Ma tu l’hai capito Bob Dylan?

Bob Dylan

Quanto valevano 402 dollari nel 1962? Di sicuro furono uno dei migliori investimenti nella storia della musica. Con questi soldi venne infatti inciso il primo album di Bob Dylan.  Tre anni dopo sarebbe arrivata  “Like A Rolling Stone”, considerata da molte autorevoli classifiche musicali la canzone più influente del millennio scorso. Per lo scrittore inglese Nick Hornby (quello di 31 Songs e Alta Fedeltà), farsi piacere Bob Dylan è diventata una missione: “Forse è una questione quasi ‘religiosa’, la paura che se magari divento vecchio senza che mi piaccia mi possa accadere qualcosa di brutto”.

Impossibile scrivere qualcosa su Bob Dylan. Non perché sia un Premio Nobel o perché abbia scritto canzoni che hanno cambiato la storia della musica moderna. Non si può perché è davvero difficile avere qualcosa di sensato da dire, da “aggiungere”, rispetto alla più grande, imponente e monumentale poetica mai composta sulla nostra contemporaneità. Nemmeno lui ci riuscirebbe, figuriamoci noi. Quindi ci rifugiamo nel pop delle curiosità e delle piccole cose senza importanza, come scriverebbe Francesco Piccolo.

Intanto c’è un motivo per cui lo facciamo. Per la cronaca oggi esceROUGH AND ROWDY WAYS” (Columbia Records), il suo nuovo album di inediti dopo, 10 brani  tra cui le già note I Contain Multitudes”, brano di apertura del disco,False Prophete  la sperimentale e stupefacente Murder Most Foul”, della durata di quasi 17 minuti,  unica traccia di uno dei due cd.

Tutti sanno chi è Bob Dylan, tutti sono in grado di riconoscerne la faccia e la voce e tutti conoscono a memoria almeno alcuni suoi versi.  Nessuno escluso. Eppure non ha mai avuto un singolo al primo posto della classifica Billboard. Nemmeno la canzone che chiede al vento tutte le risposte, nemmeno quella. Ci sono andate vicino  “Like A Rolling Stone” e “Rainy Day Women #12 & 35” che, rispettivamente nel 1965 e nel 1966, raggiunsero il numero due.

Spigoloso, scorbutico, sfuggente, cinico, intransigente, beffardo, abituato da sempre ad essere Bob Dylan (un mestiere non facile da portare avanti con dignità e così a lungo) oltre ad essere uno che non ride mai (trovatemi una foto in cui si sganascia dalle risate), non accetta le cose così come vengono. A partire dal nome. Il suo era  Robert Allen Zimmerman, di origini ebraiche, che nel 1962, presso la corte suprema di New York, decise di cambiare in Robert Dylan, per tutti da quel giorno Bob.  Ha un nome, non gli piace, ne inventa un altro ufficiale con tanto di sentenza (Dylan Thomas non c’entra nulla, dirà poi) ma diventa famoso con uno pseudonimo. Forse è per questo che se lo chiami per nome, di solito non risponde.

Un caratteraccio il suo. “Maleducato e ignorante” l’ha definito un membro dell’Accademia di Svezia perché per diversi giorni non aveva né risposto né ringraziato dopo l’assegnazione del Nobel. Durante i concerti non saluta il suo (devoto) pubblico, non lo ringrazia e non ha mai suonato dal vivo una canzone esattamente così come l’ha incisa sul disco: “Non vorrei mai che il pubblico le mie canzoni le cantasse insieme a me. Mi sembrerebbe strano. Non suono per gente che è riunita intorno ad un falò. Non ricordo nessuno cantare insieme a Elvis o a Carl Perkins o a Little Richard. Quello che devi ottenere è che il pubblico senta le proprie emozioni”, ha dichiarato recentemente a Rolling Stone.

Poi ha spiegato perché cambia in continuazione la forma e spesso la sostanza della musica che compone: “Perché cambiare è nella natura dell’esistenza. Niente resta a lungo dov’è. Gli alberi crescono, le foglie cadono, i fiumi inaridiscono e i fiori muoiono. Persone nuove nascono ogni giorno. La vita non si ferma”. Figuriamoci una canzone.

Il suo carattere assomiglia in fondo al posto dove è nato che una volta ha descritto così: “Duluth, città industriale, moli navali, grandi silos per il grano, scambi ferroviari. Nebbia spessa, marinai, tempeste, bufere di neve. Mia madre racconta di razionamenti di cibo, elettricità tagliata, mancanza di riscaldamento. Era un posto buio, anche in pieno giorno, tra coprifuoco, depressione, solitudine: ci abbiamo vissuto fino ai miei cinque anni, fino alla fine della guerra”.

Quando le cose non gli piacciono, le cancella. Al momento della firma con la Columbia Records, ancora minorenne, riuscì a far togliere dal contratto la clausola dell’obbligo di firma dei genitori dichiarando (mentendo) di essere orfano. Difficile definire le sue fonti artistiche.  Quando nel 1988 entrò nella Rock And Roll Hall Of Fame invitato da Bruce Springsteen, dedicò quella giornata a Muhammad Ali, Little Richard e Alan Lomax. Prima del debutto ufficiale da solista con la Columbia, la sua prima registrazione  avvenne in veste di armonicista durante l’incisione in studio della raccolta “Midnight Special” di Harry Belafonte. Per questo lavoro fu pagato cinquanta dollari. Non ha mai smesso di suonare l’armonica. Si dice che dopo la morte di Elvis Presley, non abbia parlato con nessuno per una settimana intera.

A proposito di Springsteen, forse incuriosito dalla casa in cui nel 1974 Bruce scrisse “Born to Run”,  venne fermato di notte da due giovani agenti che si insospettirono non poco nel vedere un eccentrico signore vagare sotto la pioggia nel cortile di quella casa di Long Branch, nel New Jersey. Il cantautore dovette tornare in albergo per provare la sua identità.

Da sempre sostiene di aver composto la sua “Just Like a Woman” pensando di farla eseguire al soulman Otis Redding che la rifiutò a causa del verso “that she’s like all the rest, with her fog her amphetamine and her pearls” perché mettere insieme nella stessa frase profumo, anfetamina e perle per definire l’attrazione e il desiderio per una donna era decisamente troppo, persino per il povero Otis.  Controverso il suo rapporto con la religione. Diventa una notizia che fa il giro del mondo la sua conversione al cristianesimo dopo un incidente stradale. Nel 1997 si esibisce  per Papa Giovanni Paolo II, ma un cardinale cercò in tutti i modi e inutilmente di ostacolare l’esibizione. Quel cardinale si chiamava Joseph Ratzinger, che poi scrisse: “C’era ragione di essere scettici e io lo ero e in un certo senso lo sono ancora, di dubitare se davvero fosse giusto far intervenire questo genere di “profeti”. Eppure questo genere di profeti di solito fanno sentire la loro voce nel momento giusto.  Ratzinger incosapevolmente attribuisce a Dylan quello che Bob ha sempre voluto,  una sorta di laica e doverosa beatificazione mistica, il suggello divino ad una visione del mondo. Papa Francesco invita ossessivamente la forza della preghiera in una Piazza San Pietro vuota nelle giornate tremende della pandemia. Solo la preghiera ci potrà salvare. Lo stesso giorno Bob Dylan pubblica Murder Most Foul, la sua prima canzone tratta dal suo ultimo album, un lungo discorso in forma di musica in cui  il cantautore parte dall’omicidio di Kennedy nel 1963 e ripercorre la nostra storia recente attraverso la ripetizione ossessiva delle parole  “play”  e “pray”.

Lo stesso Bergoglio, commentando la fine del Sinodo di qualche anno fa ebbe modo di affermare: “I tempi cambiano e noi cristiani dobbiamo cambiare continuamente”. Non lo cita espressamente ma è difficile non pensare a Bob Dylan quando mezzo secolo prima cantava  “I tempi stanno cambiando e la vostra vecchia strada sta rapidamente invecchiando”.

I suoi zii possedevano il più grande cinema di Hibbing  (Minnesota) e lui poteva vedere tutti i film che voleva gratis. Dopo  Gioventù bruciata, James Dean divenne la sua ossessione. Al college era noto per fregare sigarette e vestiti, al Greenwich Village, anno 1960, diventò bravissimo a giocare a scacchi anche se era già molto bravo a giocare a poker.  Oltre a cantare, dipinge. Se volete sapere come si vede, ha ideato e dipinto personalmente la copertina del suo decimo disco, uscito nel 1970, “Self Portrait”. Il volto di Bob Dylan compare anche sulla copertina di  Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, dei Beatles. Nell’immagine è collocato in alto a destra.

Non si conoscono molti slanci di affetto per i suoi numerosi figli e le rispettive madri  ma sappiamo che ha un adesivo sulla sua auto che recita “Il migliore nonno del mondo”, dedicato ovviamente ai suoi nove nipoti.

Bob Dylan ha venduto oltre 125 milioni di dischi in tutto il mondo e Rough And Rowdy Ways è il suo 39° album in studio. È anche il primo disco di inediti da quando Bob Dylan è diventato l’unico cantautore a ricevere il Nobel per la Letteratura nel 2016, un premio a lui conferito dalla Swedish Academy per “aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana”. Negli ultimi 23 anni ha realizzato 7 album in studio, un lasso di tempo che include anche la registrazione, nel 2001, di “Things Have Changed”, realizzata per il film Wonder Boys e vincitrice di un Oscar e di un Golden Globe; l’autobiografia divenuta best seller internazionale, “Chronicles Vol. 1”, che ha trascorso 19 settimane nella lista dei migliori best seller del New York Times e che recentemente è stata definita da Rolling Stone come la più grande autobiografia rock di sempre. Bob Dylan ha anche ricevuto l’Officier de la Legion d’honneur nel 2013, il Sweden’s Polar Music Award nel 2000, un Dottorato dall’Università di St. Andrews in Scozia e numerose altre onorificenze.

Per la cronaca. Il resto va solo ascoltato.

E capito.