalla ministra, non ha avuto seguito, e la pedagogia adesso è decisamente sottorappresentata nella commissione ministeriale per la riapertura.
Chi conosce i bambini dispone già delle conoscenze per gestire questa situazione, non c’è bisogno di inventarsi cose particolarmente originali. Poi ora siamo nella bella stagione, adatta alla didattica en plein air.
Certo, bisogna anche dire che se a suo tempo i parchi giochi fossero stati progettati e costruiti non secondo il criterio del criceto, prevedendo cioè la mera ripetizione del solito movimento da parte di tutti i bambini, ma piuttosto con un criterio di aderenza ai giochi che i bambini effettivamente fanno, oggi non ci troveremmo nella necessità di chiuderli. In altre parole, non tutti i giochi infantili sono basati sul contatto. Per fare degli esempi, ne esistono alcuni che sono già di per sé costruiti sul distanziamento: penso a campana, o ai quattro cantoni. Ma anche il gioco della bandiera e il nascondino possono essere adattati ad un contesto di limitazione del contatto fisico. Così come a livello sportivo, sono tantissime le opportunità per giocare insieme senza avere assembramenti.
Il problema vero non sta nelle modalità di socializzazione e di gioco dei bambini, sta nel deficit di conoscenza del mondo infantile da parte delle commissioni ministeriali e dei ministri.

Si tratta degli effetti di una scelta o invece di una più ampia questione culturale?
La questione è più ampia. In questi ultimi venti anni noi abbiamo perso i bambini. Il caso più eclatante avviene durante il lockdown, quando tutto il marketing elimina letteralmente dalle pubblicità tutti i prodotti per i bambini che vengono sostituiti con i prodotti per i cani. La possibilità di uscire con i cani, li ha posti al centro dell’attenzione e li ha fatti diventare “preziosissimi”. Con i bambini invece non si poteva uscire. Soprattutto nelle regioni più critiche, come Lombardia Piemonte ed Emilia, è stato impedito ai genitori di uscire con i propri figli per una situazione di pericolosità, che però nessuna fonte scientifica ha dimostrato.
Credo che qualcuno debba conservare la memoria di quello che abbiamo fatto ai nostri bambini, e che gli storici debbano poter conoscere le nostre scelte molto discutibili.Il fatto è che, in questo momento storico, il bambino è uscito dall’immaginario collettivo. E questo sarà il tema del mio prossimo libro, perché è una situazione del tutto inedita. Qualsiasi società vitale tiene non solo nel cuore, ma anche nelle azioni concrete, ai propri bambini perché loro rappresentano l’investimento per il futuro di tutti. Mentre, specialmente nel nostro paese, sembra che con i bambini noi abbiamo un problema molto serio. Addirittura durante il lockdown sono stati additati come gli untori che avrebbero potuto mettere a rischio nonni e genitori, mentre non c’è nessuna prova scientifica sulla loro contagiosità: i bambini sono quelli che si ammalano meno, quando si ammalano hanno sintomi diversi da quelli dell’adulto, e non c’è nessuna ricerca che dimostri che possono essere contagiosi come portatori sani.

Lei ha elaborato un metodo scientifico, che ha chiamato metodo maieutico litigare bene per la gestione dei conflitti infantili, per aiutare i bambini a confrontarsi e tornare così a giocare insieme. Ritrovarsi dopo questa lunga pausa potrà comportare una maggiore conflittualità nelle relazioni infantili e richiedere nuove strategie di ascolto da parte degli adulti?
Senz’altro i bambini essendosi disabituati a stare insieme litigheranno di più. Aiutarli a litigare bene è l’unico modo che abbiamo per aiutarli a costruire delle autoregolazioni. Il lungo allontanamento gli uni dagli altri potrebbe comportare la perdita dell’attitudine alla regolazione reciproca e quindi anche all’autoregolazione interna della frustrazione. È proprio il litigio lo strumento centrale di questa operazione psico-evolutiva, lo strumento che consente di passare dallo stress del limite imposto dall’altro bambino alla necessità di collaborare con lui per poter tornare a giocare insieme. Un’operazione fondamentale della crescita infantile, specialmente nella fase 3-6 anni, quella in cui si realizza il passaggio dalla onnipotenza alla possibilità di stabilire accordi reciproci, grazie alla comunicazione e alla collaborazione con gli altri.
Per cui senz’altro ci saranno più litigi, e questa sarà la cosa più benefica che possa succedere. Invito i genitori e gli insegnanti a usare il mio metodo scientifico per litigare bene. Ricordo tra l’altro che tra pochi giorni prenderà il via un webinar di incontri dedicati all’illustrazione a all’approfondimento del mio metodo, proprio per imparare a gestire i litigi dei bambini a casa, a scuola e nei centri estivi [n.d.R. dal 4 al 27 giugno, articolato in quattro appuntamenti, è ancora possibile iscriversi al webinar. Per informazioni: info@cppp.it]

Può raccontarci brevemente in che cosa consiste il metodo maieutico per litigare bene?
Detto in poche parole, si tratta di non cercare il colpevole e di non dare la soluzione ai bambini. Una volta fatti questi passi indietro, occorre aiutarli a comunicare tra loro le proprie ragioni. Ragioni apparentemente irriducibili che, quindi, non vanno spente, bensì empatizzate invitando i bambini a condividerle fra di loro. Spesso si dice “parlane con i genitori”, oppure “dillo al papà o alla maestra”. No, l’importante è che i bambini siano aiutati a parlarne tra di loro, senza ricorrere a parole o gesti offensivi. Questo crea un meccanismo di regolazione reciproca molto positivo e importante, che attribuisce fiducia alla loro capacità negoziale. Poi possono trovare un accordo oppure no. Ma l’importante è che venga loro restituito il problema, e il metodo che ho elaborato in più di trenta anni di esperienza consente agli adulti di esercitare questa azione educativa. Maieutica, appunto.

Dalla primaria in poi, la didattica a distanza è stata la risposta della scuola durante la pandemia, grazie all’auto-organizzazione delle singole scuole, dei docenti, delle famiglie e dei bambini. Il pensiero pedagogico si è interrogato su questa modalità didattica?
Esiste un filone che si chiama didattica digitale, piuttosto “fervido” in questi ultimi 10 anni, che pretende di creare un ambiente scolastico digitale, ossia una situazione di lavoro basata sulla strumentazione informatica. In base a questo approccio, sostenuto a dir il vero più dagli informatici che dai pedagogisti, l’ambiente scolastico dovrebbe diventare un ambiente di alunni che interagiscono attraverso degli schermi. Il Ministero dell’Istruzione ha sostenuto fortemente questa ipotesi con un corposo investimento di 1 miliardo e 300000 euro stanziato tre anni fa. Soldi che non sono stati spesi interamente e che hanno costituito l’unica linea di finanziamento della scuola degli ultimi anni.
La didattica digitale non ha al momento avuto né un riscontro né un gradimento significativi tra gli insegnati, che sono sempre stati riluttanti ad aderire a questa logica, e hanno sempre cercato di mantenere un contatto diretto con i loro alunni. Inoltre, nonostante l’enorme investimento del ministero, sostanzialmente le scuole italiane non hanno raggiunto da questo punto di vista una condizione adeguata (fatta eccezione per la cosiddetta LIM, la lavagna interattiva multimediale).

La pedagogia storicamente dice una cosa molta semplice: le tecnologie sono uno strumento di lavoro, ma non possono assolutamente diventare un metodo. Non esiste un metodo digitale dal punto di vista pedagogico. È come se si avesse la pretesa di ridurre il metodo Montessori al materiale Montessori. Ovviamente non è così. Qui occorre risolvere un equivoco di fondo, che genera l’idea che o le scuole sono interamente digitali oppure non si può fare nulla. Ma ribadisco: la tecnologia è in funzione del metodo, non è il metodo. Viceversa, se noi abbiamo un metodo possiamo applicarlo anche alla didattica digitale. Come in effetti stiamo facendo nei centri educativi che seguono il mio metodo maieutico, e in cui viene svolta la didattica a distanza con gli allievi, con risultati anche molto soddisfacenti. Ma questo succede perché hanno metodo, non perché conoscono le tecnologie.
Si deve anche aggiungere che le piattaforme scolastiche offrono davvero possibilità molto limitate: si può fare molto poco e certamente non tutto quello che si può fare in classe. Chi afferma che si possono fare le stesse cose, non dice una cosa vera. Mancano la sensorialità, il contatto, la presenza. Per concludere, la didattica a distanza in questi mesi è stata una necessità imposta dall’emergenza sanitaria. Ma in Italia è stata fatta per lo più male, attraverso il tema delle video-lezioni, che io definisco video-nozionismo. Quanto di peggio si possa immaginare: già il nozionismo è deleterio, se poi lo fai davanti ad uno video schermo ottieni soltanto il risultato di sfibrare i già demotivati alunni, che infatti sono arrivati letteralmente stremati a questo mese di maggio.

Organizzati e felici (BUR, 2019) è il titolo del suo ultimo libro. Come può ora dirsi organizzata una famiglia di fronte allo stravolgimento delle abitudini quotidiane?
Ovviamente è possibile. Tutte le video conferenze che sto facendo nelle ultime settimane sono incentrate proprio su questo e ripropongono i basilari che ho analizzato ed illustrato nel mio libro. Che sono sempre gli stessi: ogni cosa a suo tempo, il rispetto dell’età evolutiva dei bambini, la giusta distanza educativa, il gioco di squadra dei genitori e la concretezza del modello e delle pratiche educative.
D’altra parte nel mio libro c’è una novità significativa, perché sono presenti per la prima volta nella letteratura a favore dei genitori, e non solo, le diverse fasi educative della crescita, a cui è dedicato l’ampio capitolo centrale del testo.
La fase emergenziale del lockdown l’abbiamo ormai alle spalle, ed è stata generalmente superata dai genitori che sono riusciti a offrire comunque una organizzazione quotidiana ai propri figli. Ora è necessario, per quanto possibile, uscire dalla emergenzialità e tornare a fare i genitori seguendo la “normalità” dei bisogni educativi dei bambini. Questo è il mio invito per non smettere mai di investire nel nostro futuro.